venerdì 26 dicembre 2008

Domenica 28/12/2008 - Santa Famiglia

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Secondo la Legge / Mosso dallo Spirito. Maria e Giuseppe si muovono in obbedienza alla Legge, cioè alla tradizione religiosa, fondata sulla Parola di Dio. L'obbligo di presentare al Tempio il figlio primogenito serviva a ricordare che i figli sono dono di Dio, e non proprietà dei genitori. Obbedire alla Legge vuol dire rimanere fedeli all'alleanza, la storia di Israele, popolo amato da Dio.
    Gli anziani Simeone ed Anna sono rappresentanti emblematici di questa storia: credenti fervidi, che attendono da una vita la "consolazione di Israele", cioè che Dio intervenga a riaccendere la luce della speranza per Israele. Sono mossi dallo Spirito: è Lui che spinge i nostri cuori a cercare la salvezza senza stancarsi, è Lui che ci insegna a riconoscerla quando la incontriamo.
    L'obbedienza alla Legge mantiene radicati nella storia in cui Dio ha iniziato la nostra salvezza e ne ha promesso il compimento. L'obbedienza allo Spirito ci apre al futuro, in cui Dio compie le sue promesse e riempie le nostre attese trasfigurandole in maniera sorprendente.

Si stupivano delle cose che si dicevano di lui. I giovani Maria e Giuseppe sono evangelizzati dagli anziani Simeone e Anna: ricevono l'annuncio del valore prezioso del bambino che tengono fra le braccia, sono guidati a capire il senso grandioso che Dio sta facendo vivere loro.
    Si verifica uno stupendo scambio: gli anziani ricevono dai giovani l'evento, il compimento delle loro attese; i giovani ricevono dagli anziani il senso, la comprensione luminosa di quello che stanno già vivendo.
    La Parola di Dio ci parla, non per dirci come dobbiamo cambiare, o in quale direzione inseguire la salvezza, ma per insegnarci a riconoscere la salvezza che è già venuta ad abitare nella nostra vita - la stringiamo tra le braccia! - e per aprirci gli occhi alla luce che ha scelto noi come lampada per brillare a favore di tutti.

venerdì 19 dicembre 2008

Domenica 21/12/2008 - 4a d'Avvento - Anno B

Dal secondo libro di Samuèle.
2 Sam 7, 1-5.8b-12.14a.16
Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».

Stabilito nella sua casa. Il re Davide si sente arrivato. Dopo tante avventure, cambiamenti repentini, rischi mortali, finalmente un po' di stabilità! Alla lettera, il testo dice che Davide si è seduto nella sua casa. Non deve più fuggire dai nemici, né inseguire il successo. Vuole godersi il presente: la pace, la gloria, il lusso di una reggia. Come si dice, "ha tirato i remi in barca".

L'arca di Dio sta sotto una tenda. Gli sembra giusto che Dio possa riposarsi un po' anche Lui! Progetta di fargli uno splendido tempio, in modo da sistemarLo... Non è più tempo di avventure neanche per Dio, sembra pensare. In fondo, Egli si è dato molto da fare lungo i secoli: ha attraversato il deserto con il popolo di Israele, poi ha vagato da un santuario all'altro, seguendo le vicissitudini delle varie guerre con i nemici circostanti... Finalmente c'è un re, c'è un regno, c'è una capitale: tutto è sistemato. Non è forse questo il compimento dei progetti di Dio? Finalmente anche Dio può ritirarsi in pensione!...

Così dice il Signore. Ma Dio vuole dire la Sua. Non gli va di essere messo in pensione. Non possiamo relegarlo in un angolo, seppure lussuoso, della nostra vita. Non si stanca mai di progettare, quando pensiamo di essere giunti al compimento, Egli sa bene che siamo solo all'inizio. Le sue promesse vanno molto più in là dei nostri sogni. Quando noi ci ritireremo in riposo, Lui sarà ancora sulla breccia!

