lunedì 17 marzo 2014

Vangelo secondo Matteo 20,1-16; 21,28-43 - La vigna di Dio.


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014
Don Giulio Lunati, 12 marzo 2014, Duomo di Pavia
La vigna di Dio (Matteo 20,1-16 e 21,28-43)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

Oggi leggiamo tre brani, di cui due consecutivi. Sono nei capitoli 20 e 21 di Matteo e hanno in comune in maniera appariscente il tema della vigna e in maniera più sottile un altro tema che andremo a vedere.

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

Poi andiamo al capitolo 21. Il titolo è “Parabola dei due figli”: in realtà a metà ci andrebbe un altro titolo, ma sempre di vigna si parla.

Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: - Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna -. Ed egli rispose: - Non ne ho voglia -. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: - Sì, signore -. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: - Avranno rispetto per mio figlio! -. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: - Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità! -. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. Gli risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Come vi dicevo, questi testi evidentemente hanno in comune l’immagine della vigna. È un’immagine metaforica. Compare in queste tre parabole (quindi racconti che hanno una forte valenza metaforica) e salta all’occhio immediatamente.
È curioso osservare, e ritengo non sia casuale, che c’è un altro tema che si intreccia con questo. In questi tre testi che parlano della vigna si parla anche di servi e di figli. La prima parabola parla di operai, la seconda parla di figli, la terza, quella più drammatica, parla di tutt’e due: ci sono i contadini che hanno preso in affitto la vigna e poi c’è il figlio.
Mentre parliamo di queste parabole, il tema più importante che emerge probabilmente è proprio questo. Lavorare nella vigna del Signore non come salariati o affittuari, ma come figli ed eredi. Questo è quello che il Signore ci insegna con queste parabole.
Ci soffermeremo soprattutto sulla prima e sulla seconda. Qualche cenno, se facciamo in tempo, anche sulla terza.

Innanzitutto guardiamo i protagonisti delle parabole.
“Il regno dei cieli è simile a un padrone” (prima parabola); “Un uomo aveva due figli”, e poi lo si chiama esplicitamente padre (chi dei due ha fatto la volontà del “padre”?). Quindi abbiamo un padrone nella prima, un padre nella seconda, nella terza abbiamo un padrone che è anche un padre. Un uomo possedeva un terreno, manda i servi, è lui il proprietario, è il padrone, ma poi si rivela soprattutto come padre. Allora vedete queste due immagini che rappresentano Dio.

Padrone: qual è la definizione di padrone? La troviamo alla fine della prima parabola: “non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Questa è la definizione di padrone. Ma adesso vedremo che cosa implica il fatto che Dio sia padre.
Alla lettera, filosoficamente e teologicamente è anche vero che Dio, essendo il creatore, può fare delle sue cose, cioè del creato, quello che vuole (è la maestà di Dio), ma questo non servirebbe il Vangelo a insegnarcelo. Questo padrone invece rivela di avere innanzitutto un volto e un ruolo di padre. Nella terza parabola c’è proprio questa trasfigurazione da padrone a padre, che dona il suo figlio.

Gli altri protagonisti sono gli operai, i lavoratori nella prima parabola e i figli nella seconda. Sia agli operai che ai figli ha rivolto lo stesso invito: andate a lavorare nella mia vigna, andate a lavorare nella vigna. C’è anche una piccola variante: nella mia vigna / nella vigna. Ci soffermeremo su questa sottile ma importante differenza.
Nella terza parabola ci sono i contadini a cui la vigna è data in affitto, c’è il figlio che è l’erede e i contadini che vorrebbero usurpare l’eredità e quindi arrogarsi il ruolo di figli.
Ecco allora che queste tematiche padre-padrone, salariato-operaio-contadino-affittuario-figlio si intrecciano tutte e tre, attorno alla vigna.

