martedì 28 gennaio 2014

Vangelo secondo Matteo 1,1-25 - La "genesi" di Gesù


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014

15 Gennaio 2014, Duomo di Pavia
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)
Audio mp4


La "genesi" di Gesù. (Matteo 1)


Continuiamo la nostra Scuola di Preghiera seguendo il Vangelo di Matteo e leggiamo oggi il primo capitolo, che è fatto di due brani che spesso si leggono separatamente. Ho scelto di leggerli assieme, perché, come poi cercherò di dirvi, credo che siano un tutt’uno.
Il titolo “La genesi di Gesù” è un po’ strano, ma è per usare la parola che troviamo nel testo e dopo lo spieghiamo.
Anche se i due brani fanno un tutt’uno, siccome il testo è abbastanza lungo, lo leggiamo in due parti. Comunque il discorso è del tutto unitario.

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomome da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Matteo è abbastanza coraggioso a iniziare così un Vangelo. Se fosse ai giorni nostri ci vorrebbe coraggio: dicono che la copertina e il titolo già filtrano la maggior parte dei lettori, poi la prima pagina ancora di più ... allora forse ai giorni nostri tre quarti dei lettori se ne sarebbero già andati, dopo questa pagina che può suonare noiosa. Ma credo che forse Matteo un po’ l’abbia voluta anche così, noiosa, e poi vi dico perché.

Prima di tutto, la prima parola: genealogia.
Alla lettera è “Libro della genesi”, dove “genesi” può voler dire genealogia, discendenza, generazione ... ed è molto interessante che è la stessa parola che c’è all’inizio del secondo brano. Tra un momento, leggendo il secondo brano, leggeremo: “Così fu generato Gesù Cristo”. Non è proprio così la frase. La frase è: “Questa fu la genesi di Gesù Cristo” e c’è la stessa parola che c’è qui in “genealogia”. Quindi: Libro della genesi di Gesù Cristo - Così avvenne la genesi di Gesù Cristo. I due brani cominciano con la stessa parola chiave, che è difficile da tradurre, perché, come vi dicevo, può voler dire genealogia, discendenza, generazione, nascita.
Matteo non ha inventato questa cosa: l’Antico Testamento è costellato di queste tavole genealogiche, che hanno un compito importante, di tessere un unico arazzo con i fili della vita di tante persone. Le genealogie intessono la vita privata in una vita pubblica. E allora in questo primo capitolo fa altrettanto della vita stessa di Gesù. Gesù persona concreta, Giuseppe e Maria suoi genitori, nel senso che sappiamo, la loro storia: una storia privata entra a far parte della storia del popolo di Israele.

Questa genealogia ci pone anche un problema e il problema è che questa genealogia dichiara chiaramente che Gesù non è nato da Giuseppe. E lo fa con un voluto contrasto. Abbiamo ascoltato per una quarantina di volte il verbo generò, tanto che alle nostre orecchie moderne occidentali ha generato un po’ di sazietà, e poi di colpo l’ultimo anello della catena manca. “Giacobbe generò Giuseppe ...” (tra l’altro Giacobbe c’era già all’inizio: un altro Giacobbe ... uno dice: sì, ma è sempre la solita storia ...), ”Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Qui Matteo fa apposta a presentarci una cosa vecchia, tradizionale (lo schema delle generazioni), inserendoci qualcosa che non c’era mai stato, cioè l’ultimo anello della catena non è un “generò”, ma è la parola “sposo”. C’è una catena ferrea, fatta di anelli di ferro, che sono la generazione (padre-figlio, padre-figlio, padre-figlio, padre-figlio ... ), l’ultimo anello è un anello nuziale. L’anello con cui la storia di Gesù si salda alla nostra storia è un anello nuziale.
Questo per dirvi, prima di entrare nei dettagli della genealogia, qual è la struttura di questi due brani. Il primo ci dà il quadro, il secondo è come uno zoom che va nel dettaglio, come se un film cominciasse mostrandoci una regione vasta, piena di palazzi, case, pascoli, e poi a un certo punto si fa uno zoom su una casa e si entra in un interno. Il secondo brano è questo zoom. Commenta quell’ultimo versetto: “Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”. Perché la genealogia si compia, si deve saldare quest’ultimo anello: Giuseppe, sposo di Maria. “Ecco come si compì la genealogia”, così potremmo tradurre il primo versetto della seconda parte. E ci narra non come è nato Gesù, perché la narrazione della nascita di Gesù è in fondo, nell’ultimo versetto, ma come Giuseppe è diventato lo sposo di Maria. Quindi il secondo brano commenta quel titolo di Giuseppe: Giuseppe, sposo di Maria.

Ma, adesso, andando un pochino più nei dettagli del primo brano (la genealogia), capiamo perché è così importante e perché è anche così geniale questo testo. Qui Matteo è riuscito, con un semplice elenco di nomi, a evocare per noi, davanti a noi, soprattutto per le orecchie dei suoi ascoltatori che ben conoscevano la storia sacra e gli elenchi genealogici, è riuscito a evocare in poche righe tutta la storia della salvezza, almeno da Abramo fino ai giorni suoi. Questo elenco di nomi dipinge davanti agli occhi, o meglio fa risuonare nelle orecchie degli ascoltatori, tutta la storia di Israele, punteggiata da alcune tappe.

