lunedì 17 marzo 2014

Vangelo secondo Matteo 20,1-16; 21,28-43 - La vigna di Dio.


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014
Don Giulio Lunati, 12 marzo 2014, Duomo di Pavia
La vigna di Dio (Matteo 20,1-16 e 21,28-43)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

Oggi leggiamo tre brani, di cui due consecutivi. Sono nei capitoli 20 e 21 di Matteo e hanno in comune in maniera appariscente il tema della vigna e in maniera più sottile un altro tema che andremo a vedere.

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

Poi andiamo al capitolo 21. Il titolo è “Parabola dei due figli”: in realtà a metà ci andrebbe un altro titolo, ma sempre di vigna si parla.

Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: - Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna -. Ed egli rispose: - Non ne ho voglia -. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: - Sì, signore -. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: - Avranno rispetto per mio figlio! -. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: - Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità! -. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. Gli risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Come vi dicevo, questi testi evidentemente hanno in comune l’immagine della vigna. È un’immagine metaforica. Compare in queste tre parabole (quindi racconti che hanno una forte valenza metaforica) e salta all’occhio immediatamente.
È curioso osservare, e ritengo non sia casuale, che c’è un altro tema che si intreccia con questo. In questi tre testi che parlano della vigna si parla anche di servi e di figli. La prima parabola parla di operai, la seconda parla di figli, la terza, quella più drammatica, parla di tutt’e due: ci sono i contadini che hanno preso in affitto la vigna e poi c’è il figlio.
Mentre parliamo di queste parabole, il tema più importante che emerge probabilmente è proprio questo. Lavorare nella vigna del Signore non come salariati o affittuari, ma come figli ed eredi. Questo è quello che il Signore ci insegna con queste parabole.
Ci soffermeremo soprattutto sulla prima e sulla seconda. Qualche cenno, se facciamo in tempo, anche sulla terza.

Innanzitutto guardiamo i protagonisti delle parabole.
“Il regno dei cieli è simile a un padrone” (prima parabola); “Un uomo aveva due figli”, e poi lo si chiama esplicitamente padre (chi dei due ha fatto la volontà del “padre”?). Quindi abbiamo un padrone nella prima, un padre nella seconda, nella terza abbiamo un padrone che è anche un padre. Un uomo possedeva un terreno, manda i servi, è lui il proprietario, è il padrone, ma poi si rivela soprattutto come padre. Allora vedete queste due immagini che rappresentano Dio.

Padrone: qual è la definizione di padrone? La troviamo alla fine della prima parabola: “non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Questa è la definizione di padrone. Ma adesso vedremo che cosa implica il fatto che Dio sia padre.
Alla lettera, filosoficamente e teologicamente è anche vero che Dio, essendo il creatore, può fare delle sue cose, cioè del creato, quello che vuole (è la maestà di Dio), ma questo non servirebbe il Vangelo a insegnarcelo. Questo padrone invece rivela di avere innanzitutto un volto e un ruolo di padre. Nella terza parabola c’è proprio questa trasfigurazione da padrone a padre, che dona il suo figlio.

Gli altri protagonisti sono gli operai, i lavoratori nella prima parabola e i figli nella seconda. Sia agli operai che ai figli ha rivolto lo stesso invito: andate a lavorare nella mia vigna, andate a lavorare nella vigna. C’è anche una piccola variante: nella mia vigna / nella vigna. Ci soffermeremo su questa sottile ma importante differenza.
Nella terza parabola ci sono i contadini a cui la vigna è data in affitto, c’è il figlio che è l’erede e i contadini che vorrebbero usurpare l’eredità e quindi arrogarsi il ruolo di figli.
Ecco allora che queste tematiche padre-padrone, salariato-operaio-contadino-affittuario-figlio si intrecciano tutte e tre, attorno alla vigna.

La vigna è quella coltura che più che un possesso è una cura. Cioè la vigna, a differenza probabilmente delle altre colture, il contadino la sente un po’ più sua perché bisogna fare più fatica, è più delicata, va curata quasi come un bambino. E allora attorno alla vigna si intessono non solo interessi economici ma anche affetti. È per questo che l’immagine della vigna può bene fare da perno per farci ruotare da una visione padrone-operai a una visione padre-figlio.