Una casa. Il tempio stupendo di Gerusalemme non è la dimora definitiva e autentica di Dio. Egli, il Dio-con-noi, pone la sua tenda in mezzo a noi, facendosi carne, uno di noi, Gesù. Non sarà Davide con tutta la sua forza, né Salomone con tutta la sua sapienza ad avere l'onore di accogliere in casa Dio. Il "recapito" terreno di Dio non sarà Gerusalemme, la città santa. Sarà una ragazza umile, Maria, di una città sconosciuta, Nazaret. Lei, la Piena di Grazia, avvolta dalla potenza dell'Altissimo, darà a Dio cittadinanza definitiva nel mondo. Con il suo "sì" obbediente, pieno di fede e di amore, Dio raggiungerà il compimento dei suoi progetti, in lei finalmente troverà riposo.

sabato 13 dicembre 2008

Domenica 14/12/2008 - 3a d'Avvento - Anno B

Dal libro del profeta Isaia
Is 63,1-2;10-11
Lo spirito del Signore Dio è su di me, / perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; / mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, / a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, / a proclamare la libertà degli schiavi, / la scarcerazione dei prigionieri, / a promulgare l’anno di grazia del Signore.
...
Io gioisco pienamente nel Signore, / la mia anima esulta nel mio Dio, / perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, / mi ha avvolto con il mantello della giustizia, / come uno sposo si mette il diadema / e come una sposa si adorna di gioielli. / Poiché, come la terra produce i suoi germogli / e come un giardino fa germogliare i suoi semi, / così il Signore Dio farà germogliare la giustizia / e la lode davanti a tutte le genti.

Io gioisco nel Signore.   Di che cosa gioiamo? Qual è la causa, e dunque la qualità della nostra gioia? Isaia qui ci parla di quella gioia specifica del credente, che è gioire nel Signore, di ciò che Egli opera.
    Ne abbiamo un esempio emblematico in Is 9,1-6: quando Dio opera la nostra salvezza è come passare dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla guerra alla pace; Dio rende la nostra vita feconda, ci dona un futuro.
    È la gioia che esprime Maria nel cantico del Magnificat: Maria gioisce dell'opera di Dio, e di scoprirsene partecipe e collaboratrice.
    (Altri testi: Is 29,19; Is 41,8-16; Sal 5,12-13; Sal 32,11;33,1; Sal 33,20-22; Sal 40,17-18; Sal 63,12; Sal 64,11; Sal 85,7-8; )

Mi ha rivestito ... con il mantello della giustizia.   È un'immagine intensa, ricca di risonanze, che esprime un profondo cambiamento di stato e un dono di dignità.
    Aronne e i suoi discendenti venivano rivestiti con le splendide vesti sacerdotali, segno del loro compito: Sir 45,6-16;
    In una visione del profeta Zaccaria il sommo sacerdote Giosuè viene liberato dalle vesti immonde e rivestito a festa, come segno della fine del lutto nazionale per l'esilio, e della rinascita del culto sacerdotale. Zac 3,1-5;
    In Ezechiele è il gesto con cui Dio adotta il popolo di Israele, paragonato ad una ragazza nuda e abbandonata, e ne fa la propria sposa: Ez 16,8;
    (Altri testi: Sir 50,11; Is 60,1; Ap 19,18. Il figlio prodigo: Lc 15,22. Gesù nella passione: Lc 23,11; Mc 15,17. Rivestirsi dell'uomo nuovo: Ef 4,24; Col 3,10. Rivestirsi di Gesù Cristo: Rom 13,14; Gal 3,27.)

La salvezza che il Signore vuole donarci è questa: scoprirci amati dal Padre; desiderati dallo Sposo; partecipi, nella fede e nella preghiera, del sacerdozio di Cristo che salva il mondo.

venerdì 5 dicembre 2008

Domenica 7/12/2008 - 2a di Avvento - Anno B

Dal libro del profeta Isaia
Is 40, 1-5.9-11
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».

Consolate. Consolare vuol dire riaccendere la speranza. Nemici della consolazione sono la disperazione e la falsa speranza. La disperazione è quando non vogliamo essere consolati, quando scegliamo di chiudere il cuore alla speranza. La falsa speranza è quando poniamo la nostra consolazione e soddisfazione in gioie superficiali ed effimere, prive di radici e di stabilità: "Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione" (Lc 6,24); invece: "Beati gli afflitti, perché saranno consolati!" (Mt 5,4) Nella vicenda di Giobbe, le parole umane dei suoi amici sono sterili e moleste, non sanno dargli consolazione (Gb 16,2); solo quando Dio gli risponde Giobbe è consolato (Gb 38,1): la Parola di Dio consola efficacemente, perché nell'atto stesso del parlarci ci rivela che stiamo a cuore a Lui. Nel vangelo di Giovanni, lo Spirito è chiamato Consolatore (Gv 14,16.26; 15,26; 16,7: ci garantisce che non siamo soli, che Dio viene, che Dio opera per noi: "Ecco il vostro Dio!"