Abramo - Davide.
Sono i due nomi che vengono ribaditi fin dall’inizio: Gesù, “figlio di Davide, figlio di Abramo”. Davide e Abramo sono i depositari delle due grandi promesse. Abramo: la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo (“in te si diranno benedette tutte le genti”: cfr. Gen 12, 3). Abramo: la promessa universale di un Dio che sarà per tutte le genti. Davide: la promessa del Messia, re di Israele. In un certo senso questa promessa è più limitata, ma Matteo ci dice: Gesù nasce come figlio di una storia che è storia di promessa, quella promessa fatta ad Abramo, che poi si è come concentrata nella storia di un popolo, nella promessa fatta a Davide; ora in Gesù queste promesse intrecciate tra di loro si compiono. E allora così la storia di Giuseppe, Maria, Gesù, si inserisce nella storia del popolo eletto, si inserisce nella storia dell’umanità.

Matteo stesso ci tiene a sottolineare tre fasi, in questa genealogia.
Le tre fasi sono: quella dei patriarchi, la fase di una promessa che sale. C’è un crescendo, è come un’ondata che cresce. Abramo: una persona sola; Isacco; Giacobbe: dodici figli; un intero popolo, fino a diventare un regno, una nazione: Davide.
Però poi la storia cambia colore: da Davide in avanti tutti i nomi che abbiamo ascoltato nella seconda fase sono nomi di re, la maggior parte dei quali vengono commentati così (nei libri delle Cronache, per esempio): fece ciò che non era gradito a Dio. È la storia di una lunga infedeltà. La fedeltà di Dio - l’infedeltà di un popolo. Tanto che poi si arriva al disastro della deportazione.
L’ultimo segmento è il segmento in cui la storia di Israele, che era salita fino al suo apice, in un certo senso, in Davide, e poi era pian piano tornata al nulla con l’esilio, ora entra in una fase silente, dove l’uomo non opera più. È il segmento degli sconosciuti: degli ultimi nomi non sappiamo pressoché nulla. È una storia che è come silente, come la terra d’inverno è in attesa.

Poi (stiamo esaminando un po’ i fili che intrecciano questo arazzo) ci sono quei nomi, nomi tutti maschili.
Avete fatto caso che c’è questo “generò” che si ripete: evoca bene come le forze umane da sole riescono solo a generare una grande ripetizione.
Il commento migliore a questo aspetto della genealogia forse è quel brano che c’è all’inizio di Qoèlet, dove dice: Vanità di vanità. Il vento gira e rigira, sul suo giro il vento ritorna; i fiumi vanno continuamente al mare e il mare non è mai sazio; ciò che è stato si rifarà. Vedete forse una cosa nuova? Ecco, proprio questa: è già successa! (cfr. Qo 1, 2-11).
È una storia che si avviluppa su se stessa e non riesce a sfuggire ai suoi giri e rigiri.
Allora apprezziamo ancora di più quello scarto improvviso: che l’ultimo “generò” manca. C’è questa mancanza: l’ultimo anello della catena non è un “generò”.
Cosa sarebbe successo se Giuseppe avesse generato Gesù? Niente di male, niente di sacrilego, ma Gesù sarebbe stato semplicemente un altro anello di una catena e si sarebbe inserito nella storia dei tentativi umani fallimentari di costruire un futuro.
Perché si mettono al mondo i figli? Perché si muore! La spinta verso la vita è generata dalla consapevolezza della morte. Non tanto dalla consapevolezza nostra, ma proprio della vita stessa, che si riproduce perché si muore. E viceversa si muore per far spazio ai figli.
Qui invece c’è qualcosa di nuovo. Gesù è generato (lo vedremo nel brano dopo), sì, ma non da Giuseppe. “Quel che è generato in lei” (si legge nel brano dopo) “viene dallo Spirito Santo”. Quando un verbo è al passivo, molte volte il soggetto che non viene dichiarato è Dio. Gesù è colui che non ha un nome da cui è stato generato, perché è sottinteso che è stato generato da Dio.
Allora qui c’è una catena orizzontale di generazioni, che non possono mai uscire da quel piano in cui sono confinate; e poi invece c’è una generazione che viene dall’alto. Ma hanno bisogno di saldarsi. E si saldano in questa coppia: Giuseppe, sposo di Maria.

L’elemento maschile e l’elemento femminile si sono già intrecciati. Matteo inserisce in maniera irregolare, imprevedibile, dei nomi femminili all’interno della genealogia: c’è una lunga, prevedibie, strutturata, catena di nomi maschili, e poi ogni tanto c’è un nome di donna che fa deviare la storia.
Racab era una tenutaria, una prostituta, che si inserisce a forza nel popolo di Israele, tradendo il suo popolo, e però così permette alla storia di Israele di andare avanti (cfr. Gs 2, 1-24 e 6, 22-25). Anche Tamar si inserisce nella storia della salvezza in maniera molto irregolare (cfr. Gen 38). E anche Rut è una straniera, una straniera che seduce (ma se lo meritava: era una brava ragazza!) il ricco Booz e entra nella storia della salvezza (cfr. Rt 3 e 4). Betsabea invece è lei che viene sedotta dal re Davide. Una delle pagine più nere della Bibbia: Davide che fa uccidere un suo compagno d’arme, Uria. Non era uno qualunque: era uno dei primi compagni di Davide (cfr. 2 Sam 11).

