SCUOLA DI PREGHIERA
2013-2014
Don Giulio Lunati, 2
aprile 2014, Duomo di Pavia
Il sangue di Gesù (Matteo 27,
1-26)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)
Il nostro percorso nel
Vangelo di Matteo si incontra questa sera, verso la fine della
Quaresima, con due brani della Passione di Gesù.
La Passione secondo
Matteo è molto simile a quella di Marco, da cui Matteo trae la
maggior parte delle narrazioni, ma Matteo in questo capitolo 27
inserisce un racconto e due dettagli (dentro un altro racconto) che
solo lui ci riporta. Sia il racconto sia i dettagli hanno a che fare
con il sangue di Gesù, segno evidente che Matteo ritiene che il
sangue di Gesù abbia una grande importanza.
Nella tradizione
cristiana questo è indubitabile, ma i racconti di Matteo ci aiutano
a capire bene qual è l’importanza del sangue di Gesù, che cosa
rappresenta e come va contemplato con fede.
Questo brano potrebbe
aiutarci anche a vivere i giorni della Passione, contemplando la
Passione del Signore in una maniera forse più autentica di quanto
faremmo senza l’aiuto che Matteo ci dà.
Leggiamo dunque
all’inizio del capitolo 27 un episodio che si inserisce subito dopo
l’arresto di Gesù:
Venuto il mattino,
tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio
contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero
via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda - colui
che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal
rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti
e agli anziani, dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue
innocente”. Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”.
Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò
e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete,
dissero: “Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di
sangue”. Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del
vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu
chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si
compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E
presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal
prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il
campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
Questa parte del capitolo
27 non la troviamo negli altri Vangeli.
Il brano che leggiamo ora
invece lo troviamo, ma ci sono due dettagli, come vi dicevo, che sono
propri dell’evangelista Matteo.
Gesù intanto comparve
davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: “Sei
tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Tu lo dici”. E mentre i
capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.
Allora Pilato gli disse: “Non senti quante testimonianze portano
contro di te?”. Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il
governatore rimase assai stupito.
A ogni festa, il
governatore era solito rimettere in libertà per la folla un
carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato
famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata,
Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi:
Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. Sapeva bene infatti che glielo
avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in
tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con
quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per
causa sua”.
Ma i capi dei
sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a
far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: “Di questi
due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?”. Quelli
risposero: “Barabba!”. Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò
di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso!”.
Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora gridavano più
forte: “Sia crocifisso!”.
Pilato, visto che non
otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e
si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: “Non sono
responsabile di questo sangue. Pensateci voi!”. E tutto il popolo
rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.
Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto
flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Quali sono i due dettagli
appartenenti solo a Matteo in questa seconda parte del racconto?
Da un lato il piccolo
inciso della moglie di Pilato che gli dice: “Non avere a che
fare con quel giusto” e di conseguenza Pilato che si lava le
mani. Questa scena così proverbiale (appunto si dice: me ne lavo le
mani), è un regalo che ci fa Matteo, senza di lui non l’avremmo.
E poi c’è quella frase
terribile, che ci spaventa un po’: “Il suo sangue ricada su di
noi e sui nostri figli”.
Gesù viene definito un
giusto, quindi il suo sangue è sangue innocente.
Pilato se ne lava le
mani, per non contaminarsi con il sangue innocente di un giusto.
E invece il popolo
presente lì a Gerusalemme dice: “Il suo sangue ricada su di noi
e sui nostri figli”. Sembra una frase terribile, ma poi vedremo
che cosa significano veramente queste parole. Detto così sembrerebbe
quasi una scena antisemita, in realtà è tutto il contrario.
Adesso andiamo con calma.
Questi due dettagli e tutto il brano della morte di Giuda di che cosa
ci parlano? Del sangue innocente di Gesù.
Giuda dice proprio così:
“ho tradito sangue innocente”.
E poi il campo che viene
acquistato con il ricavato del tradimento di Giuda, della vendita di
Gesù, si chiama “Campo del sangue”.