Parlate al cuore. La Parola di Dio non si rivolge alla periferia del nostro essere. Non mira a convincerci logicamente, né all'opposto tenta di circuirci facendo leva sugli istinti inconsci. Invece parla accoratamente, da cuore a cuore, si rivolge al centro del nostro essere, come l'amato parla all'amata, come la madre parla al figlio per consolarlo (Is 66,13).

Grida, alza la voce! Dio parla in maniera, intima e personale, eppure pubblica e universale. La Parola non è per pochi eletti, ma per tutti gli uomini, tutti i figli amati di Dio: "Ogni uomo" vedrà la gloria di Dio. Chi è consolato dal buon annuncio della salvezza diventa annunciatore consolante, esce dalla solitudine dell'afflizione per entrare nella condivisione della gioia.

È compiuta la tribolazione = È finita la schiavitù! Isaia annuncia la liberazione degli esiliati: per Israele è una risurrezione, un evento pari all'esodo dall'Egitto, che era stata la sua nascita. Con la venuta di Gesù finisce per tutti noi quella schiavitù più radicale che è il peccato, la paura di Dio. Il Figlio di Dio si fa Figlio dell'uomo per fare di ogni uomo un libero figlio di Dio, mai più schiavo.

giovedì 27 novembre 2008

Domenica 30/11/2008 - 1a di Avvento - Anno B

Dal libro del profeta Isaia
(Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7)
Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Avvento. Inizia l'Avvento, tempo di attesa e di risveglio. Si apre quest'anno con la preghiera accorata tratta dal libro di Isaia, che ci guida a pren­dere coscienza del nostro bisogno di salvezza, e ce ne apre la via. Ci ricorda la necessità vitale della preghiera, e ce ne mostra le dinami­che.

Noi. Sovente concepiamo la preghiera come un tu-per-tu con Dio. Gli altri restano fuori. Ci sentiamo migliori o peggiori di loro. Magari preghiamo per loro, difficilmente con loro. Isaia ci insegna a dire "noi" piuttosto che "io". "sei nostro padre", "tutti siamo avvizziti come foglie", "nessuno invocava il tuo nome". È la preghiera di un popolo, solidale nel peccato e nella speranza.

Peccatori. La preghiera autentica scaturisce dalla consapevolezza che siamo peccatori, eppure amati da Dio. Ne è modello l'invocazio­ne del pubblicano in Luca 18,13: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”. Impariamo a riconoscere il nostro peccato. Il testo di Isaia ne descrive i sintomi.
    Il peccato è vagare lontano dalle vie di Dio: quando la vita smette di avere una direzione, e ogni meta che perseguiamo si rivela inconsistente. dei nostri impulsi, delle nostre illusioni. È vivere ribelli, illusi di scuoter via la schiavitù, mentre invece ci assoggettiamo ad essa, e restiamo in balìa di noi stessi. È vivere separati dalle sorgenti della vita e della gioia, avvizziti come foglie, senza stabilità e consistenza, svuotati, portati via come il vento. È lasciarsi indurire il cuore, ritrovarsi incapaci di amare, di sentire profondamente, di cambiare. È contaminarsi con ciò che corrompe la vita, come una cosa impura, che spande odore di morte. È smettere di alzare lo sguardo per incrociare quello di Dio, non cercare più il suo volto, trovarsi incapaci di invocare il suo nome.

Ricordiamo. La preghiera si nutre del ricordo: ricordare le vie di Dio, ricordare il cammino fatto con lui, ricordare che c'è una strada aperta che ci attende; ricordare la potenza sorprendente e inattesa con cui Dio ha operato la nostra salvezza. Dove si accende il ricordo si prepara il ritorno: di Dio a noi, di noi a Lui.

Attendiamo. La preghiera risveglia in noi l'attesa, colma di desiderio e di speranza: Ritorna!... Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Il peccato ci nasconde lo sguardo di Dio, ci fa sentire invincibilmente soli, separati da Lui. La preghiera esorcizza il velo nebbioso del pec­cato, scavalca la distanza tra terra e cielo, realizza il miracolo dell'in­contro. Chi sa invocare desidera, chi desidera spera, chi spera si riapre alla vita.