Allora ci sono queste donne che in maniera scandalosa, imprevedibile, illegale, entrano a forza nella genealogia di Gesù. Eppure non sono viste come negative, anche perché fanno da corte a Maria, che è quel nome femminile che arriva per ultimo. E lei è la più irregolare di tutte, perché viola le leggi stesse della natura: concepisce senza opera d’uomo. Cos’è questa irregolarità femminile? Sono i tentativi di Dio di bussare alla nostra porta, la storia umana, per entrarci, per farsi accogliere. Sono i momenti in cui, al di là dei nostri progetti ben strutturati, Dio dà delle sterzate alla storia, con volti di donna.

Ancora una cosa, poi passiamo all’altro brano: questa storia è una storia poderosamente incompiuta. 14 + 14 + 14 in realtà è 6 x 7. Tre volte 14 vuol dire 6 volte 7. Sette è la perfezione, ma sei è la imperfezione, e il 666 è il numero della bestia nell’Apocalisse (Ap 13, 18). Perché? Perché il 6 è il numero per eccellenza dell’imperfezione: 7 a cui manca il più bello, il settimo. Allora è una storia che cerca la perfezione (c’è dentro il 7), ma è radicalmente incompiuta. Il suo compimento è quello che viene dopo.

In questa maniera dunque Matteo, usando nozioni, allusioni, che per noi magari sono tutte da decifrare, ma per i suoi ascoltatori erano molto più chiare, ci mette davanti a un dramma: la storia di Dio con l’umanità, la fatica che Dio fa per entrare nella nostra storia, rispettando la nostra libertà, per darle compimento.
Ma l’ultimo anello è un anello libero: “Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo”.
La generazione è una cosa che, dal punto di vista del figlio, è la cosa meno libera che ci possa essere. Nessuno di noi ha scelto di nascere, né di nascere dai nostri genitori. Invece il matrimonio è l’atto libero di due persone. Ai tempi di Giuseppe non era proprio così, ma la verità antropologica del matrimonio sono due persone che liberamente si accolgono e si amano.
E Dio nella storia ci entra così: ci entra come una sposa accolta. Questo è il tema del secondo brano, che ora leggiamo.

Mi permetto di cambiare la prima frase, perché è tradotta in una maniera che non si capisce. Alla lettera è: “in questo modo fu, si compì, la genesi, la genealogia di Gesù Cristo”. Quindi Matteo ci sta dicendo: adesso entriamo nel mistero di questo anello nuziale, che compie quella catena ferrea delle generazioni.

Così si compì la genesi di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa (contate quante volte c’è “sposo” e “sposa”!) di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo (parola superflua: aveva appena detto che era promessa sposa, ma lo ribadisce), poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele,
che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Vi ho fatto notare quante volte compare la parola sposo o sposa. Compare anche dove non è necessario che compaia, ma compare così tanto, perché questo è il tema di questo brano. Non la nascita di Gesù, che compare nella seconda metà dell’ultimo versetto. Ma il centro del brano è il mistero di quel sì che Giuseppe dice a Maria e, dicendolo a Maria, lo dice a Dio. E lo dice non come persona privata, ma come depositario di tutta quella genealogia che racchiude la storia di Israele. In questo momento, nel sì di Giuseppe a Maria viene detto il sì dell’umanità a Dio. È l’analogo di quello che in Luca troviamo raccontato attraverso il sì di Maria. Ma è la stessa cosa e ha la stessa importanza teologica.

Qui è un po’ difficile capire che cosa avesse esattamente in cuore Giuseppe. È difficile per noi, perché probabilmente era difficile prima di tutto per lui capire cosa aveva in cuore. Qui comunque, come ce lo narra Matteo, sono aperte un po’ tutte le ipotesi.