È chiaro che qui tutti i
dettagli che Matteo aggiunge al racconto della Passione di Marco
ruotano attorno al sangue innocente di Gesù.
Allora cerchiamo di
capire che cosa ci vuole donare San Matteo.
Prima di tutto dobbiamo
capire quanto è forte e pesante questa espressione: sangue
innocente.
Il sangue innocente
è il sangue di qualcuno ucciso ingiustamente. È il sangue di quelle
vittime che vengono, come diciamo oggi, prese come capri espiatori e
vengono uccise perché qualcun altro possa avvantaggiarsene.
Il sangue innocente
nella tradizione dell’Antico Testamento è qualcosa che grida
vendetta a Dio.
Il primo sangue innocente
versato è quello di Abele e si dice proprio così nel racconto della
Genesi. Dio dice a Caino: Che cosa hai fatto? Il sangue di tuo
fratello grida a me dalla terra, innocente (vd. Gen 4, 10).
Gesù stesso se vi
ricordate dice: a questa generazione verrà chiesto conto di tutto il
sangue innocente versato, dal sangue di Abele fino al sangue di
Zaccaria che avete ucciso vicino all’altare (vd. Lc 11, 50-51 e Mt
23, 35-36). È un profeta (non quello di cui abbiamo il libro di
Zaccaria, ma un altro) che per farlo tacere è stato ucciso, in un
luogo santo tra l’altro. E Gesù con questa frase dice: ora è
giunto il momento in cui bisogna fare i conti con tutto il sangue
innocente versato dall’inizio della storia.
Allora il sangue di Gesù
in un certo senso li racchiude tutti. Tutti questi omicidi
ingiusti sono racchiusi nel sangue di Gesù.
Tra l’altro un dato
inquietante che l’Antico Testamento ci rivela è che il sangue
innocente si paga sempre.
C’è un episodio
terribile del tempo di Davide: uno dei suoi luogotenenti, Ioab,
uccide a sangue freddo il suo rivale. Erano due luogotenenti, si
incontrano durante una spedizione, ognuno guida le sue truppe, si
avvicinano per abbracciarsi, per salutarsi, e mentre si salutano
baciandosi Ioab squarcia l’altro e lo lascia a morire lì per terra
perché così ha fatto fuori un avversario, e il suo sangue resta lì,
sangue innocente (vd. 2 Sam 20, 8-10). Dopo alcuni capitoli si narra
la morte di Ioab e si ricorda: così fu vendicato il sangue innocente
dell’uomo che egli aveva ucciso (vd. 1 Re 2, 30-34). Come dire che
il sangue innocente ha una memoria lunga e si paga sempre.
Se fosse così, e se il
discorso fosse tutto qui, allora la frase che dice il popolo di
Gerusalemme, “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri
figli”, vorrebbe dire: siamo così sicuri che non è innocente
Gesù che ci esponiamo alla vendetta divina.
E allora da qui
l’interpretazione aberrante: ecco, gli Ebrei pagano per quel
delitto.
Ma questo è esattamente
il contrario di quello che il Vangelo invece ci vuole dire.
Adesso cerchiamo di
capirlo.
Il sangue di Gesù non ha
questo significato. È vero che è sangue innocente, ma mette fine a
quella spirale di vendette (anche le vendette divine) che il sangue
innocente sembra attirare sull’umanità. Gesù non vuole che il
suo sangue innocente sia vendicato. Lo versa per un altro motivo
e questo ci viene detto chiaramente.
Avete fatto caso che Gesù
a Pilato non risponde. “Non senti quante testimonianze portano
contro di te?”. Ma non gli rispose neanche una parola.
Mi permetto un’ultima
citazione. Oggi dobbiamo tirare le fila di tanti racconti
sparpagliati un po’ in tutta la Bibbia, perché è forse il tema
più importante, uno dei temi cruciali di tutta la Scrittura e di per
sé raduna elementi che vengono da molto lontano.