Crediamo. Signore, tu sei nostro padre... tutti noi siamo opera delle tue mani. Il culmine della preghiera cristiana è la parola “Padre!”. Quando riusciamo a dire con fede che Dio è Padre e che noi siamo figli, il peccato è vinto e la salvezza è nostra!

sabato 22 novembre 2008

Domenica 23/11/08 - Cristo Re - Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo
(25,31-46 - Il giudizio finale)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

La sua gloria. La gloria di Cristo Re non è quella quella proposta dal Tentatore, la gloria dei regni del mondo. Questa gloria, Gesù la rifiuta (Mt 4,8). Invece, egli si gloria di operare ciò che dà gloria al Padre: la nostra salvezza. Vedendo i suoi miracoli la gente dà gloria a Dio. (Mt 9,8; 15,31) Gesù esorta anche noi ad operare per la gloria di Dio, divenendo così luce del mondo (Mt 5,16)
E noi di cosa ci gloriamo?

L'avete fatto a me. Gesù nella sua vita terrena si è fatto povero per darci la possibilità di donare. ha sofferto fame e sete ed è stato sfamato e dissetato, ha peregrinato da una città all'altra come straniero ed è stato a volte accolto, a volte respinto. Accoglierlo o rifiutarlo, è la salvezza o la perdizione.
  Dopo la sua vita terrena, i suoi discepoli prendono il suo posto, continuano la sua missione, bussano da poveri alle porte dei cuori, chiedendo accoglienza offrono la salvezza. (Mt 10,5,15; Mt 10,40-42)
   La povertà che chiede accoglienza e la ricchezza che sa donare si incontrano nell'amore che genera comunione e salva. Il ricco che soccorre il povero, riceve la salvezza. Il povero che chiede aiuto, la offre!

Venite / lontano da me! La salvezza è essere con Gesù; la perdizione è esserne separato. Cominciano già in questa vita, quando amiamo e quando non amiamo. Il giudizio finale rende definitive le nostre scelte.

Quando? L'eternità si gioca nelle pieghe della quotidianità. Nessun gesto è neutrale. Ogni passo va verso la vita o verso la morte. Oggi possiamo amare, aprire il cuore, incontrare Cristo, il Re mendicante che dona la salvezza chiedendo un sorso d'acqua (Gv 4,7)

domenica 16 novembre 2008

Domenica 16/11/2008 - 33a del tempo ordinario - Anno A

Dal vangelo secondo Matteo
(25,14-30)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:  «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.  Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.   Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.  Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.  Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.  Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Chiamò i suoi servi: Il servo non è lo schiavo: è l'uomo di fiducia, cui il padrone da l'autorità di agire in suo nome. La tradizione cristiana applica a Gesù i canti del Servo sofferente di Isaia, vedendo in lui colui che compie perfettamente la volontà di Dio. Anche a noi Dio dà piena fiducia, ci affida la sua opera per compierla fino in fondo, come Gesù.

Consegnò loro i suoi beni e partì: I talenti non sono le nostre capacità, ma i beni di Dio. Egli consegna quanto ha di più caro. A Gesù consegna il Vangelo per noi; a noi consegna il suo Figlio, fino in fondo, fino alla croce. Dio consegna e parte, si fa da parte, fa posto alla nostra libertà. Rischia sul serio, con noi.

Volle regolare i conti: Dio chiede conto dei beni che ci ha donato, ma non li rivuole indietro, li lascia in mano a noi. Nella parabola l'unico condannato è proprio colui che tenta di restituire!

Mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso: Non è un atto di prepotenza. Senza Dio, le nostre messi marcirebbero nei campi e non sapremmo a chi offrirle. È Lui che porta a compimento la nostra fatica, raduna le nostre opere sparse, le porta a maturazione e dona fecondità.

Prendi parte alla gioia del tuo padrone: I guadagni sono proporzionali ai doni: è la logica umana. Ma la ricompensa è unica e sproporzionata: Dio ci chiama nella Sua gioia: questa è la Sua logica!

A ciascuno secondo la sua capacità: "Capacità" in greco è dynamis, la stessa parola che indica la potenza, di Dio, che si manifesta guarendo e salvando. Attraverso le nostre capacità umane, in noi opera la forza dello Spirito, per creare, guarire e salvare.

Andò a impiegarli: La stessa parola ("operare") è impiegata per azioni molto differenti: per il figlio che va a lavorare nella vigna (Mt 21,28) e per la donna che profuma Gesù (Mt 26,10): entrambe le azioni sono secondo la volontà di Dio, opere belle a Lui gradite. Non c'è un modo solo di renderGli gloria!