Giuseppe pensava di essere stato tradito?
Qui viene dichiarato come cosa pacifica che “prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”.
Se Giuseppe viene definito come uomo giusto, è un uomo giusto non perché è pietoso, ma perché vuol fare ciò che è giusto. Se ciò che è giusto ai suoi occhi è non condannare Maria, ma lasciarla libera in maniera privata, vuol dire che lui al racconto di Maria ci crede anche. Almeno fino a un certo punto o almeno ha il dubbio. Crede che davvero lì possa essere all’opera Dio, che non si tratti semplicemente di una triste storia di tradimento.
E proprio perché è giusto, se lì è all’opera Dio, lui non vuole opporsi ai progetti di Dio.
Giuseppe è uno che vuole fare la volontà di Dio, e cerca di capirla.
L’angelo gli dice: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa”. Anche questa parola è indicativa, perché il timore e l’invito “non temere” nel Vangelo sono sempre usati in riferimento a persone che si trovano davanti non tanto a un rischio terreno, ma si trovano davanti alla maestà di Dio. E non è la paura, è il timor di Dio. È l’atteggiamento di riverenza, che ti fa quasi fare un passo indietro, quando capisci che sei davanti a Dio.
Allora qui probabilmente questo aveva in cuore Giuseppe. Sentiva in qualche maniera, oscura e confusa, che lì Dio era entrato, quasi, verrebbe da dire, di prepotenza, nella loro storia e si era preso la sua sposa. E invece l’angelo gli dice: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa”, “quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”.
Quindi qui la paura non è quella di essere tradito, è il timore davanti a Dio; e l’angelo gli dice: non fare un passo indietro! Maria è la tua sposa, quel che è generato in lei ... Il verbo al passivo, ve lo ricordo, è un passivo teologico, è come dire “quel che Dio ha generato in lei viene dallo Spirito Santo”: è dichiarata l’origine divina di Gesù. Ma proprio per questo l’angelo gli dice: Dio entra nella storia: tu, uomo, non fare un passo indietro! Perché proprio a te Dio affida questo.

Allora Giuseppe è il compimento perfetto della parabola dei talenti. Il servo buono e fedele, che ha il coraggio di prendere come suoi i beni preziosi del padrone, di custodirli e farli fruttificare.
Qui non sono dieci talenti o mille talenti che vengono affidati a Giuseppe, ma Dio gli affida Maria e il figlio Gesù: i suoi beni più preziosi. E Giuseppe fece come gli aveva detto l’angelo “e prese con sé la sua sposa”.
E poi il resto del racconto lo conosciamo. Giuseppe è il custode fedele, ma fedele nel senso della parabola dei talenti: colui che fa delle cose che Dio gli ha affidato esattamente quello che Dio vuole. È colui che mette in atto e fa diventare veri i sogni di Dio.
Giuseppe continuerà a fare sogni. Forse anche c’è un riferimento all’altro Giuseppe, quello della Genesi, che attraverso i sogni ha intessuto la sua storia. E qui Giuseppe ci viene presentato come colui che fa entrare nella storia i sogni di Dio.

Allora questo dono che viene dall’alto (“quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”) si inserisce nella catena delle generazioni umane, non diventando una di loro, ma attraverso quel sì libero, che è un sì nuziale tra Giuseppe e Maria. Ma Giuseppe, accogliendo Maria, accoglie Dio.

Qui c’è una delicatezza infinita di Dio, che, nei due racconti di Luca e di Matteo, a Maria, donna, si presenta col volto di un bimbo che chiede di nascere (quanto è più intimamente confacente a un cuore di donna); a Giuseppe, uomo, si presenta col volto di una ragazza che chiede di essere amata, custodita, sposata, lei col suo bambino (quanto è più confacente a un cuore di uomo). Dio si presenta a noi proprio nella maniera giusta.
E allora il sì di Maria che conosciamo bene nel Vangelo di Luca, il sì di Giuseppe che forse conosciamo un po’ meno bene (ma l’abbiamo appena potuto contemplare) ci mostrano come dire di sì a Dio compie il meglio di noi. Dio ci dona i suoi beni più preziosi proprio in base alle nostre capacità, come diceva la parabola dei talenti. In base alla nostra verità più profonda, più vera, più intima.

Un’ultima osservazione. Troviamo qui per la prima volta una delle cose con cui Matteo si diverte: le citazioni bibliche, che sono fatte alla maniera di Matteo. Sono citazioni fantasma: se uno va a cercare nella Bibbia, c’è sempre qualcosa che non quadra.
Questa è facile da trovare, ma c’è anche qui qualcosa che non quadra.
Questo avvenne perché si compisse la parola del profeta ...
Qui almeno sappiamo che è il profeta Isaia; in certi casi è un misto di un profeta, di un altro profeta, di qualche altro libro ... Matteo compie dei collages, dei centoni, con una intelligenza profondissima, e ci mostra che, se non alla lettera, ma in senso profondo, davvero l’Antico Testamento trova la sua chiave di lettura nel Nuovo. Qui è un esempio.

“Lo chiamerai Gesù”. Questo avvenne perché si compisse la profezia: sarà chiamato “Emmanuele”. Si doveva chiamare Emmanuele, invece si chiama Gesù ... E invece no! Perché sono due metà di una verità: Dio salva (Gesù vuol dire “Dio-salva”) essendo il Dio-con-noi (Emmanuele significa “Dio-con-noi”).

