SCUOLA DI PREGHIERA
2013-2014
Don Giulio Lunati, 12
marzo 2014, Duomo di Pavia
La vigna di Dio
(Matteo 20,1-16 e 21,28-43)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)
Oggi leggiamo tre brani,
di cui due consecutivi. Sono nei capitoli 20 e 21 di Matteo e hanno
in comune in maniera appariscente il tema della vigna e in maniera
più sottile un altro tema che andremo a vedere.
Il regno dei cieli è
simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a
giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un
denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le
nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e
disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve
lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e
verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne
vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state
qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché
nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate
anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il
padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i
lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai
primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero
ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che
avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un
denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo:
“Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati
come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti
faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi
il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a
te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei
invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e
i primi, ultimi.
Poi andiamo al capitolo
21. Il titolo è “Parabola dei due figli”: in realtà a metà ci
andrebbe un altro titolo, ma sempre di vigna si parla.
“Un uomo aveva due
figli. Si rivolse al primo e disse: - Figlio, oggi va’ a lavorare
nella vigna -. Ed egli rispose: - Non ne ho voglia -. Ma poi si pentì
e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose:
- Sì, signore -. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà
del padre?”. Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In
verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti
nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della
giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute
invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose,
ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.
Ascoltate un’altra
parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una
vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio
e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne
andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò
i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini
presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro
lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi,
ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio
figlio dicendo: - Avranno rispetto per mio figlio! -. Ma i contadini,
visto il figlio, dissero tra loro: - Costui è l’erede. Su,
uccidiamolo e avremo noi la sua eredità! -. Lo presero, lo
cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il
padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. Gli
risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in
affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a
suo tempo”.
E Gesù disse loro:
“Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i
costruttori hanno scartato
è diventata la
pietra d’angolo;
questo è stato
fatto dal Signore
ed è una
meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a
voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne
produca i frutti.
Come vi dicevo, questi
testi evidentemente hanno in comune l’immagine della vigna.
È un’immagine metaforica. Compare in queste tre parabole (quindi
racconti che hanno una forte valenza metaforica) e salta all’occhio
immediatamente.
È curioso osservare, e
ritengo non sia casuale, che c’è un altro tema che si intreccia
con questo. In questi tre testi che parlano della vigna si parla
anche di servi e di figli. La prima parabola parla di
operai, la seconda parla di figli, la terza, quella più drammatica,
parla di tutt’e due: ci sono i contadini che hanno preso in affitto
la vigna e poi c’è il figlio.
Mentre parliamo di queste
parabole, il tema più importante che emerge probabilmente è proprio
questo. Lavorare nella vigna del Signore non come salariati o
affittuari, ma come figli ed eredi. Questo è quello che il
Signore ci insegna con queste parabole.
Ci soffermeremo
soprattutto sulla prima e sulla seconda. Qualche cenno, se facciamo
in tempo, anche sulla terza.
Innanzitutto guardiamo i
protagonisti delle parabole.
“Il regno dei cieli è
simile a un padrone” (prima parabola); “Un uomo aveva due figli”,
e poi lo si chiama esplicitamente padre (chi dei due ha fatto la
volontà del “padre”?). Quindi abbiamo un padrone nella
prima, un padre nella seconda, nella terza abbiamo un
padrone che è anche un padre. Un uomo possedeva un terreno,
manda i servi, è lui il proprietario, è il padrone, ma poi si
rivela soprattutto come padre. Allora vedete queste due immagini che
rappresentano Dio.
Padrone: qual è la
definizione di padrone? La troviamo alla fine della prima parabola:
“non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Questa è la
definizione di padrone. Ma adesso vedremo che cosa implica il fatto
che Dio sia padre.
Alla lettera,
filosoficamente e teologicamente è anche vero che Dio, essendo il
creatore, può fare delle sue cose, cioè del creato, quello che
vuole (è la maestà di Dio), ma questo non servirebbe il Vangelo a
insegnarcelo. Questo padrone invece rivela di avere innanzitutto un
volto e un ruolo di padre. Nella terza parabola c’è proprio questa
trasfigurazione da padrone a padre, che dona il suo figlio.
Gli altri protagonisti
sono gli operai, i lavoratori nella prima parabola e i figli nella
seconda. Sia agli operai che ai figli ha rivolto lo stesso invito:
andate a lavorare nella mia vigna, andate a lavorare nella vigna. C’è
anche una piccola variante: nella mia vigna / nella vigna. Ci
soffermeremo su questa sottile ma importante differenza.