Adesso entriamo nella prima parabola. L’azione di questo padrone, padrone di casa.
Fa due cose: uscì per cercare lavoratori per la sua vigna ... uscito verso le nove del mattino ne vide altri ...uscì e fece altrettanto ...uscito ancora verso le cinque ne vide altri ...
Fa queste due cose: esce e vede. È l’azione di Dio: esce ...
Vi ricordate anche nel brano della zizzania? C’è un uomo che esce a seminare: esce.
L’azione di Dio è uscire . Uscire per venire a noi, uscire per venire nel suo popolo, nella sua terra, nella sua creazione, tra i suoi figli. Esce, non sta dentro, non sta sulle sue.
E dapprima capiamo perché esce questo padrone: esce perché ha bisogno, c’è da lavorare nella vigna, ha bisogno salariati. E dei primi non si dice neanche che uscì e li vide: li cerca.

Poi continua a uscire. Questo continuare a uscire comincia a stupirci, soprattutto quando esce ancora alle cinque di sera: per quanto la vigna potesse aver bisogno di operai, ormai è molto discutibile che ci fosse così tanto bisogno da uscire ancora a cercarne altri, quando ormai manca un’ora di lavoro e poi tutto finisce.
Cominciamo a capire che ciò che sta a cuore a questo padrone non è la vigna in sé, ma sono gli operai. Con quel bel cambiamento di prospettiva che anche la dottrina sociale della Chiesa sottolinea: il lavoro è per l’uomo.

Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Perché nessuno ci ha presi a lavorare. Questa domanda e questa risposta drammatica (che tra l’altro al giorno d’oggi possiamo sentire in tutta la loro realtà non metaforica, come in questa parabola), la realtà cruda e reale della disoccupazione, qui in questo contesto ci fanno pensare alla disoccupazione ancora più radicale che è quella del non avere un fine, un senso, una prospettiva. L’umanità spesso è così. Se non trova un senso e una prospettiva che le vengano date, gli uomini sono come disoccupati: non c’è nulla di abbastanza grande e bello per giustificare i nostri sforzi, la nostra dedizione, il nostro essere. Se nessuno ci chiama e ci cerca, noi siamo come una nave che va alla deriva; possiamo cercarci sì le nostre finalità, i nostri obiettivi, ma non possiamo ignorare che hanno un respiro corto. Perché vivere? Perché darsi da fare? A cosa dedicare i nostri sforzi? Ai soldi, alla carriera, ai figli, allo stato, alla patria? Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia uno sbocco per quelle energie buone, creative, per quei sogni che abbiamo dentro.

Allora questo padrone che va a cercare gli operai non è propriamente un padrone: si rivela pian piano come un padre, che è più interessato agli operai, alle persone, che alla vigna, alle cose.
E allora anche il creato si trasfigura: non è l’uomo per il creato, ma è il creato per l’uomo. Nel senso che il creato ci è dato perché noi possiamo diventare creativi. O meglio, c’è una simbiosi. Quando si dice nella Genesi che Dio mise Adamo nel giardino di Eden per coltivarlo e custodirlo, si sta dicendo una cosa simile a questa. Al creato è dato un custode, all’uomo è dato un senso. Poi è chiaro che il senso dell’uomo non è tutto qui. Il senso dell’uomo è soprattutto nel rapporto con chi gli affida il creato, la vigna, il regno.

Facciamo un passo in più. Il rapporto che c’è tra questo padrone e questi operai avventizi, chiamati a lavorare al primo o all’ultimo momento. Il tempo che passa (l’alba, le nove, mezzogiorno, le tre, le cinque, la sera ...) e per gli ultimi sembra passare invano. Mentre il tempo passa, anche il rapporto tra il padrone e gli operai si modifica sottilmente.