Tra l’altro queste sono le ultime parole del Vangelo di Matteo, che si conclude senza l’Ascensione (se fosse per Matteo, Gesù sarebbe rimasto sempre qui con noi). L’ultima scena del film di Matteo, del film immaginario che avrebbe potuto girare, è Gesù che dice: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Allora anche con questi due nomi, accostati in maniera un po’ sfacciata (lo chiamerai Gesù, perché così compirai la promessa secondo cui si chiamerà Emmanuele), Matteo ci dice: Dio salva, facendosi il Dio-con-noi. E diventa il Dio-con-noi solo perché noi lo accogliamo. E questo noi è incarnato in Giuseppe. E allora in lui contempliamo quello di noi che ha fatto in modo che Gesù potesse entrare nella storia. Non è frutto suo la generazione biologica, ma è frutto suo l’iscrizione nella storia, perché, in qualunque modo un bambino fosse nato, quando veniva riconosciuto dal padre, era figlio a tutti gli effetti ed entrava in tutti i sensi nella storia genealogica. Quindi Gesù, figlio di Dio, diventa figlio della nostra storia attraverso il sì di Giuseppe a Maria.

domenica 5 gennaio 2014

Vangelo secondo Matteo 25,1-13 - La parabola delle dieci vergini

SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014

4 dicembre 2013, Duomo di Pavia
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)
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La parabola delle dieci vergini (Matteo 25, 1-13)

Leggiamo oggi il brano delle dieci vergini, le dieci ragazze che vanno incontro allo sposo. È l’inizio del capitolo 25 di San Matteo, fa parte del discorso detto escatologico. Appena dopo questo discorso Gesù parla del compimento dei tempi.

Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

Allora il regno dei cieli sarà simile ...

Allora. Allora sarà simile. Altre volte Gesù dice: “il regno dei cieli è come ..., è simile ...”. Allora sarà simile: il contesto del discorso è quello escatologico. Il Signore ci parla del compimento. Ci sono, in questo capitolo 25, tre parabole grandi, celebri, proprie di Matteo. Sono, nell’ordine, questa delle dieci vergini, quella dei talenti, e poi la grande parabola, o meglio allegoria del giudizio finale, con la separazione tra coloro che entrano nella gioia e coloro che ne vengono esclusi. Poi torneremo sul legame di queste tre parabole.
Allora il regno dei cieli sarà simile ... Mentre adesso il regno dei cieli è simile a un campo seminato, dove il buon grano e la zizzania sono quasi impossibili da districare, all’interno del nostro stesso cuore, allora, invece, queste tre parabole ci mostrano che si separa ciò che vale da ciò che non vale. E in maniere differenti il Signore ci parla di questo, potremmo chiamarlo, giudizio; ma la parola non deve fuorviarci, perché non è un giudizio nel senso umano, è un rivelare la verità della vita di ciascuno. E, all’interno della vita di ciascuno, ciò che vale e ciò che non vale.

Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo.

Le vergini. Vergini per noi è un termine piuttosto preciso; nel linguaggio biblico è sinonimo di fanciulla, ragazza ancora da sposare. Però, anche se è un termine meno forte, porta con sé inevitabilmente questo dato umano, antropologico: la vergine è colei che attende lo sposo. E esprime bene allora la nostra realtà, non solo delle donne, ma anche di noi uomini. Siamo tutte vergini che attendono lo sposo. Siamo tutte in attesa, siamo tutte e tutti in attesa di quelle nozze che sono il nostro incontro pieno con Dio. In questa parabola, lo vedete, ci sono queste dieci vergini, che vanno incontro allo sposo e non viene nominata la sposa. Qualcuno dice: sono le ragazze che accompagnano la sposa. Però manca la sposa. C’è sicuramente una sorta di corteo, di corteo con le fiaccole, di corteo festoso. Senonché ... manca la sposa. Perché la sposa sono queste dieci vergini. E qui Gesù e Matteo non si preoccupano dell’aderenza alla realtà. Si preoccupa Gesù di dirci qual è la nostra realtà. Noi tutti insieme siamo la sposa che va incontro allo sposo. Non è una realtà individuale, privata; è una realtà personale, ma collettiva, che coinvolge la nostra persona, ma in una fraternità. Noi, insieme, siamo queste dieci vergini che vanno incontro allo sposo. Tra l’altro, questa è un’immagine che in una parola sola ci parla di tutta la nostra esistenza. Tutta la nostra esistenza ha questo paradigma, questo senso, questo disegno globale, che dà il quadro di tutto. Il nostro camminare (tante volte il cammino è metafora dell’esistenza umana) è un corteo nuziale. Questa è la nostra realtà più profonda. Camminiamo verso lì.
È interessante pensare a due brani della Bibbia.
Verso la fine dell’Apocalisse c’è questa frase: “Lo Spirito e la sposa dicono: - Vieni! - (Ap 22, 17)”. È l’invocazione allo sposo. Qui sono le ragazze che vanno verso lo sposo, nell’Apocalisse è lo sposo che è invocato per venire a noi: è il desiderio di un incontro. Ed è bello che una delle ultime parole di tutta la Bibbia sia questo desiderio nuziale.
L’altra pagina che ci parla di questo è una pagina molto più concreta, ma non meno bella, ed è la storia di Rebecca, in Genesi 24. Soprattutto i versetti da 58 a 67 ci parlano della storia di questa vergine. Era una ragazza giovane e il servo di Isacco, dopo un lungo viaggio, va a chiederla in sposa per il suo padrone, e questa ragazza, di colpo, si trova davanti alla scelta: il servo la vuole portare subito a casa del padrone. I familiari non vorrebbero e poi dicono: chiediamo a lei, e allora le dicono così: “- Vuoi partire con quest’uomo? -. Ella rispose: - Sì - (Gen 24, 58)”. Una sillaba che decide della sua vita. Vuoi partire verso lo sposo? Sì. E allora poi ci sono parole commoventi: “lasciarono partire la loro sorella” [...], la “benedissero” [...]: “Tu, sorella nostra, / diventa migliaia di miriadi (Gen 24, 59-60)”. E poi c’è la storia del viaggio, e poi da lontano Rebecca vede un uomo e il servo le dice: quello “è il mio padrone (Gen 24, 65)”. Allora lei si vela e va incontro allo sposo. E poi lo sposo la conduce nella tenda e lì si riempì di gioia. Il suo cuore si riempì di gioia per lei. Ma è bella quella decisione, di una ragazza giovane che decide di andare incontro allo sposo. Pensate, in fondo questo è il sì fondamentale della nostra vita. Se diciamo questo sì, partiamo per un viaggio lungo, partiamo per un paese apparentemente lontano, ma che è proprio casa nostra. È dove siamo attesi per essere amati. Mentre la storia di Rebecca è una storia un po’ solitaria (questa poverina, che parte da sola per un paese lontano), la nostra non è una storia solitaria. Allora in questa piccola frase c’è già tutto. C’è tutto della nostra vita, c’è tutto del cuore di Dio, che ci attende così come uno sposo.