C’è un altro episodio
del sangue innocente versato, la storia di Susanna. Quella ragazza
che viene ingiustamente accusata da due anziani molto stimati tra il
popolo che volevano approfittare di lei; lei si rifiuta, allora la
accusano di essere adultera e stanno per farla lapidare. Ma si alza
la voce di Daniele, il profeta Daniele che è ancora giovinetto
all’epoca, li smaschera con uno stratagemma e vengono uccisi al
posto di Susanna. E si commenta così: In quel giorno fu salvato
il sangue innocente (Dn 13, 62).
Ecco: se Gesù dovesse
alzare la propria voce per difendersi, dovremmo pagare noi per lui.
Nessuno di noi è innocente. Se Gesù volesse far giustizia e si
difendesse, dovrebbe condannare quelli che lo accusano. Invece,
differentemente dalla storia di Susanna, Gesù non dice neanche una
parola. E questo suo silenzio è un silenzio misericordioso.
Vuole mettere fine alla spirale delle vendette, fossero pure
le vendette sante del Dio vendicatore che i suoi avversari si
immaginano.
Gesù dice chiara questa
cosa proprio nelle parole dell’Eucarestia. Lì c’è nascosta una
parola che alla luce di quello che abbiamo detto diventa
importantissima e, siccome la sentiamo a tutte le messe, abbiamo la
possibilità di non dimenticarcela mai. Lì viene detto: Questo è il
calice del mio sangue, il sangue dell’alleanza. Gesù ci tiene a
dire chiaramente che il suo sangue non è il sangue innocente che
grida vendetta a Dio, ma è il sangue dell’alleanza.
Il sangue infatti ha
questi due volti: da un lato quello terribile che abbiamo appena
ricordato, dall’altro, se vi ricordate, l’alleanza che Dio ha
stabilito con il popolo di Israele al Sinai viene suggellata proprio
con un rito che è tra i riti più primordiali dell’umanità,
quello dell’aspersione del sangue. Si prendono le vittime animali,
si prende il loro sangue, metà asperge una delle due parti che
contraggono l’alleanza, l’altra metà asperge l’altra parte,
come a dire: ormai tra le due parti c’è un legame di sangue.
Ebbene Mosè con gli Ebrei fa proprio così: metà del sangue delle
vittime viene asperso sull’altare, l’altra metà sul popolo. E
questo stabilisce un patto di fedeltà a cui Dio non verrà mai meno
(vd. Es 24, 4-8).
Gesù vuole che il suo
sangue sia versato per questo: sia versato per stabilire una fedeltà
tra Dio e l’umanità che nessuno possa più spezzare. Gesù,
siccome il sangue è suo, può dargli il significato che vuole. E
nell’Ultima Cena lui sceglie di fare del suo sangue non un sangue
che grida vendetta a Dio, ma un sangue che perdona e crea la base
per un rapporto totalmente nuovo tra Dio e l’umanità.
Allora grazie a quella
frase di Gesù e al significato che lui dà alla sua morte la frase
terribile che dicono gli Ebrei cambia totalmente di segno. Loro non
lo sanno: quando dicono “Il suo sangue ricada su di noi e sui
nostri figli” pensano di fare una specie di scongiuro (come
dire: mi si staccasse la testa ...) e invece, grazie a quello che
Gesù vuole che sia la sua morte, stanno senza saperlo invocando il
sangue dell’alleanza. Il sangue di Gesù ricadrà proprio su di
loro, ma in questo senso: come dono. La morte di Gesù sarà un
dono prima di tutto per i responsabili della sua morte.
Il sangue di Gesù
diventa immediatamente fonte di salvezza e di conversione proprio per
il popolo di Gerusalemme.
Il primo discorso
pubblico di Pietro nel giorno di Pentecoste dice: Gesù, uomo mandato
da Dio, è passato in mezzo a voi beneficando e annunciando il
vangelo, ma voi l’avete messo a morte per mano di empi e l’avete
ucciso (vd. Atti 2, 22-23). Cosa dobbiamo fare, fratelli? Dicono gli
altri, capendo la gravità della loro colpa. Convertitevi, perché
per voi è la salvezza e per i vostri figli e per quanti il Signore
vorrà salvare (vd. Atti 2, 37-39).