La vigna è quella coltura che più che un possesso è una cura. Cioè la vigna, a differenza probabilmente delle altre colture, il contadino la sente un po’ più sua perché bisogna fare più fatica, è più delicata, va curata quasi come un bambino. E allora attorno alla vigna si intessono non solo interessi economici ma anche affetti. È per questo che l’immagine della vigna può bene fare da perno per farci ruotare da una visione padrone-operai a una visione padre-figlio.

Adesso entriamo nella prima parabola. L’azione di questo padrone, padrone di casa.
Fa due cose: uscì per cercare lavoratori per la sua vigna ... uscito verso le nove del mattino ne vide altri ...uscì e fece altrettanto ...uscito ancora verso le cinque ne vide altri ...
Fa queste due cose: esce e vede. È l’azione di Dio: esce ...
Vi ricordate anche nel brano della zizzania? C’è un uomo che esce a seminare: esce.
L’azione di Dio è uscire . Uscire per venire a noi, uscire per venire nel suo popolo, nella sua terra, nella sua creazione, tra i suoi figli. Esce, non sta dentro, non sta sulle sue.
E dapprima capiamo perché esce questo padrone: esce perché ha bisogno, c’è da lavorare nella vigna, ha bisogno salariati. E dei primi non si dice neanche che uscì e li vide: li cerca.

Poi continua a uscire. Questo continuare a uscire comincia a stupirci, soprattutto quando esce ancora alle cinque di sera: per quanto la vigna potesse aver bisogno di operai, ormai è molto discutibile che ci fosse così tanto bisogno da uscire ancora a cercarne altri, quando ormai manca un’ora di lavoro e poi tutto finisce.
Cominciamo a capire che ciò che sta a cuore a questo padrone non è la vigna in sé, ma sono gli operai. Con quel bel cambiamento di prospettiva che anche la dottrina sociale della Chiesa sottolinea: il lavoro è per l’uomo.

Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Perché nessuno ci ha presi a lavorare. Questa domanda e questa risposta drammatica (che tra l’altro al giorno d’oggi possiamo sentire in tutta la loro realtà non metaforica, come in questa parabola), la realtà cruda e reale della disoccupazione, qui in questo contesto ci fanno pensare alla disoccupazione ancora più radicale che è quella del non avere un fine, un senso, una prospettiva. L’umanità spesso è così. Se non trova un senso e una prospettiva che le vengano date, gli uomini sono come disoccupati: non c’è nulla di abbastanza grande e bello per giustificare i nostri sforzi, la nostra dedizione, il nostro essere. Se nessuno ci chiama e ci cerca, noi siamo come una nave che va alla deriva; possiamo cercarci sì le nostre finalità, i nostri obiettivi, ma non possiamo ignorare che hanno un respiro corto. Perché vivere? Perché darsi da fare? A cosa dedicare i nostri sforzi? Ai soldi, alla carriera, ai figli, allo stato, alla patria? Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia uno sbocco per quelle energie buone, creative, per quei sogni che abbiamo dentro.

Allora questo padrone che va a cercare gli operai non è propriamente un padrone: si rivela pian piano come un padre, che è più interessato agli operai, alle persone, che alla vigna, alle cose.
E allora anche il creato si trasfigura: non è l’uomo per il creato, ma è il creato per l’uomo. Nel senso che il creato ci è dato perché noi possiamo diventare creativi. O meglio, c’è una simbiosi. Quando si dice nella Genesi che Dio mise Adamo nel giardino di Eden per coltivarlo e custodirlo, si sta dicendo una cosa simile a questa. Al creato è dato un custode, all’uomo è dato un senso. Poi è chiaro che il senso dell’uomo non è tutto qui. Il senso dell’uomo è soprattutto nel rapporto con chi gli affida il creato, la vigna, il regno.

Facciamo un passo in più. Il rapporto che c’è tra questo padrone e questi operai avventizi, chiamati a lavorare al primo o all’ultimo momento. Il tempo che passa (l’alba, le nove, mezzogiorno, le tre, le cinque, la sera ...) e per gli ultimi sembra passare invano. Mentre il tempo passa, anche il rapporto tra il padrone e gli operai si modifica sottilmente.