Nella terza parabola ci
sono i contadini a cui la vigna è data in affitto, c’è il figlio
che è l’erede e i contadini che vorrebbero usurpare l’eredità e
quindi arrogarsi il ruolo di figli.
Ecco allora che queste
tematiche padre-padrone,
salariato-operaio-contadino-affittuario-figlio si intrecciano tutte e
tre, attorno alla vigna.
La vigna è quella
coltura che più che un possesso è una cura. Cioè la vigna, a
differenza probabilmente delle altre colture, il contadino la sente
un po’ più sua perché bisogna fare più fatica, è più delicata,
va curata quasi come un bambino. E allora attorno alla vigna si
intessono non solo interessi economici ma anche affetti. È per
questo che l’immagine della vigna può bene fare da perno per farci
ruotare da una visione padrone-operai a una visione padre-figlio.
Adesso entriamo nella
prima parabola. L’azione di questo padrone, padrone di casa.
Fa due cose: uscì per
cercare lavoratori per la sua vigna ... uscito verso le nove del
mattino ne vide altri ...uscì e fece altrettanto ...uscito ancora
verso le cinque ne vide altri ...
Fa queste due cose: esce
e vede. È l’azione di Dio: esce ...
Vi ricordate anche nel
brano della zizzania? C’è un uomo che esce a seminare: esce.
L’azione di Dio è
uscire . Uscire per venire a noi, uscire per venire nel suo popolo,
nella sua terra, nella sua creazione, tra i suoi figli. Esce, non sta
dentro, non sta sulle sue.
E dapprima capiamo perché
esce questo padrone: esce perché ha bisogno, c’è da lavorare
nella vigna, ha bisogno salariati. E dei primi non si dice neanche
che uscì e li vide: li cerca.
Poi continua a uscire.
Questo continuare a uscire comincia a stupirci, soprattutto quando
esce ancora alle cinque di sera: per quanto la vigna potesse aver
bisogno di operai, ormai è molto discutibile che ci fosse così
tanto bisogno da uscire ancora a cercarne altri, quando ormai manca
un’ora di lavoro e poi tutto finisce.
Cominciamo a capire che
ciò che sta a cuore a questo padrone non è la vigna in sé, ma sono
gli operai. Con quel bel cambiamento di prospettiva che anche la
dottrina sociale della Chiesa sottolinea: il lavoro è per
l’uomo.
Perché ve ne state
qui tutto il giorno oziosi? Perché nessuno ci ha presi a
lavorare. Questa domanda e questa risposta drammatica (che tra
l’altro al giorno d’oggi possiamo sentire in tutta la loro realtà
non metaforica, come in questa parabola), la realtà cruda e reale
della disoccupazione, qui in questo contesto ci fanno pensare alla
disoccupazione ancora più radicale che è quella del non avere un
fine, un senso, una prospettiva. L’umanità spesso è così. Se non
trova un senso e una prospettiva che le vengano date, gli uomini sono
come disoccupati: non c’è nulla di abbastanza grande e bello per
giustificare i nostri sforzi, la nostra dedizione, il nostro essere.
Se nessuno ci chiama e ci cerca, noi siamo come una nave che va alla
deriva; possiamo cercarci sì le nostre finalità, i nostri
obiettivi, ma non possiamo ignorare che hanno un respiro corto.
Perché vivere? Perché darsi da fare? A cosa dedicare i nostri
sforzi? Ai soldi, alla carriera, ai figli, allo stato, alla patria?
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia uno sbocco per quelle energie
buone, creative, per quei sogni che abbiamo dentro.
Allora questo padrone che
va a cercare gli operai non è propriamente un padrone: si rivela
pian piano come un padre, che è più interessato agli operai, alle
persone, che alla vigna, alle cose.
E allora anche il creato
si trasfigura: non è l’uomo per il creato, ma è il creato per
l’uomo. Nel senso che il creato ci è dato perché noi possiamo
diventare creativi. O meglio, c’è una simbiosi. Quando si dice
nella Genesi che Dio mise Adamo nel giardino di Eden per coltivarlo e
custodirlo, si sta dicendo una cosa simile a questa. Al creato è
dato un custode, all’uomo è dato un senso. Poi è chiaro che
il senso dell’uomo non è tutto qui. Il senso dell’uomo è
soprattutto nel rapporto con chi gli affida il creato, la vigna, il
regno.
