domenica 6 aprile 2014

Vangelo secondo Matteo, cap. 27 - Il sangue di Gesù.


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014
Don Giulio Lunati, 2 aprile 2014, Duomo di Pavia
Il sangue di Gesù (Matteo 27, 1-26)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

Il nostro percorso nel Vangelo di Matteo si incontra questa sera, verso la fine della Quaresima, con due brani della Passione di Gesù.
La Passione secondo Matteo è molto simile a quella di Marco, da cui Matteo trae la maggior parte delle narrazioni, ma Matteo in questo capitolo 27 inserisce un racconto e due dettagli (dentro un altro racconto) che solo lui ci riporta. Sia il racconto sia i dettagli hanno a che fare con il sangue di Gesù, segno evidente che Matteo ritiene che il sangue di Gesù abbia una grande importanza.
Nella tradizione cristiana questo è indubitabile, ma i racconti di Matteo ci aiutano a capire bene qual è l’importanza del sangue di Gesù, che cosa rappresenta e come va contemplato con fede.
Questo brano potrebbe aiutarci anche a vivere i giorni della Passione, contemplando la Passione del Signore in una maniera forse più autentica di quanto faremmo senza l’aiuto che Matteo ci dà.

Leggiamo dunque all’inizio del capitolo 27 un episodio che si inserisce subito dopo l’arresto di Gesù:

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”. Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: “Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue”. Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Questa parte del capitolo 27 non la troviamo negli altri Vangeli.
Il brano che leggiamo ora invece lo troviamo, ma ci sono due dettagli, come vi dicevo, che sono propri dell’evangelista Matteo.

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: “Sei tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Tu lo dici”. E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: “Non senti quante testimonianze portano contro di te?”. Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.
A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua”.
Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: “Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?”. Quelli risposero: “Barabba!”. Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!”.
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!”. E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Quali sono i due dettagli appartenenti solo a Matteo in questa seconda parte del racconto?
Da un lato il piccolo inciso della moglie di Pilato che gli dice: “Non avere a che fare con quel giusto” e di conseguenza Pilato che si lava le mani. Questa scena così proverbiale (appunto si dice: me ne lavo le mani), è un regalo che ci fa Matteo, senza di lui non l’avremmo.
E poi c’è quella frase terribile, che ci spaventa un po’: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.

Gesù viene definito un giusto, quindi il suo sangue è sangue innocente.
Pilato se ne lava le mani, per non contaminarsi con il sangue innocente di un giusto.
E invece il popolo presente lì a Gerusalemme dice: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. Sembra una frase terribile, ma poi vedremo che cosa significano veramente queste parole. Detto così sembrerebbe quasi una scena antisemita, in realtà è tutto il contrario.

Adesso andiamo con calma. Questi due dettagli e tutto il brano della morte di Giuda di che cosa ci parlano? Del sangue innocente di Gesù.
Giuda dice proprio così: “ho tradito sangue innocente”.
E poi il campo che viene acquistato con il ricavato del tradimento di Giuda, della vendita di Gesù, si chiama “Campo del sangue”.
È chiaro che qui tutti i dettagli che Matteo aggiunge al racconto della Passione di Marco ruotano attorno al sangue innocente di Gesù.
Allora cerchiamo di capire che cosa ci vuole donare San Matteo.

Prima di tutto dobbiamo capire quanto è forte e pesante questa espressione: sangue innocente.
Il sangue innocente è il sangue di qualcuno ucciso ingiustamente. È il sangue di quelle vittime che vengono, come diciamo oggi, prese come capri espiatori e vengono uccise perché qualcun altro possa avvantaggiarsene.
Il sangue innocente nella tradizione dell’Antico Testamento è qualcosa che grida vendetta a Dio.
Il primo sangue innocente versato è quello di Abele e si dice proprio così nel racconto della Genesi. Dio dice a Caino: Che cosa hai fatto? Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra, innocente (vd. Gen 4, 10).
Gesù stesso se vi ricordate dice: a questa generazione verrà chiesto conto di tutto il sangue innocente versato, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria che avete ucciso vicino all’altare (vd. Lc 11, 50-51 e Mt 23, 35-36). È un profeta (non quello di cui abbiamo il libro di Zaccaria, ma un altro) che per farlo tacere è stato ucciso, in un luogo santo tra l’altro. E Gesù con questa frase dice: ora è giunto il momento in cui bisogna fare i conti con tutto il sangue innocente versato dall’inizio della storia.
Allora il sangue di Gesù in un certo senso li racchiude tutti. Tutti questi omicidi ingiusti sono racchiusi nel sangue di Gesù.