Quelli chiamati alla prima ora stipulano un vero e proprio contratto: “Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna”. È un contratto in piena regola. E alla fine uno di questi mugugna e il padrone gli dice: “Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene”. C’è un limite in questo rapporto: è un rapporto in cui tra le persone c’è la mediazione semplicemente delle cose e della legge.
Questo è un modo di rapportarsi con Dio. Un modo di rapportarsi con Dio in cui noi forniamo certe prestazioni religiose e in cambio riceviamo la vita eterna come premio: i patti sono chiari, ci resteremmo male se non fossero rispettati, ma ci resteremmo male anche se qualcun altro potesse avere la vita eterna senza aver obbedito bene e con fatica come noi.

Gli altri operai, quelli di mezzo. “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Qui da un contratto si sta passando a una promessa: non dice quanto darà. “Quello che è giusto”. E questi si fidano e ci vanno.
Un altro modo di rapportarsi con Dio, in cui c’è sempre la speranza di un premio, ma ci si fida di una promessa, ci si fida della parola: il rapporto comincia a diventare più personale.

Stupisce ancora di più il dialogo con gli ultimi. “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. “Andate anche voi nella vigna”. Non c’è un contratto, non c’è neanche una promessa, non si nomina una paga neppure minima (neanche viene negata, però non viene nominata), e può anche darsi che quegli operai siano andati non tanto sperando di prendere qualcosa, (che comunque sarebbe stato pochissimo), ma perché, tutto sommato, pur di muoversi e di non aver buttato via proprio tutta la giornata, uno ci va ... Ci vanno forse anche gratuitamente: non è nominato, non è promesso nulla.

C’è un dettaglio sottile ma cruciale secondo me. Nella traduzione compare sì e no, ma nel testo originale le prime volte viene detto: “Andate nella mia vigna” (la mia vigna), l’ultima volta, come è tradotto anche qui, c’è “Andate nella vigna”.
È la stessa frase che nella seconda parabola usa il padre verso i figli. Il padre ai figli non dice “Andate nella mia vigna”: perché? Ma perché non è la sua, è la loro vigna: non c’è neanche bisogno di mettere un aggettivo possessivo. “Andate nella vigna”: andate nella nostra vigna!
È interessante che questa stessa mancanza dell’aggettivo possessivo compaia nel testo greco solo con gli operai dell’ultima ora, quelli che forse non si aspettano neanche una paga. Allora forse questi operai sono trattati quasi da figli.
Vanno a lavorare per il gusto di lavorare? Vanno a lavorare perché si fidano di quell’uomo? Quanto meno il nostro rapporto con Dio si fonda sulle mediazioni delle cose, dei beni, delle regole e delle promesse, quanto più impariamo a lavorare nella vigna di Dio perché ci interessa, tanto più essa diventa anche la nostra e tanto più noi impariamo ad amare ciò che Dio ama e a sentire nostro ciò che Dio sente suo. E questo è essere figli.

Questa cosa diventa più chiara nella seconda parabola, ma ancora una parola sulla prima. Le ultime parole: “non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Questa è la definizione di padrone, l’azione è l’azione di un padre. Quello che vuole è donare. Il padre le cose le gestisce per donarle ai figli, per lasciarle ai figli, perché diventino le loro. Allora questo padrone svela di avere un cuore di padre.
Non a caso poi, nella seconda parabola, appunto di un padre si parla. La vigna in questo caso non è più qualcosa di estraneo a chi ci va a lavorare.

Perché questo padre manda i figli a lavorare nella vigna? Perché non ha abbastanza operai? O forse perché sa che solo se vanno a lavorarci diventa veramente la loro? Una cosa è tua non solo quando ne acquisisci il diritto di possesso. Per questo basterebbe aspettare che il padre muoia e avere l’eredità. Ma una cosa diventa tua quando tu diventi suo. Ciò che noi diciamo veramente mio non è semplicemente ciò che possediamo e possiamo farne quello che vogliamo, ma è ciò per cui ci spendiamo. Allora questo padre manda i figli a lavorare nella vigna perché la vigna possa diventare la loro.