Per paura ho nascosto: È l'opposto dell'uomo che, con gioia, porta alla luce il tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44). È soffocare sotto il moggio la luce del mondo, che non può restare nascosta. (Mt 5,14-15)

Ecco qui il tuo!: Come se dicesse: "Tieniti il tuo talento. Io non lo voglio, non è mio, è troppo pericoloso! Non è un dono, ma un debito: mi toccherebbe risponderne davanti a Te...". È il rifiuto di far nostra la vita che Dio ci dona, di adottare ciò che Dio ci affida. La colpa del servo pauroso, è di aver lasciato orfano il suo talento.

A chi ha sarà dato: Qui il verbo "avere" ha un significato attivo: si potrebbe quasi tradurlo "a chi prende, fa proprio" A chi ha il coraggio di prendere in mano la vita. A chi ha orecchie e cuore aperto per interrogarTi, e chiedere a il senso della Parola, come i discepoli. (Mt 13,9-12) A chi ha il coraggio di vendere i tesori che credeva di avere, per far proprio il dono di Dio, l'unico tesoro autentico (Mt 13,44). A chi "ha nel grembo", come Maria (Mt 1,18.23), una vita nuova, e sa riconoscerla tutta sua, e tutta di Dio.

mercoledì 29 ottobre 2008

Sabato 1/11/2008 – Festa di Tutti i Santi

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1 Gv 3,1-3) Vedremo!

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Figli di Dio: lo siamo realmente!
Di fatto è così. Non è lasciato alla nostra scelta. È scritto nella nostra carne, nel nostro essere. Siamo carichi dell'attesa amorosa di Dio, trepidante e rispettosa. Dio ci ama come figli suoi. Desidera che siamo con Lui, come Lui. E di più ancora, desidera che siamo noi stessi, liberi, non copie di altri (di idoli), né timorosi come schiavi, né calcolatori come salariati. La Sua attesa amorosa ci apre un destino.

Ciò che saremo non è stato ancora rivelato
Ai nostri occhi? O anche a quelli di Dio? In queste parole c'è tutta la Sua attesa. Come una madre che porta un figlio in grembo, e si chiede che volto avrà. E se anche tutto, di quel figlio, viene da lei, pure non ne conosce ancora il volto; perché il figlio è altro da lei, ha già la sua libertà. Anche Dio attende con pazienza e fiducia: sa già che saremo simili a Lui, anche se non sa ancora – neppure Lui – quale sarà il nostro modo di essergli simili. Ma simili, questo certamente, perché siamo suoi.

Lo vedremo così come egli è
E sarà il nostro primo autentico vedere. Come il bimbo quando impara il volto della madre, e da quello impara a vedere tutto. Finora (nel grembo di Dio!) crediamo di conoscerLo: e ciecamente Lo conosciamo, è la Sua vita che scorre in noi: ma ci manca ancora di vedere il Suo volto.

Chiunque ha questa speranza in lui purifica se stesso
L'attesa dell'Altro ci fa nascere, ci fa scegliere e discernere e dire dei sì e dei no, separando l'indifferenziato: un atto creativo. Signore, Fa' che viviamo nell'attesa dell'incontro ridente con Te, della nostra nascita.

sabato 25 ottobre 2008

Domenica 26/10/2008 - 30a del tempo ordinario - Anno A

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)
Con tutto il cuore.

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Comandamento - Legge
   Il comandamento di Dio non va confuso con le tradizioni degli uomini (Mt 15,3), con le centinaia di precetti e divieti minuziosi che i farisei tentavano (invano) di osservare e di far osservare, perdendo di vista la volontà di Dio (Mt 23,23)
   Così pure la parola Legge non indica soltanto la legislazione, bensì la parte iniziale e fondamentale della Bibbia, dove Dio fa alleanza con il suo popolo, promettendogli la salvezza.
   In effetti, i comandi di Dio vanno sempre interpretati come promesse: comandando qualcosa, Dio la indica come possibile! (ad es. Pietro chiede a Gesù: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque!": Mt 14,28) È in questo senso che Gesù dice di essere venuto a dare compimento alla Legge fino all'ultima virgola (Mt 5,17-18): egli viene a compiere la promessa di Dio!