Tra l’altro un dato inquietante che l’Antico Testamento ci rivela è che il sangue innocente si paga sempre.
C’è un episodio terribile del tempo di Davide: uno dei suoi luogotenenti, Ioab, uccide a sangue freddo il suo rivale. Erano due luogotenenti, si incontrano durante una spedizione, ognuno guida le sue truppe, si avvicinano per abbracciarsi, per salutarsi, e mentre si salutano baciandosi Ioab squarcia l’altro e lo lascia a morire lì per terra perché così ha fatto fuori un avversario, e il suo sangue resta lì, sangue innocente (vd. 2 Sam 20, 8-10). Dopo alcuni capitoli si narra la morte di Ioab e si ricorda: così fu vendicato il sangue innocente dell’uomo che egli aveva ucciso (vd. 1 Re 2, 30-34). Come dire che il sangue innocente ha una memoria lunga e si paga sempre.
Se fosse così, e se il discorso fosse tutto qui, allora la frase che dice il popolo di Gerusalemme, “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”, vorrebbe dire: siamo così sicuri che non è innocente Gesù che ci esponiamo alla vendetta divina.
E allora da qui l’interpretazione aberrante: ecco, gli Ebrei pagano per quel delitto.
Ma questo è esattamente il contrario di quello che il Vangelo invece ci vuole dire.
Adesso cerchiamo di capirlo.

Il sangue di Gesù non ha questo significato. È vero che è sangue innocente, ma mette fine a quella spirale di vendette (anche le vendette divine) che il sangue innocente sembra attirare sull’umanità. Gesù non vuole che il suo sangue innocente sia vendicato. Lo versa per un altro motivo e questo ci viene detto chiaramente.

Avete fatto caso che Gesù a Pilato non risponde. “Non senti quante testimonianze portano contro di te?”. Ma non gli rispose neanche una parola.
Mi permetto un’ultima citazione. Oggi dobbiamo tirare le fila di tanti racconti sparpagliati un po’ in tutta la Bibbia, perché è forse il tema più importante, uno dei temi cruciali di tutta la Scrittura e di per sé raduna elementi che vengono da molto lontano.
C’è un altro episodio del sangue innocente versato, la storia di Susanna. Quella ragazza che viene ingiustamente accusata da due anziani molto stimati tra il popolo che volevano approfittare di lei; lei si rifiuta, allora la accusano di essere adultera e stanno per farla lapidare. Ma si alza la voce di Daniele, il profeta Daniele che è ancora giovinetto all’epoca, li smaschera con uno stratagemma e vengono uccisi al posto di Susanna. E si commenta così: In quel giorno fu salvato il sangue innocente (Dn 13, 62).
Ecco: se Gesù dovesse alzare la propria voce per difendersi, dovremmo pagare noi per lui. Nessuno di noi è innocente. Se Gesù volesse far giustizia e si difendesse, dovrebbe condannare quelli che lo accusano. Invece, differentemente dalla storia di Susanna, Gesù non dice neanche una parola. E questo suo silenzio è un silenzio misericordioso. Vuole mettere fine alla spirale delle vendette, fossero pure le vendette sante del Dio vendicatore che i suoi avversari si immaginano.