E allora il Signore perché ci chiede di faticare, soffrire, darci da fare per il suo regno? Perché sia il nostro. Come nella parabola che abbiamo esaminato tempo fa (quella dei talenti), alla fine si scopre che quell’uomo che aveva lasciato i talenti ai suoi servi glieli lascia per sempre. Glieli ha dati in mano e sembrava un prestito, un affido temporaneo, e poi è divenuto un dono. Ma solo perché hanno avuto il coraggio di investircisi, coinvolgersi, quei talenti poi possono diventare i loro per sempre.
I beni di Dio diventano i nostri, se ce li prendiamo a cuore. La vigna di Dio diventa nostra, il regno di Dio diventa nostro, se ce lo prendiamo a cuore.

I due figli, che reagiscono in maniere differenti, sono molto interessanti. Notate bene che quello che non ci andò è quello che dice “Sì, signore”. L’altro è più sgarbato: “Non ne ho voglia”. Uno dice: “Sì, signore”, ma quel “signore” prende le distanze. “Sì, padrone”, verrebbe da dire.
A un padrone si obbedisce se proprio è necessario e lo si fa solo per non essere puniti (e infatti poi “non vi andò”).
A un padre si obbedisce perché non si fa la sua volontà, ma si vuole la sua volontà (“Pentitosi, ci andò”).
Quel figlio che non tratta il padre da padrone e si prende forse anche un po’ troppa confidenza (“Non ne ho voglia”), però è quello che proprio per questa mancanza di distanza riesce a fare il passo decisivo, capisce perché il padre gli ha chiesto di andare a lavorare nella vigna e allora ci va.
E noi abbiamo un cuore da salariati o un cuore da figli e, se abbiamo un cuore da figli, di che tipo?

Sulla terza parabola volevo farvi notare appunto la dinamica, il conflitto, tra coloro che sono solo degli affittuari e colui che è figlio. Per gli uni il padrone è padrone, per gli altri è padre. E qui il figlio addirittura diventa dono per gli affittuari, forse perché possano imparare dal figlio.
Anche noi, che tendenzialmente abbiamo tutti un cuore da affittuari, da mezzadri, da salariati, e vorremmo con Dio fare dei bei contratti come si fa coi padroni, solo dal Figlio possiamo imparare a essere figli.

Cosa ci insegnano queste parabole per quanto riguarda la preghiera, che è il filo conduttore delle nostre riflessioni? Credo che ci insegnino a cosa serve la preghiera, anche se qui non si parla di preghiera.
A cosa serve la preghiera? Serve a farci non solo fare la volontà di Dio, ma a farcela volere. Quando stiamo davanti a Dio e accogliamo la sua parola e lasciamo che lui ci trovi (perché lui sempre esce a cercarci), lasciamo che lui ci coinvolga, allora forse il nostro cuore può cambiare e impariamo a guardare le cose della nostra vita belle e brutte, i doni e gli impegni che lui mette nelle nostre mani, come dono suo che deve diventare nostro e dobbiamo prendercelo a cuore. Impariamo che c’è sì tanto da lavorare nella vigna del Signore, ma che è anche la nostra, e allora le cose che abbiamo da fare, da vivere, cambiano colore, perché cambia colore il nostro rapporto con Dio.

In sintesi le parabole che abbiamo ascoltato oggi ci insegnano a coltivare in noi un cuore da figli e a cercare la volontà di Dio non per motivi estrinseci, ma per i motivi intrinseci, perché è bella, perché egli è nostro Padre. E allora ereditiamo da lui non tanto dei beni, ma un cuore. Questo solo nella preghiera può diventare vero.

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