Facciamo un passo in più.
Il rapporto che c’è tra questo padrone e questi operai avventizi,
chiamati a lavorare al primo o all’ultimo momento. Il tempo che
passa (l’alba, le nove, mezzogiorno, le tre, le cinque, la sera
...) e per gli ultimi sembra passare invano. Mentre il tempo passa,
anche il rapporto tra il padrone e gli operai si modifica
sottilmente.
Quelli chiamati alla
prima ora stipulano un vero e proprio contratto: “Si accordò con
loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna”. È un
contratto in piena regola. E alla fine uno di questi mugugna e il
padrone gli dice: “Non hai forse concordato con me per un denaro?
Prendi il tuo e vattene”. C’è un limite in questo rapporto: è
un rapporto in cui tra le persone c’è la mediazione semplicemente
delle cose e della legge.
Questo è un modo di
rapportarsi con Dio. Un modo di rapportarsi con Dio in cui noi
forniamo certe prestazioni religiose e in cambio riceviamo la vita
eterna come premio: i patti sono chiari, ci resteremmo male se non
fossero rispettati, ma ci resteremmo male anche se qualcun altro
potesse avere la vita eterna senza aver obbedito bene e con fatica
come noi.
Gli altri operai, quelli
di mezzo. “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo
darò”. Qui da un contratto si sta passando a una promessa: non
dice quanto darà. “Quello che è giusto”. E questi si fidano e
ci vanno.
Un altro modo di
rapportarsi con Dio, in cui c’è sempre la speranza di un premio,
ma ci si fida di una promessa, ci si fida della parola: il rapporto
comincia a diventare più personale.
Stupisce ancora di più
il dialogo con gli ultimi. “Perché ve ne state qui tutto il giorno
senza far niente?”. “Perché nessuno ci ha presi a giornata”.
“Andate anche voi nella vigna”. Non c’è un contratto, non c’è
neanche una promessa, non si nomina una paga neppure minima (neanche
viene negata, però non viene nominata), e può anche darsi che
quegli operai siano andati non tanto sperando di prendere qualcosa,
(che comunque sarebbe stato pochissimo), ma perché, tutto sommato,
pur di muoversi e di non aver buttato via proprio tutta la giornata,
uno ci va ... Ci vanno forse anche gratuitamente: non è nominato,
non è promesso nulla.
C’è un dettaglio
sottile ma cruciale secondo me. Nella traduzione compare sì e no, ma
nel testo originale le prime volte viene detto: “Andate nella mia
vigna” (la mia vigna), l’ultima volta, come è tradotto
anche qui, c’è “Andate nella vigna”.
È la stessa frase che
nella seconda parabola usa il padre verso i figli. Il padre ai figli
non dice “Andate nella mia vigna”: perché? Ma perché non è la
sua, è la loro vigna: non c’è neanche bisogno di mettere
un aggettivo possessivo. “Andate nella vigna”: andate nella
nostra vigna!
È interessante che
questa stessa mancanza dell’aggettivo possessivo compaia nel testo
greco solo con gli operai dell’ultima ora, quelli che forse non si
aspettano neanche una paga. Allora forse questi operai sono trattati
quasi da figli.
Vanno a lavorare per il
gusto di lavorare? Vanno a lavorare perché si fidano di quell’uomo?
Quanto meno il nostro rapporto con Dio si fonda sulle mediazioni
delle cose, dei beni, delle regole e delle promesse, quanto più
impariamo a lavorare nella vigna di Dio perché ci interessa, tanto
più essa diventa anche la nostra e tanto più noi impariamo ad amare
ciò che Dio ama e a sentire nostro ciò che Dio sente suo. E questo
è essere figli.
Questa cosa diventa più
chiara nella seconda parabola, ma ancora una parola sulla prima. Le
ultime parole: “non posso fare delle mie cose quello che voglio?”.
Questa è la definizione di padrone, l’azione è l’azione di un
padre. Quello che vuole è donare. Il padre le cose le gestisce per
donarle ai figli, per lasciarle ai figli, perché diventino le loro.
Allora questo padrone svela di avere un cuore di padre.
Non a caso poi, nella
seconda parabola, appunto di un padre si parla. La vigna in questo
caso non è più qualcosa di estraneo a chi ci va a lavorare.