E poi dice: presero le loro lampade. Qui la parola è un po’ ingannevole. Non sono lampade come quelle che mettiamo sull’altare. Sono le fiaccole. Sono torce luminose, con una fiamma viva che resiste al vento e alla notte e al freddo. Sono quelle che si usano per fare luce nel buio. Sono quelle che si usano anche per il culto.
Ci sono, a questo proposito, dei testi interessanti.
Sempre nell’Apocalisse (Ap 4, 5) si parla delle “sette fiaccole” che stanno accese davanti al trono, il trono di Dio. E sono, commenta lo scrittore, i sette spiriti di Dio.
Simile, anche se lì si parla propriamente di lampade e non di fiaccole, è la lampada che giorno e notte arde di fronte alla Testimonianza. Nel libro dell’Esodo al capitolo 27, versetti 20 e 21, si parla di questa lampada, come la nostra lampada del Santissimo, che non deve mai spegnersi. Sta davanti al luogo più santo. Le sette fiaccole davanti al trono di Dio, la lampada davanti alla Testimonianza nella tenda della presenza di Dio nell’Esodo, le dieci fiaccole di queste ragazze, portate con gioia in questo corteo. Capiamo che non servono solo a farsi luce nella notte, sono le fiaccole che fanno luce perché si va verso il re.
C’è un episodio interessante nel libro di Giuditta, quando Giuditta si presenta al generale nemico Oloferne, che è un grande generale (possiamo quasi equipararlo a un re): si presenta a lui preceduto da fiaccole d’argento (Gdt 10, 22).
In qualche maniera queste fiaccole ci dicono che quel corteo è un corteo regale. Sono fiaccole che fanno luce per onorare qualcuno di importante. Questo corteo di nozze è un corteo nello stesso tempo per nozze regali, e allora è interessante anche rileggere il Salmo 45, quello delle nozze regali, dove si parla proprio delle vergini compagne della sposa che sono condotte al palazzo del re.
Questi dati ci dicono che qui si sta parlando di una festa grande, immensa: è la festa che racchiude il senso di tutta l’esistenza. Andiamo incontro a colui che è il re e lo sposo. E la nostra vita (perché quelle fiaccole in un certo senso si identificano con coloro che le portano) è fatta per portare luce e fare da indegno, ma alla fine degno, preludio alla luce di Dio. Le nostre fiaccole che brillano nella notte sono la profezia di una luce più grande che brillerà alla fine.
Un altro dato. Il legame tra queste dieci ragazze e le loro fiaccole è molto forte. Infatti si ripete sempre le loro fiaccole, le loro fiaccole. Se uno fa la statistica, nel testo greco questo loro compare in una maniera significativamente superiore agli altri brani della Bibbia. C’è un ribadire che ciascuno ha la sua fiaccola, perché quella fiaccola non è una fiaccola, è la propria vita, è una vita che fa luce. Deve fare luce. Dice Gesù: non si mette una lampada sotto il secchio, ma la si mette in alto perché faccia luce (cfr. Mt 5, 15). Altrove si dice che la parola profetica è come una lampada che brilla in un luogo oscuro finché non sorga il sole (cfr. II Pt 1, 19). E la nostra vita è così: è una fiaccola. Una lampada. Che è preludio di quella rivelazione tanto più grande che sarà la fine.

Poi di queste dieci vergini si dice:
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge.