Amerai il prossimo tuo
   Non è un imperativo, ma un indicativo futuro: Gesù non solo comanda, ma soprattutto promette che verrà il momento quando finalmente sapremo amare perfettamente, come Dio ama (Mt 5,48): anche chi non ci ama o ci è nemico (Mt 5,43-46), abbattendo le barriere dell'odio e facendoci prossimi a chi è lontano o ci tiene lontano.

Come te stesso
   Quando si impara l'amore vero, quello di Dio, cade la barriera che separa il dall'altro.
   Salviamo noi stessi, solo se rinneghiamo la nostra solitudine privata, e scopriamo la comunione profonda che ci lega agli altri, e la croce degli altri diventa la nostra (Mt 16,24-25; Mt 27,40-42)

Con tutto il cuore
   L'amore vero unifica il cuore, lo rende puro, (Mt 5,8) cioè senza doppiezze: non c'è spazio nel cuore per due amori separati (Mt 6,24), altrimenti saremmo profondamente lacerati, poiché dov'è il nostro tesoro là è anche il nostro cuore (Mt 6,21).
   E nel contempo l'amore vero ci dilata il cuore, rendendoci capaci di abbracciare in unico atto Dio, gli altri, noi stessi, senza che nessuno tolga spazio a nessun altro!

Il primo ... Il secondo
   L'amore divino ha la priorità sull'amore umano (anche il più profondo: Mt 10,37), non perché il secondo sia meno importante (anzi è simile al primo, come l'uomo è simile a Dio: Gn 1,26) ma perché dall'amore di Dio scaturisce l'amore per il prossimo, il quale è secondo non perché inferiore ma perché segue il primo come conseguenza necessaria.

sabato 18 ottobre 2008

Domenica 19/10/2008 - 29a del tempo ordinario - Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)
Quel che è di Dio.
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Pagare il tributo.
Si deve pagare quando si è debitori. Se non posso pagare divento prigioniero del creditore (Parabola del debitore perdonato: Mt 18,25.34; 5,26) Quando pago, mi metto in pari e posso interrompere i rapporti con il creditore (Mt 20,14) In entrambi i casi, non è possibile un rapporto positivo tra le due parti.
Per questo Dio non vuole essere in credito con noi, e ci dona tutto ciò di cui gli saremmo debitori (Mt 18,27). Non abbiamo tasse da pagare a Dio, perché siamo figli e non sudditi (Mt 17,25-26)

Rendete a Dio quello che è di Dio
Non si tratta di pagare o di restituire: se fosse così, dovremmo privarci di tutto, anche di noi stessi (Mt 18,25-26). Si tratta di render gloria a Dio con le opere buone (Mt 5,16), amando e perdonando come Lui ama e perdona (Mt 5,44-48), condonando i debiti come Lui li condona a noi (Mt 18,33)
Dio non ci chiede di pagargli le decime (le tasse religiose), ma di vivere la misericordia, la giustizia, la fedeltà (Mt 23,23),

Cesare / Dio
È l'imperatore, il più grande tra i re di questa terra, quelli che esigono tributi dai sudditi (Mt 17,25), dominano ed esercitano il potere (Mt 20,25).
Fa tutt'uno con Erode, che per mantenere il potere non esita ad imprigionare e uccidere gli innocenti (Mt 2,13.16; 14,3.5)
Gesù regna nel modo opposto: nella solidarietà con i piccoli e i poveri (Mt 25,40); nella sofferenza e nella persecuzione (Mt 27,11.29); non salva sé stesso, ma dona la sua vita per salvarci (Mt 27,37.42).

L'immagine e l'iscrizione
L'immagine dell'imperatore è un idolo che chiede adorazione; l'iscrizione ricorda il marchio della Bestia nell'Apocalisse, senza il quale nessuno può comprare o vendere (Ap 13,16-17)
Invece l'uomo è creato a immagine di Dio (Gn 1,26-27), e i redenti portano il sigillo di Dio sulla fronte: il segno della Croce. (Ap 7,3-4). Gesù in croce è l'immagine del modo di regnare di Dio e l'iscrizione sulla Croce lo annuncia a tutti (Mt, 27-37)
Ci sono due "economie", ognuna con le proprie regole, i propri valori, i propri stili di vita: quella di Cesare, basata sul debito, sul credito, sul potere e sulla violenza; e quella di Dio, basata sul dono gratuito, sulla gratitudine, sul servizio e sull'amore.
Noi possiamo e dobbiamo scegliere...

sabato 11 ottobre 2008

Domenica 12/10/2008 - 28 a del tempo ordinario - Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,1-14)
Venite alle nozze!