Quelli chiamati alla prima ora stipulano un vero e proprio contratto: “Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna”. È un contratto in piena regola. E alla fine uno di questi mugugna e il padrone gli dice: “Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene”. C’è un limite in questo rapporto: è un rapporto in cui tra le persone c’è la mediazione semplicemente delle cose e della legge.
Questo è un modo di rapportarsi con Dio. Un modo di rapportarsi con Dio in cui noi forniamo certe prestazioni religiose e in cambio riceviamo la vita eterna come premio: i patti sono chiari, ci resteremmo male se non fossero rispettati, ma ci resteremmo male anche se qualcun altro potesse avere la vita eterna senza aver obbedito bene e con fatica come noi.

Gli altri operai, quelli di mezzo. “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Qui da un contratto si sta passando a una promessa: non dice quanto darà. “Quello che è giusto”. E questi si fidano e ci vanno.
Un altro modo di rapportarsi con Dio, in cui c’è sempre la speranza di un premio, ma ci si fida di una promessa, ci si fida della parola: il rapporto comincia a diventare più personale.

Stupisce ancora di più il dialogo con gli ultimi. “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. “Andate anche voi nella vigna”. Non c’è un contratto, non c’è neanche una promessa, non si nomina una paga neppure minima (neanche viene negata, però non viene nominata), e può anche darsi che quegli operai siano andati non tanto sperando di prendere qualcosa, (che comunque sarebbe stato pochissimo), ma perché, tutto sommato, pur di muoversi e di non aver buttato via proprio tutta la giornata, uno ci va ... Ci vanno forse anche gratuitamente: non è nominato, non è promesso nulla.

C’è un dettaglio sottile ma cruciale secondo me. Nella traduzione compare sì e no, ma nel testo originale le prime volte viene detto: “Andate nella mia vigna” (la mia vigna), l’ultima volta, come è tradotto anche qui, c’è “Andate nella vigna”.
È la stessa frase che nella seconda parabola usa il padre verso i figli. Il padre ai figli non dice “Andate nella mia vigna”: perché? Ma perché non è la sua, è la loro vigna: non c’è neanche bisogno di mettere un aggettivo possessivo. “Andate nella vigna”: andate nella nostra vigna!
È interessante che questa stessa mancanza dell’aggettivo possessivo compaia nel testo greco solo con gli operai dell’ultima ora, quelli che forse non si aspettano neanche una paga. Allora forse questi operai sono trattati quasi da figli.
Vanno a lavorare per il gusto di lavorare? Vanno a lavorare perché si fidano di quell’uomo? Quanto meno il nostro rapporto con Dio si fonda sulle mediazioni delle cose, dei beni, delle regole e delle promesse, quanto più impariamo a lavorare nella vigna di Dio perché ci interessa, tanto più essa diventa anche la nostra e tanto più noi impariamo ad amare ciò che Dio ama e a sentire nostro ciò che Dio sente suo. E questo è essere figli.

Questa cosa diventa più chiara nella seconda parabola, ma ancora una parola sulla prima. Le ultime parole: “non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Questa è la definizione di padrone, l’azione è l’azione di un padre. Quello che vuole è donare. Il padre le cose le gestisce per donarle ai figli, per lasciarle ai figli, perché diventino le loro. Allora questo padrone svela di avere un cuore di padre.
Non a caso poi, nella seconda parabola, appunto di un padre si parla. La vigna in questo caso non è più qualcosa di estraneo a chi ci va a lavorare.

Perché questo padre manda i figli a lavorare nella vigna? Perché non ha abbastanza operai? O forse perché sa che solo se vanno a lavorarci diventa veramente la loro? Una cosa è tua non solo quando ne acquisisci il diritto di possesso. Per questo basterebbe aspettare che il padre muoia e avere l’eredità. Ma una cosa diventa tua quando tu diventi suo. Ciò che noi diciamo veramente mio non è semplicemente ciò che possediamo e possiamo farne quello che vogliamo, ma è ciò per cui ci spendiamo. Allora questo padre manda i figli a lavorare nella vigna perché la vigna possa diventare la loro.