Il tema della stoltezza e della saggezza è molto presente nei Vangeli.
Intanto, una cosa interessante che può aiutare a leggere i capitoli 24 e 25 di Matteo. Appena prima di questa parabola c’era quella del servo fedele e lì Gesù diceva: qual è quel servo fedele e saggio che il signore ha incaricato di dare cibo a tempo opportuno (cfr. Mt 24, 45)? E poi c’è questa piccola parabola.
Queste due parole: fedele e saggio. Saggio è phrònimos, che è un saggio un po’ particolare: è quello prudente, e furbo, ma nel senso positivo della parola. È la saggezza di chi sa prevedere. È la stessa parola che si usa in Luca quando si parla di quell’amministratore disonesto, che però è stato scaltro, perché ha saputo prevedere cos’avrebbe potuto fare (cfr. Lc 16, 8). Quel phrònimos, quel saggio, è il saggio di chi fa le scelte del presente avendo di mira il futuro; non guarda solo l’oggi, guarda il domani. Non guarda solo il seme, sa immaginare il frutto. Sa capire che una cosa piccola oggi può produrne di grandi domani.
In questa parabola si parla della saggezza, in quella dei talenti, che è subito dopo, si parla della fedeltà. In un certo senso c’è una sorta di sviluppo del pensiero, che Matteo ha organizzato così, incastonando queste parabole di Gesù.
La saggezza e la stoltezza. Nel Vangelo di Matteo troviamo queste parole (cfr. Mt 7, 24-27). L’uomo stolto è quello che costruisce la sua casa senza scavare le fondamenta. La costruisce così com’è, sulla sabbia, sulla terra molle. L’uomo saggio, phrònimos, prudente, lungimirante, che sa guardare in là, è quello che fa fatica oggi per scavare le fondamenta, ma nel suo oggi prepara un domani. È colui che sa usare i mezzi necessari per ottenere il fine voluto. Tutti e due quegli uomini vogliono una bella casa, solo che uno non si preoccupa dei mezzi necessari. Dice Sant’Ignazio che vogliamo veramente qualcosa quando vogliamo il fine e vogliamo i mezzi. Ecco la saggezza di chi sa mettere in fila i fini e i mezzi.
Ma è interessante, sul tema della saggezza e della stoltezza, citare almeno la Prima Lettera ai Corinti, capitolo 1, 25-27 e poi capitolo 3, versetto 18, dove si mette in contrapposizione la saggezza umana e quella divina, la stoltezza secondo Dio e la stoltezza secondo gli uomini. “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini”. “Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”. “Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti”. “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”. Allora questa saggezza e questa stoltezza si misurano adeguatamente solo col senno di poi, dal punto di vista dello sposo, dell’incontro con lui. Le vergini stolte, che non avevano immaginato il ritardo dello sposo, avranno avuto la borsa più leggera, avranno pensato che erano stolte le altre a portarsi dietro tutto quel peso lì. Invece non è così, perché è col senno di poi, è dal punto di vista di Dio che si valuta.

Le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.

Quest’olio è molto interessante. L’olio che cos’è? Sicuramente è un combustibile. È un alimento, è una medicina. Con l’olio si curano le ferite. Il buon samaritano nelle ferite dell’uomo colpito dai briganti versa olio e vino (cfr. Lc 10, 34). E così pure anche nella Lettera di Giacomo si dice che, se qualcuno è malato, verrà il presbitero con i fratelli, lo ungerà con l’olio e pregherà per lui (cfr. Gc 5, 14). È il testo su cui si basa poi il sacramento dell’Unzione degli Infermi, ma molto concretamente l’olio con la sua capacità lenitiva era una delle pochissime medicine naturali di diffusione universale. Però, proprio per questo, l’olio diventa qualcosa che guarisce e quindi è anche, in un certo senso, segno di misericordia, di sostegno, di aiuto.
L’olio però è anche qualcosa che ha un valore cultuale e religioso. Nel libro di Ezechiele lo troviamo citato tra le offerte che si fanno a Dio (cfr. Ez 45 e 46).
L’olio di queste ragazze sicuramente è l’olio per le lampade, però le parole nella Bibbia si colorano sempre anche degli altri luoghi dove vengono usate. Allora quest’olio che qui serve per le lampade è anche l’olio che si offriva a Dio versandolo nella lampada perché non si spegnesse mai, la lampada davanti alla presenza di Dio, come le nostre lampade del Santissimo. È il simbolo di ciò che facciamo per gli altri. Pensate l’olio che guarisce, ma anche l’olio che serve a onorare l’ospite. Gesù a casa del fariseo, nel capitolo 7 di San Luca, gli rimprovera: tu non mi hai versato l’olio sul capo (cfr. Lc 7, 46), che era un segno di onore e di benvenuto. Ricordiamo anche l’unzione di Betania, con cui Maria onora Gesù (cfr. Gv 12, 3). Lì non si parla di olio, ma di unguento, ma il gesto è molto simile.
Allora quest’olio acquista tre significati. Non è detto che Matteo li avesse in mente tutti, però mi sembra che di per sé il simbolo dell’olio li supporti. Uno è il significato della relazione con gli altri: l’olio che onora, l’olio che guarisce, l’olio attraverso il quale noi esprimiamo rispetto, amicizia, solidarietà con gli altri. D’altra parte l’olio è anche l’olio che si offre a Dio e per tutte e due queste cose l’olio è qualcosa che fa luce, perché la luce è l’amore per Dio e per i fratelli. È così che la nostra vita diventa luminosa. Allora cominciamo a capire perché quest’olio è così importante che chi ce l’ha entra alla festa di nozze, chi non ce l’ha non entra alla festa di nozze.
Ma, prima di questo, una parola ancora sui piccoli vasi. Vasettini. Perché non un unico vaso grande, ma l’olio diviso in tanti piccoli vasi? Forse perché i piccoli vasi siamo noi. Come dice altrove San Paolo (non riferito ai vasi che contenevano l’olio), questo tesoro prezioso che è il Vangelo, che è la sua parola, che è la sua stessa presenza, questo dono prezioso che è lo Spirito Santo, noi l’abbiamo come in vasi di creta (cfr. II Cor 4,7). Là sono vasi di un materiale povero, qui sono vasi non si sa di che materiale, ma piccolini: siamo noi! Con la nostra piccolezza e fragilità. Eppure proprio a noi è affidata quella caritas, quell’amore con la A maiuscola, che riempie di senso l’esistenza. Allora quest’olio è l’amore di Dio, di cui una vita pian piano si può riempire fino a traboccarne e diventare dono per gli altri. E allora diventa una vita calda e luminosa, come le fiaccole delle dieci vergini. Capiamo poi il seguito drammatico della parabola.

Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

È bella questa cosa! Che tutte si sono addormentate, anche le brave vergini sagge! La saggezza non è essere sempre indefettibili. Nessuno di noi è in grado di non addormentarsi mai. La differenza non è lì. La differenza non è se ti fai cogliere in fallo qualche volta. La differenza è se sei pronto.

A mezzanotte si alzò un grido.

A mezzanotte, quando la notte è a metà del suo corso, quando l’uomo non agisce ma è Dio che agisce. Quando l’uomo è più che mai impreparato ad agire e forse anche ad accogliere l’azione di Dio, Dio agisce.

Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. E allora quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.

È chiaro che qui Matteo si è preoccupato poco della verosimiglianza della parabola, perché a mezzanotte trovare i venditori di olio aperti, è poco probabile, ma giustamente un commentatore dice che quell’invito non è rivolto alle vergini stolte per le quali è troppo tardi, ma è rivolto a noi, per cui non è troppo tardi: “andate dai venditori e compratevene”. L’atto del comprare, che a volte ha delle valenze negative, qui ha una valenza positiva. Ci richiama quell’uomo, sempre nel Vangelo di Matteo, che trova un tesoro prezioso nel campo e allora va e vende i suoi averi e compra quel campo, lo fa suo (cfr. Mt 13, 44). Alla fine sarà nostro solo ciò per cui ci saremo impegnati fino in fondo. E allora qui non si tratta di spendere qualche denaro per procurarsi l’olio, si tratta di investire se stessi per avere la cosa più preziosa, quella che al momento giusto ci prepara, ci fa trovare preparati a onorare lo sposo che viene. La nostra vita ha questo senso. La nostra vita ci è data perché pian piano ci procuriamo questo olio prezioso che ci fa trovare pronti anche se non eravamo pronti. La fiaccola che resta accesa in un certo senso veglia al posto di chi dorme. Infatti c’è anche un altro brano nel Vangelo, dove si parla di chi attende il padrone che deve tornare: attendetelo con le lampade accese e i fianchi cinti (cfr. Lc 12, 35). Che vuol dire:potete anche dormire, però non mettetevi il pigiama e tenete la luce accesa, perché, puoi anche appisolarti, però c’è qualcuno che veglia per te, c’è la tua lampada”. C’è la tua lampada che veglia per te e sarai pronto quando ti sveglieranno di soprassalto. È bella questa cosa.
Questo olio non è cedibile, non perché non basterebbe. Se fosse solo una materia prima, magari non basterebbe, magari sì. Il problema è che non è cedibile perché fa un tutt’uno con la persona, è ciò che abbiamo fatto nostro, è ciò che pian piano abbiamo metabolizzato attraverso le nostre scelte, i nostri atti d’amore piccoli e grandi.
Chi sono questi venditori che possono venderti l’olio necessario al momento cruciale? Un commentatore dice che sono i poveri, collegandosi alla parabola che c’è dopo questa e dopo quella dei talenti: ogni volta che avete dato da mangiare a chi era affamato, da bere a chi era assetato ... l’avete fatto a me (cfr. Mt 25, 40). Quando noi amiamo i nostri fratelli, ci riempiamo di quest’olio che è l’amore. E la nostra vita pian piano si riempie, ma di ciò che viviamo noi, non si riempie di ciò che ci compriamo. Noi siamo pieni non dei beni materiali, o anche morali, che pian piano accumuliamo nella nostra vita. Noi siamo pieni di ciò che diventiamo con le nostre scelte. Come i servi dei talenti, che han fatto propri i talenti, impegnando se stessi, impegnando le loro scelte, la loro intelligenza, la loro audacia, e allora i talenti sono diventati loro. Così quest’olio che è l’amore diventa nostro solo se noi amiamo. È per questo che non è cedibile, fa tutt’uno con il nostro io più profondo, con la nostra anima. Il nostro vasetto è la nostra anima. Si riempie dell’amore con cui amiamo e che ci viene da Dio, ma ci è donato per donarlo.