Allora “Il suo
sangue ricada su di noi e sui nostri figli” avviene alla
lettera: il sangue di Gesù diventa fonte di salvezza prima di tutto
per i primi che si convertiranno, che saranno proprio gli abitanti di
Gerusalemme, e per i loro figli e per tutti i loro discendenti e per
noi che spiritualmente ne siamo i discendenti.
Questo è il
capovolgimento meraviglioso che Gesù fa del senso della sua morte. E
se leggiamo così il primo brano, che abbiamo lasciato da parte un
attimo e che è uno dei brani più belli (forse è il capolavoro) di
Matteo, se teniamo presente questo senso che Gesù ha dato alla
propria morte, allora anche quel brano diventa nella sua apparente
oscurità uno dei brani più luminosi di tutto il Vangelo di Matteo.
Proviamo a ripercorrerlo.
Che cosa fa Giuda? Giuda
dice: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente” e
questa è una cosa imperdonabile. Non ci si può lavare le mani dal
sangue innocente.
Giuda ha tra le mani quei
trenta denari: vi ricordate quanto interessano a Matteo le
monete? Se fate caso, la maggior parte dei brani in cui si parla di
monete nel Vangelo di Matteo sono propri di Matteo, cioè è solo lui
che ce ne parla, oppure sono brani che ha talmente rielaborato che
diventano suoi. Come i talenti, per esempio, e la paga degli operai
mandati nella vigna. Matteo faceva l’esattore delle tasse, per lui
le monete sono importanti. Questi trenta denari ce li racconta solo
lui.
Questa che abbiamo
ascoltato non è la storia della morte di Giuda, è la storia di
che fine fanno quei trenta denari. Questo interessa a Matteo.
Perché gli interessa? Perché quei trenta denari simbolicamente sono
il sangue di Gesù. È quello che resta della sua vita. È stato
venduto, convertito in denaro (trenta denari) e ora quei soldi sono
in mano a Giuda.
Simbolicamente quei
trenta denari sono tutto quello che resta della vita di Gesù.
E allora capiamo che
importanza abbia. Da un lato un’importanza terribile: sono il segno
di una colpa, la colpa di Giuda, dall’altro, se ci pensate, Gesù
fa in modo che il condensato di tutta la sua vita, il condensato
simbolico di tutto quello che lui ha fatto, ha vissuto, della sua
vita e della sua morte, restino in mano a Giuda. Perché?
Perché lui si è donato per noi peccatori e allora è giusto che
quei trenta denari siano messi in mano proprio al più colpevole di
tutti, perché lui è morto per noi.
Ma adesso tutto sta a
vedere che cosa ne farà Giuda.
Giuda fa come Pilato.
Pilato si lava le mani del sangue di Gesù, non vuole averci a che
fare. Giuda tenta di fare lo stesso: li getta via. Gli bruciano tra
le mani perché non capisce che quello è un dono, simboleggia un
dono, non capisce che la morte di Gesù non è stata una rapina, non
gli è stata portata via la vita, ma lui l’ha donata. E allora quei
trenta denari che lui sente come un debito bruciante, come il segno
di una colpa irredimibile, in realtà sono il simbolo e il segno di
un dono. Gesù la sua vita la dona, prima ancora che gli sia presa. E
quei trenta denari, se Giuda volesse, simbolicamente potrebbero
essere il segno di un dono, ma Giuda che è cassiere, ed è abituato
che i conti devono tornare, non è pronto per ricevere un dono
simile. Per lui quei trenta denari sono solo un debito
schiacciante.
Un’altra parabola di
Matteo che parla di soldi è quella dell’uomo che era debitore di
diecimila talenti, una cifra pari o superiore al debito pubblico
nazionale italiano, un debito impagabile (vd. Mt 18, 23-34). Giuda si
sente così: debitore di una cosa che non potrà mai ripagare,
allora, coerentemente, esce a va ad uccidersi.
La sorte di Giuda noi non
la conosciamo, non possiamo saperla (la sorte eterna di Giuda), non è
questo che interessa a Matteo.