E allora il Signore perché ci chiede di faticare, soffrire, darci da fare per il suo regno? Perché sia il nostro. Come nella parabola che abbiamo esaminato tempo fa (quella dei talenti), alla fine si scopre che quell’uomo che aveva lasciato i talenti ai suoi servi glieli lascia per sempre. Glieli ha dati in mano e sembrava un prestito, un affido temporaneo, e poi è divenuto un dono. Ma solo perché hanno avuto il coraggio di investircisi, coinvolgersi, quei talenti poi possono diventare i loro per sempre.
I beni di Dio diventano i nostri, se ce li prendiamo a cuore. La vigna di Dio diventa nostra, il regno di Dio diventa nostro, se ce lo prendiamo a cuore.

I due figli, che reagiscono in maniere differenti, sono molto interessanti. Notate bene che quello che non ci andò è quello che dice “Sì, signore”. L’altro è più sgarbato: “Non ne ho voglia”. Uno dice: “Sì, signore”, ma quel “signore” prende le distanze. “Sì, padrone”, verrebbe da dire.
A un padrone si obbedisce se proprio è necessario e lo si fa solo per non essere puniti (e infatti poi “non vi andò”).
A un padre si obbedisce perché non si fa la sua volontà, ma si vuole la sua volontà (“Pentitosi, ci andò”).
Quel figlio che non tratta il padre da padrone e si prende forse anche un po’ troppa confidenza (“Non ne ho voglia”), però è quello che proprio per questa mancanza di distanza riesce a fare il passo decisivo, capisce perché il padre gli ha chiesto di andare a lavorare nella vigna e allora ci va.
E noi abbiamo un cuore da salariati o un cuore da figli e, se abbiamo un cuore da figli, di che tipo?

Sulla terza parabola volevo farvi notare appunto la dinamica, il conflitto, tra coloro che sono solo degli affittuari e colui che è figlio. Per gli uni il padrone è padrone, per gli altri è padre. E qui il figlio addirittura diventa dono per gli affittuari, forse perché possano imparare dal figlio.
Anche noi, che tendenzialmente abbiamo tutti un cuore da affittuari, da mezzadri, da salariati, e vorremmo con Dio fare dei bei contratti come si fa coi padroni, solo dal Figlio possiamo imparare a essere figli.

Cosa ci insegnano queste parabole per quanto riguarda la preghiera, che è il filo conduttore delle nostre riflessioni? Credo che ci insegnino a cosa serve la preghiera, anche se qui non si parla di preghiera.
A cosa serve la preghiera? Serve a farci non solo fare la volontà di Dio, ma a farcela volere. Quando stiamo davanti a Dio e accogliamo la sua parola e lasciamo che lui ci trovi (perché lui sempre esce a cercarci), lasciamo che lui ci coinvolga, allora forse il nostro cuore può cambiare e impariamo a guardare le cose della nostra vita belle e brutte, i doni e gli impegni che lui mette nelle nostre mani, come dono suo che deve diventare nostro e dobbiamo prendercelo a cuore. Impariamo che c’è sì tanto da lavorare nella vigna del Signore, ma che è anche la nostra, e allora le cose che abbiamo da fare, da vivere, cambiano colore, perché cambia colore il nostro rapporto con Dio.

In sintesi le parabole che abbiamo ascoltato oggi ci insegnano a coltivare in noi un cuore da figli e a cercare la volontà di Dio non per motivi estrinseci, ma per i motivi intrinseci, perché è bella, perché egli è nostro Padre. E allora ereditiamo da lui non tanto dei beni, ma un cuore. Questo solo nella preghiera può diventare vero.

lunedì 3 marzo 2014

Vangelo secondo Matteo 13,14-30 - Il buon grano e la zizzania.

SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014
Don Giulio Lunati, 12 febbraio 2014, Duomo di Pavia
La zizzania e il buon grano (Matteo 13, 24-30)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

Continuiamo il nostro percorso di preghiera con la Parola di Dio, la Parola di Dio che
ascoltiamo dal Vangelo secondo Matteo, come le altre volte.
Troviamo oggi nel nostro cammino questa parabola tra le più celebri di Matteo, la parabola
del buon grano e della zizzania. Come gli altri brani è proprio dell’evangelista Matteo. È
solo lui che ci ha conservato e che ci consegna queste parole. Le ascoltiamo.