Gesù dice chiara questa cosa proprio nelle parole dell’Eucarestia. Lì c’è nascosta una parola che alla luce di quello che abbiamo detto diventa importantissima e, siccome la sentiamo a tutte le messe, abbiamo la possibilità di non dimenticarcela mai. Lì viene detto: Questo è il calice del mio sangue, il sangue dell’alleanza. Gesù ci tiene a dire chiaramente che il suo sangue non è il sangue innocente che grida vendetta a Dio, ma è il sangue dell’alleanza.
Il sangue infatti ha questi due volti: da un lato quello terribile che abbiamo appena ricordato, dall’altro, se vi ricordate, l’alleanza che Dio ha stabilito con il popolo di Israele al Sinai viene suggellata proprio con un rito che è tra i riti più primordiali dell’umanità, quello dell’aspersione del sangue. Si prendono le vittime animali, si prende il loro sangue, metà asperge una delle due parti che contraggono l’alleanza, l’altra metà asperge l’altra parte, come a dire: ormai tra le due parti c’è un legame di sangue. Ebbene Mosè con gli Ebrei fa proprio così: metà del sangue delle vittime viene asperso sull’altare, l’altra metà sul popolo. E questo stabilisce un patto di fedeltà a cui Dio non verrà mai meno (vd. Es 24, 4-8).
Gesù vuole che il suo sangue sia versato per questo: sia versato per stabilire una fedeltà tra Dio e l’umanità che nessuno possa più spezzare. Gesù, siccome il sangue è suo, può dargli il significato che vuole. E nell’Ultima Cena lui sceglie di fare del suo sangue non un sangue che grida vendetta a Dio, ma un sangue che perdona e crea la base per un rapporto totalmente nuovo tra Dio e l’umanità.
Allora grazie a quella frase di Gesù e al significato che lui dà alla sua morte la frase terribile che dicono gli Ebrei cambia totalmente di segno. Loro non lo sanno: quando dicono “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” pensano di fare una specie di scongiuro (come dire: mi si staccasse la testa ...) e invece, grazie a quello che Gesù vuole che sia la sua morte, stanno senza saperlo invocando il sangue dell’alleanza. Il sangue di Gesù ricadrà proprio su di loro, ma in questo senso: come dono. La morte di Gesù sarà un dono prima di tutto per i responsabili della sua morte.

Il sangue di Gesù diventa immediatamente fonte di salvezza e di conversione proprio per il popolo di Gerusalemme.
Il primo discorso pubblico di Pietro nel giorno di Pentecoste dice: Gesù, uomo mandato da Dio, è passato in mezzo a voi beneficando e annunciando il vangelo, ma voi l’avete messo a morte per mano di empi e l’avete ucciso (vd. Atti 2, 22-23). Cosa dobbiamo fare, fratelli? Dicono gli altri, capendo la gravità della loro colpa. Convertitevi, perché per voi è la salvezza e per i vostri figli e per quanti il Signore vorrà salvare (vd. Atti 2, 37-39).
Allora “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” avviene alla lettera: il sangue di Gesù diventa fonte di salvezza prima di tutto per i primi che si convertiranno, che saranno proprio gli abitanti di Gerusalemme, e per i loro figli e per tutti i loro discendenti e per noi che spiritualmente ne siamo i discendenti.
Questo è il capovolgimento meraviglioso che Gesù fa del senso della sua morte. E se leggiamo così il primo brano, che abbiamo lasciato da parte un attimo e che è uno dei brani più belli (forse è il capolavoro) di Matteo, se teniamo presente questo senso che Gesù ha dato alla propria morte, allora anche quel brano diventa nella sua apparente oscurità uno dei brani più luminosi di tutto il Vangelo di Matteo. Proviamo a ripercorrerlo.

Che cosa fa Giuda? Giuda dice: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente” e questa è una cosa imperdonabile. Non ci si può lavare le mani dal sangue innocente.
Giuda ha tra le mani quei trenta denari: vi ricordate quanto interessano a Matteo le monete? Se fate caso, la maggior parte dei brani in cui si parla di monete nel Vangelo di Matteo sono propri di Matteo, cioè è solo lui che ce ne parla, oppure sono brani che ha talmente rielaborato che diventano suoi. Come i talenti, per esempio, e la paga degli operai mandati nella vigna. Matteo faceva l’esattore delle tasse, per lui le monete sono importanti. Questi trenta denari ce li racconta solo lui.
Questa che abbiamo ascoltato non è la storia della morte di Giuda, è la storia di che fine fanno quei trenta denari. Questo interessa a Matteo. Perché gli interessa? Perché quei trenta denari simbolicamente sono il sangue di Gesù. È quello che resta della sua vita. È stato venduto, convertito in denaro (trenta denari) e ora quei soldi sono in mano a Giuda.
Simbolicamente quei trenta denari sono tutto quello che resta della vita di Gesù.
E allora capiamo che importanza abbia. Da un lato un’importanza terribile: sono il segno di una colpa, la colpa di Giuda, dall’altro, se ci pensate, Gesù fa in modo che il condensato di tutta la sua vita, il condensato simbolico di tutto quello che lui ha fatto, ha vissuto, della sua vita e della sua morte, restino in mano a Giuda. Perché? Perché lui si è donato per noi peccatori e allora è giusto che quei trenta denari siano messi in mano proprio al più colpevole di tutti, perché lui è morto per noi.