Giuda esce di scena, i
trenta denari invece restano al centro della scena.
Sono lì sul pavimento
del tempio e i nemici di Gesù dicono: non possiamo metterli nel
tesoro del tempio, perché sono prezzo di sangue. Hanno proprio
ragione, perché nel tesoro del tempio vanno le offerte che si fanno
in cambio di qualche grazia.
Anche la cassa del tesoro
del tempio può essere un simbolo, il simbolo di una religione intesa
un po’ come mercanteggiamento (faccio l’offerta ... e aspetto
qualche beneficio).
I denari che
simboleggiano la vita di Gesù ci parlano di tutt’altro. Non ci
parlano di mercanteggiamenti o di prezzi da pagare o di debiti, ci
parlano di un dono traboccante. Quei trenta denari in quella cassa lì
non ci stanno proprio.
E allora che cosa ne
fanno i nemici di Gesù? I nemici di Gesù sono furbi, ma come tutti
i furbi sono furbi a metà. Già hanno fissato come cifra da pagare a
Giuda trenta denari che era il prezzo non di un uomo libero, ma di
uno schiavo (se per errore veniva ucciso un uomo libero, si pagavano
sessanta denari, ma uno schiavo si pagava la metà, credo). Adesso
pensano di fare un altro dispetto a Gesù, oltre a quei trenta denari
(che appunto è già un insulto), dicono: prendiamo un campo per la
sepoltura degli stranieri! Il “Campo del vasaio” che da quel
giorno si chiamò “Campo del sangue”.
Se voi cercate su una
piantina dov’è il Campo del sangue, dovete cercarlo in aramaico e
si chiama Haqeldama. Prendete la piantina, guardate dove si
trova e scoprite che è al centro della Geènna.
Questo campo che è stato
acquistato con ciò che resta della vita di Gesù e della sua morte è
nel centro di quel lembo di terra maledetto in cui si gettavano e si
bruciavano i rifiuti, quel lembo di terra che Gesù usa come immagine
della perdizione.
Questo lembo di terra è
maledetto perché è il luogo dove in passato, al tempo di Geremia
(che poi non a caso torna in scena), gli Ebrei avevano offerto
sacrifici umani, anche di bambini. Quindi è una terra intrisa di
sangue innocente, è la terra più maledetta di tutta Gerusalemme o
di tutto Israele e allora i nemici di Gesù dicono: prendiamo un
campo lì con questi soldi. E non sanno quello che fanno, perché
sono furbi ma furbi solo a metà.
Matteo qui compie una
delle sue opere più mirabili, proprio da rabbino.
Le citazioni di Matteo,
se ci fate caso, sono sempre citazioni che fanno disperare gli
esegeti moderni, che sono precisi, perché non tornano mai. Uno le va
a cercare e o non sono dove Matteo dice o sono differenti, perché
sono citazioni a senso.
Matteo ci offre la chiave
di lettura e questo è il significato vero di quel campo, che invece
per i nemici di Gesù vorrebbe dire: Gesù è il più maledetto di
tutti, quello che resta del suo sangue è degno soltanto di andare a
finire al centro della Geènna.
Matteo dà una lettura di
fede di questo fatto e ci dà degli indizi, delle chiavi segrete per
leggerne il senso, con questa citazione bellissima, che non esiste:
Allora si compì
quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero
trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu
valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del
vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
Il prezzo non si trova in
Geremia, si trova in Zaccaria (vd. Zc 11, 12-13), il campo del vasaio
non viene mai nominato, la citazione non esiste. Però in questa
frase Matteo intesse delle allusioni bibliche, soprattutto di
Geremia, che se le mettiamo in fila ci illuminano sul senso della
morte di Gesù.
Intanto non c’è il
Campo del vasaio, ma c’è la Porta dei cocci, dove si
andavano a rompere i vasi rotti, i vasi inutilizzabili, vecchi,
brutti: si andava lì alla Porta dei cocci, li si buttava lì e si
rompevano. La Porta dei cocci dà sulla Geènna, quindi già
c’è un’indicazione anche di luogo.