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Una festa di nozze.
Il Vangelo è un invito a nozze. Si apre con Giuseppe che prende con sé Maria sua sposa (Mt 1,24); Gesù paragona sé stesso allo sposo, e i suoi discepoli agli invitati a nozze (Mt 9,15); l'ultima serie di parabole, che ci parla del compimento finale della storia (Mt 25), inizia con la narrazione di una festa di nozze (Mt 25,1)
Dio viene a noi come Sposo, cerca la comunione d'amore con noi, vuole che partecipiamo alla sua gioia.

Ho preparato il mio pranzo ... tutto è pronto.
Dio prepara tutto con amore, con prodigalità, senza trascurare nulla (come la vigna nella parabola dei vignaioli omicidi: Mt), pregustando la gioia che vuole condividere con noi. Il suo Regno è preparato per noi fin dalla fondazione del mondo (Mt 25,34).

Non se ne curarono ... andarono ai propri affari
Siamo noi che non siamo pronti (come le vergini stolte: Mt 25,10-12). Ci curiamo d'altro, abbiamo da fare gli affari nostri. Ci smarriamo nel nostro privato, nella nostra vita. Ma "chi vorrà salvare la propria vita, la perderà" (Mt 16,25).

Usciti per le strade.
Il primo che esce per cercarci e chiamarci alla vita vera è Dio: come il seminatore che esce a seminare (Mt 13,3) e il padrone della vigna che cerca operai da coinvolgere (Mt 20,1). E tutta la predicazione di Gesù avviene percorrendo instancabilmente le strade della nostra terra per incontrarci e chiamarci a nozze.

La sala si riempì di commensali
Matteo forse qui ricorda il pranzo che ha offerto a Gesù appena conosciuto, quando "sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Lui" (Mt 9,10); e pensa alla moltitudine dei cristiani che si convertivano dal paganesimo: "verranno molti da oriente e da occidente e siederanno a mensa ... nel regno dei cieli" (Mt 8,11). E forse riflette anche su come Gesù abbia improvvisamente strappato anche lui dal banco delle imposte, dove si faceva gli affari suoi, (Mt 9,9) per farlo sedere alla tavola del Regno.
Al banchetto convengono coloro che non hanno di meglio da fare: coloro che riconoscono che rispondere all'invito di Dio è il meglio che si possa fare, l'unica cosa che veramente conta e dà pienezza a tutte le altre.

giovedì 2 ottobre 2008

Domenica 5/10/08 (27a del T.O. - Anno A)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43)
Mandò loro il proprio figlio.

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio!. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato / è diventata la pietra d’angolo; / questo è stato fatto dal Signore / ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Piantò una vigna ... se ne andò lontano.
La vigna rappresenta il mondo, l'umanità, ciascuno di noi. Dio inizia la Sua opera con grande amore, con attenzione e sapienza; poi si fa da parte e affida la Sua opera a noi, ci lascia spazio per renderci protagonisti responsabili della nostra esistenza.

La diede in affitto / mandò loro il proprio figlio.
Dopo aver affidato all'umanità la Sua creazione, il mondo e la storia, Dio rischia quanto ha di più caro, ci dona il proprio Figlio, si mette Egli stesso nelle nostre mani.

Avremo noi l'eredità.
La nostra eredità, il nostro destino, è il Regno, preparato per noi dall'eternità (Mt 25,34). È la vita eterna, cioè la vita stessa di Dio (Mt 19,29) Ciò che noi vorremmo estorcere, Dio vuole donarcelo! Scrive San Paolo: "Dio, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (Rom 8,32); "Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio, coeredi di Cristo" (Rom 8,17).

I frutti del Regno di Dio
Il frutto che Dio attende da noi è la conversione, che avviene quando si accoglie l'annuncio del Regno di Dio (Mt 3,2.8). È il frutto che nasce abbondante dalla Parola di Dio quando è accolta e custodita (Mt 13,8). La colpa dei contadini non è di non voler consegnare il raccolto, ma di non aver fatto fruttificare la vigna loro affidata.

La pietra d’angolo
La citazione del Salmo 118 è sempre usata nel Nuovo Testamento per parlare di Cristo risorto. Gli uomini uccidono, e si aspettano che Dio faccia altrettanto; invece la Sua risposta al nostro rifiuto mortale è la Risurrezione.

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