Ma adesso tutto sta a vedere che cosa ne farà Giuda.
Giuda fa come Pilato. Pilato si lava le mani del sangue di Gesù, non vuole averci a che fare. Giuda tenta di fare lo stesso: li getta via. Gli bruciano tra le mani perché non capisce che quello è un dono, simboleggia un dono, non capisce che la morte di Gesù non è stata una rapina, non gli è stata portata via la vita, ma lui l’ha donata. E allora quei trenta denari che lui sente come un debito bruciante, come il segno di una colpa irredimibile, in realtà sono il simbolo e il segno di un dono. Gesù la sua vita la dona, prima ancora che gli sia presa. E quei trenta denari, se Giuda volesse, simbolicamente potrebbero essere il segno di un dono, ma Giuda che è cassiere, ed è abituato che i conti devono tornare, non è pronto per ricevere un dono simile. Per lui quei trenta denari sono solo un debito schiacciante.
Un’altra parabola di Matteo che parla di soldi è quella dell’uomo che era debitore di diecimila talenti, una cifra pari o superiore al debito pubblico nazionale italiano, un debito impagabile (vd. Mt 18, 23-34). Giuda si sente così: debitore di una cosa che non potrà mai ripagare, allora, coerentemente, esce a va ad uccidersi.

La sorte di Giuda noi non la conosciamo, non possiamo saperla (la sorte eterna di Giuda), non è questo che interessa a Matteo.
Giuda esce di scena, i trenta denari invece restano al centro della scena.
Sono lì sul pavimento del tempio e i nemici di Gesù dicono: non possiamo metterli nel tesoro del tempio, perché sono prezzo di sangue. Hanno proprio ragione, perché nel tesoro del tempio vanno le offerte che si fanno in cambio di qualche grazia.
Anche la cassa del tesoro del tempio può essere un simbolo, il simbolo di una religione intesa un po’ come mercanteggiamento (faccio l’offerta ... e aspetto qualche beneficio).
I denari che simboleggiano la vita di Gesù ci parlano di tutt’altro. Non ci parlano di mercanteggiamenti o di prezzi da pagare o di debiti, ci parlano di un dono traboccante. Quei trenta denari in quella cassa lì non ci stanno proprio.
E allora che cosa ne fanno i nemici di Gesù? I nemici di Gesù sono furbi, ma come tutti i furbi sono furbi a metà. Già hanno fissato come cifra da pagare a Giuda trenta denari che era il prezzo non di un uomo libero, ma di uno schiavo (se per errore veniva ucciso un uomo libero, si pagavano sessanta denari, ma uno schiavo si pagava la metà, credo). Adesso pensano di fare un altro dispetto a Gesù, oltre a quei trenta denari (che appunto è già un insulto), dicono: prendiamo un campo per la sepoltura degli stranieri! Il “Campo del vasaio” che da quel giorno si chiamò “Campo del sangue”.

Se voi cercate su una piantina dov’è il Campo del sangue, dovete cercarlo in aramaico e si chiama Haqeldama. Prendete la piantina, guardate dove si trova e scoprite che è al centro della Geènna.
Questo campo che è stato acquistato con ciò che resta della vita di Gesù e della sua morte è nel centro di quel lembo di terra maledetto in cui si gettavano e si bruciavano i rifiuti, quel lembo di terra che Gesù usa come immagine della perdizione.
Questo lembo di terra è maledetto perché è il luogo dove in passato, al tempo di Geremia (che poi non a caso torna in scena), gli Ebrei avevano offerto sacrifici umani, anche di bambini. Quindi è una terra intrisa di sangue innocente, è la terra più maledetta di tutta Gerusalemme o di tutto Israele e allora i nemici di Gesù dicono: prendiamo un campo lì con questi soldi. E non sanno quello che fanno, perché sono furbi ma furbi solo a metà.

Matteo qui compie una delle sue opere più mirabili, proprio da rabbino.
Le citazioni di Matteo, se ci fate caso, sono sempre citazioni che fanno disperare gli esegeti moderni, che sono precisi, perché non tornano mai. Uno le va a cercare e o non sono dove Matteo dice o sono differenti, perché sono citazioni a senso.
Matteo ci offre la chiave di lettura e questo è il significato vero di quel campo, che invece per i nemici di Gesù vorrebbe dire: Gesù è il più maledetto di tutti, quello che resta del suo sangue è degno soltanto di andare a finire al centro della Geènna.
Matteo dà una lettura di fede di questo fatto e ci dà degli indizi, delle chiavi segrete per leggerne il senso, con questa citazione bellissima, che non esiste:
Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
Il prezzo non si trova in Geremia, si trova in Zaccaria (vd. Zc 11, 12-13), il campo del vasaio non viene mai nominato, la citazione non esiste. Però in questa frase Matteo intesse delle allusioni bibliche, soprattutto di Geremia, che se le mettiamo in fila ci illuminano sul senso della morte di Gesù.