Il profeta Geremia, in
uno dei suoi gesti profetici va a questa Porta dei cocci, si fa
seguire dagli abitanti di Gerusalemme, prende una brocca, la spacca,
la getta via e dice: così il Signore farà con chi non ha fede in
lui (vd. Ger 19).
Allora, primo messaggio:
se manchi di fede rischi di essere gettato nella Geènna come
un coccio rotto. Questo è vero. Ma poco prima Geremia aveva avuto
un’altra illuminazione dal Signore.
Nel capitolo 18 era
andato nella bottega del vasaio (ecco che almeno il vasaio
c’è!). E lì il Signore gli aveva detto: guarda cosa fa il vasaio,
il vasaio quando un vaso viene male riplasma la creta e lo fa come
nuovo. Non potrei fare così anch’io con voi, gente di Israele?
Allora qua dentro già
troviamo due dati: il nostro peccato che ci farebbe essere come dei
cocci inutili gettati nella Geènna, la forza di Dio che ci
può riplasmare di nuovo.
Ma la terza citazione,
sempre da Geremia, nascosta qui dentro, che è la più bella, è
quella del capitolo 32, dove si parla di un campo (quindi il
vasaio c’è, il vaso c’è, il campo c’è, ma sono sparpagliati
nel libro di Geremia, e qui Matteo ci dice: lavorate un po’ voi a
cercarvi le citazioni! E si trovano).
Nel capitolo 32, quando
ormai era imminente la caduta di Gerusalemme, cosa succede? Che un
parente di Geremia va da lui e gli dice: senti non compreresti mica
il mio campo? Certo, stanno tutti scappando da Gerusalemme ... e noi
compriamo un campo! È come andare a investire in Grecia quando la
Grecia sembrava che sprofondasse. E Dio dice a Geremia: bravo, fai
proprio così! Compra quel campo lì! E gli fa stilare solennemente
l’atto di acquisto, davanti a tutti, glielo fa mettere in un vaso
di terracotta e dice: perché vi dico che verranno giorni in cui qui
ancora si compreranno campi e si vivrà.
Allora quel campo che
Geremia alla vigilia dello sfacelo di Gerusalemme compra è il pegno
che Dio dà al suo popolo per dire che non finisce qui, che
Gerusalemme sarà liberata e sarà ricostruita, e quel campo lì è
come la primizia.
C’è un altro campo.
C’è un altro lembo di terra importante nella storia di Israele. È
quando Abramo deve far seppellire Sara, che muore proprio mentre
Abramo si trova nella terra di Canaan, quella che diventerà la sua
terra, la terra dei suoi discendenti, ma lui c’è come forestiero.
Muore Sara e allora Abramo compra un pezzettino di terra, come una
caverna, per poterci seppellire Sara. E quel lembo di terra
sepolcrale è il primo pegno della terra promessa (vd. Gen 23).
Allora Matteo attraverso
questo gioco di citazioni che rileggono l’episodio dell’acquisto
del “Campo del sangue” al centro della Geènna, ci dice
che il sangue di Gesù ci compra un lembo di terra promessa
proprio al centro della nostra perdizione.
E diventa il luogo per la
sepoltura degli stranieri, cioè il luogo dove tutta l’umanità può
trovare accoglienza.
E quel sepolcro, che
richiama inevitabilmente il sepolcro di Gesù, è il luogo non della
morte ma della resurrezione.
Allora i trenta denari
vanno a finire lì. In quel campo che agli occhi dei nemici di Gesù
era un segno di maledizione, ma agli occhi di Matteo che legge le
cose con fede è un pegno di salvezza. Il Signore ci compra con il
suo sangue la primizia della salvezza. I nemici di Gesù lo fanno
senza accorgersene.
È un brano complesso, molto complesso,
ma ci aiuta a capire il senso della morte di Gesù, della morte
violenta di Gesù per noi, che però lui riesce a trasformare in un
dono e in una promessa, non in un debito e in una minaccia.

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