Perché questo padre
manda i figli a lavorare nella vigna? Perché non ha abbastanza
operai? O forse perché sa che solo se vanno a lavorarci diventa
veramente la loro? Una cosa è tua non solo quando ne acquisisci il
diritto di possesso. Per questo basterebbe aspettare che il padre
muoia e avere l’eredità. Ma una cosa diventa tua quando tu diventi
suo. Ciò che noi diciamo veramente mio non è semplicemente
ciò che possediamo e possiamo farne quello che vogliamo, ma è ciò
per cui ci spendiamo. Allora questo padre manda i figli a lavorare
nella vigna perché la vigna possa diventare la loro.
E allora il Signore
perché ci chiede di faticare, soffrire, darci da fare per il suo
regno? Perché sia il nostro. Come nella parabola che abbiamo
esaminato tempo fa (quella dei talenti), alla fine si scopre che
quell’uomo che aveva lasciato i talenti ai suoi servi glieli lascia
per sempre. Glieli ha dati in mano e sembrava un prestito, un affido
temporaneo, e poi è divenuto un dono. Ma solo perché hanno avuto il
coraggio di investircisi, coinvolgersi, quei talenti poi possono
diventare i loro per sempre.
I beni di Dio
diventano i nostri, se ce li prendiamo a cuore. La vigna di Dio
diventa nostra, il regno di Dio diventa nostro, se ce lo prendiamo a
cuore.
I due figli, che
reagiscono in maniere differenti, sono molto interessanti. Notate
bene che quello che non ci andò è quello che dice “Sì, signore”.
L’altro è più sgarbato: “Non ne ho voglia”. Uno dice: “Sì,
signore”, ma quel “signore” prende le distanze. “Sì,
padrone”, verrebbe da dire.
A un padrone si obbedisce
se proprio è necessario e lo si fa solo per non essere puniti (e
infatti poi “non vi andò”).
A un padre si obbedisce
perché non si fa la sua volontà, ma si vuole la sua
volontà (“Pentitosi, ci andò”).
Quel figlio che non
tratta il padre da padrone e si prende forse anche un po’ troppa
confidenza (“Non ne ho voglia”), però è quello che proprio per
questa mancanza di distanza riesce a fare il passo decisivo, capisce
perché il padre gli ha chiesto di andare a lavorare nella vigna e
allora ci va.
E noi abbiamo un cuore da
salariati o un cuore da figli e, se abbiamo un cuore da figli, di che
tipo?
Sulla terza parabola
volevo farvi notare appunto la dinamica, il conflitto, tra coloro che
sono solo degli affittuari e colui che è figlio. Per gli uni il
padrone è padrone, per gli altri è padre. E qui il figlio
addirittura diventa dono per gli affittuari, forse perché possano
imparare dal figlio.
Anche noi, che
tendenzialmente abbiamo tutti un cuore da affittuari, da mezzadri, da
salariati, e vorremmo con Dio fare dei bei contratti come si fa coi
padroni, solo dal Figlio possiamo imparare a essere figli.
Cosa ci insegnano queste
parabole per quanto riguarda la preghiera, che è il filo conduttore
delle nostre riflessioni? Credo che ci insegnino a cosa serve la
preghiera, anche se qui non si parla di preghiera.
A cosa serve la
preghiera? Serve a farci non solo fare la volontà di Dio, ma a
farcela volere. Quando stiamo davanti a Dio e accogliamo la sua
parola e lasciamo che lui ci trovi (perché lui sempre esce a
cercarci), lasciamo che lui ci coinvolga, allora forse il nostro
cuore può cambiare e impariamo a guardare le cose della nostra vita
belle e brutte, i doni e gli impegni che lui mette nelle nostre mani,
come dono suo che deve diventare nostro e dobbiamo prendercelo a
cuore. Impariamo che c’è sì tanto da lavorare nella vigna del
Signore, ma che è anche la nostra, e allora le cose che abbiamo da
fare, da vivere, cambiano colore, perché cambia colore il nostro
rapporto con Dio.
In sintesi le parabole che abbiamo
ascoltato oggi ci insegnano a coltivare in noi un cuore da figli e a
cercare la volontà di Dio non per motivi estrinseci, ma per i motivi
intrinseci, perché è bella, perché egli è nostro Padre. E allora
ereditiamo da lui non tanto dei beni, ma un cuore. Questo solo nella
preghiera può diventare vero.

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