Intanto non c’è il Campo del vasaio, ma c’è la Porta dei cocci, dove si andavano a rompere i vasi rotti, i vasi inutilizzabili, vecchi, brutti: si andava lì alla Porta dei cocci, li si buttava lì e si rompevano. La Porta dei cocci dà sulla Geènna, quindi già c’è un’indicazione anche di luogo.
Il profeta Geremia, in uno dei suoi gesti profetici va a questa Porta dei cocci, si fa seguire dagli abitanti di Gerusalemme, prende una brocca, la spacca, la getta via e dice: così il Signore farà con chi non ha fede in lui (vd. Ger 19).
Allora, primo messaggio: se manchi di fede rischi di essere gettato nella Geènna come un coccio rotto. Questo è vero. Ma poco prima Geremia aveva avuto un’altra illuminazione dal Signore.
Nel capitolo 18 era andato nella bottega del vasaio (ecco che almeno il vasaio c’è!). E lì il Signore gli aveva detto: guarda cosa fa il vasaio, il vasaio quando un vaso viene male riplasma la creta e lo fa come nuovo. Non potrei fare così anch’io con voi, gente di Israele?
Allora qua dentro già troviamo due dati: il nostro peccato che ci farebbe essere come dei cocci inutili gettati nella Geènna, la forza di Dio che ci può riplasmare di nuovo.

Ma la terza citazione, sempre da Geremia, nascosta qui dentro, che è la più bella, è quella del capitolo 32, dove si parla di un campo (quindi il vasaio c’è, il vaso c’è, il campo c’è, ma sono sparpagliati nel libro di Geremia, e qui Matteo ci dice: lavorate un po’ voi a cercarvi le citazioni! E si trovano).
Nel capitolo 32, quando ormai era imminente la caduta di Gerusalemme, cosa succede? Che un parente di Geremia va da lui e gli dice: senti non compreresti mica il mio campo? Certo, stanno tutti scappando da Gerusalemme ... e noi compriamo un campo! È come andare a investire in Grecia quando la Grecia sembrava che sprofondasse. E Dio dice a Geremia: bravo, fai proprio così! Compra quel campo lì! E gli fa stilare solennemente l’atto di acquisto, davanti a tutti, glielo fa mettere in un vaso di terracotta e dice: perché vi dico che verranno giorni in cui qui ancora si compreranno campi e si vivrà.
Allora quel campo che Geremia alla vigilia dello sfacelo di Gerusalemme compra è il pegno che Dio dà al suo popolo per dire che non finisce qui, che Gerusalemme sarà liberata e sarà ricostruita, e quel campo lì è come la primizia.

C’è un altro campo. C’è un altro lembo di terra importante nella storia di Israele. È quando Abramo deve far seppellire Sara, che muore proprio mentre Abramo si trova nella terra di Canaan, quella che diventerà la sua terra, la terra dei suoi discendenti, ma lui c’è come forestiero. Muore Sara e allora Abramo compra un pezzettino di terra, come una caverna, per poterci seppellire Sara. E quel lembo di terra sepolcrale è il primo pegno della terra promessa (vd. Gen 23).

Allora Matteo attraverso questo gioco di citazioni che rileggono l’episodio dell’acquisto del “Campo del sangue” al centro della Geènna, ci dice che il sangue di Gesù ci compra un lembo di terra promessa proprio al centro della nostra perdizione.
E diventa il luogo per la sepoltura degli stranieri, cioè il luogo dove tutta l’umanità può trovare accoglienza.
E quel sepolcro, che richiama inevitabilmente il sepolcro di Gesù, è il luogo non della morte ma della resurrezione.

Allora i trenta denari vanno a finire lì. In quel campo che agli occhi dei nemici di Gesù era un segno di maledizione, ma agli occhi di Matteo che legge le cose con fede è un pegno di salvezza. Il Signore ci compra con il suo sangue la primizia della salvezza. I nemici di Gesù lo fanno senza accorgersene.

È un brano complesso, molto complesso, ma ci aiuta a capire il senso della morte di Gesù, della morte violenta di Gesù per noi, che però lui riesce a trasformare in un dono e in una promessa, non in un debito e in una minaccia.

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