Gesù espose loro un’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: - Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? -. Ed egli rispose loro: - Un nemico ha fatto questo! -. E i servi gli dissero: - Vuoi che andiamo a raccoglierla? -. No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio -”.

Proviamo a chiederci chi è il protagonista, qual è l’immagine centrale di questa parabola
che abbiamo ascoltato. Potremmo avere varie opinioni. Però ho il sospetto che, se
dovessimo dare un titolo mentale a questo brano, diremmo “la parabola della zizzania”. Se
non altro perché è una parola rara, che si trova solo qui.
Però, se ci fate caso, la prima e l’ultima immagine della parabola non è la zizzania. È il
buon seme e il grano. Anzi, a dire la verità, prima di tutto c’è il seminatore, ma tra il grano
e la zizzania chi ha il ruolo centrale è il buon grano. Eppure noi stessi forse siamo un po’
vittime di quello stesso inganno che è il segreto perverso del seminatore della zizzania,
cioè farci dimenticare il buon grano. Ma ci torneremo sopra.
Questo intanto per farvi notare che la zizzania non è la protagonista. Più di lei conta il
buon grano. Ma di più ancora la prima parola di questa parabola è un uomo che ha
seminato del buon seme nel suo campo.


All’inizio c’è questo seminatore. Poi c’è l’altro protagonista, opposto. Come il buon seme e
il buon grano si oppongono al cattivo seme, quello della zizzania, così al buon seminatore
che è il padrone del campo si contrappone il suo nemico.


Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.

Ora la cosa che dobbiamo evitare è di prendere questi due personaggi e queste due
semine come se fossero semplicemente equivalenti, seppure di segno opposto. Sono di
segno opposto, sicuramente, ma non sono equivalenti. Il bene e il male non sono
speculari. Il male viene dopo. Il male è solo uno scimmiottamento. Il male finge di essere
speculare al bene, ma è solo una cattiva copia in negativo.
Capiamo perché. Il buon seme seminato dal padrone interessa al padrone. Di più ancora
gli interessa quel campo, nel quale forse noi potremmo identificarci (perché credo che
nessuno di noi possa identificarsi col buon grano e neanche con la zizzania. Noi forse
siamo di più quel campo nel quale entrambi i semi sono seminati). Ma qual è la
differenza? La differenza è che il nemico semina la zizzania "e se ne andò". Non gli
interessa il campo. Non gli interessa neanche la zizzania, perché non tornerà certo a
raccoglierne i frutti. Gli interessa soltanto rovinare quello che è stato fatto. Gli interessa
rovinare quel campo, che non è il suo. Non è in contesa il campo, che siamo noi.
L’avversario è proprio esattamente soltanto avversario. Se non ci fosse la
contrapposizione sarebbe nulla e nessuno.
La differenza tra il padrone del campo e l’avversario, il nemico, è che il padrone del campo
resta. La prima e l’ultima parola sono le sue. Il primo gesto, seminare, e poi tutto quel
dialogo anche un po’ drammatico con i servi che hanno seminato, e poi l’ultima promessa:
“il grano invece riponételo nel mio granaio”. Dall’inizio alla fine chi accompagna nel bene e
nel male quel povero campo così contrastatamente seminato è il padrone del campo.
L’avversario viene, cerca di rovinare e se ne va. Non gli interessa il campo, non gli
interessiamo noi, non gli interessa neanche il male che riesce a realizzare, gli interessa
solo contrapporsi al padrone, a Dio.
Allora sono sì due semine, sono sì di segno opposto, ma non sono equivalenti. Gli altri se
ne vanno, Dio resta. Resta fino alla fine solidale con quel campo travagliato che siamo noi.


Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 

Fermiamoci un attimo su questa frase. “Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò
anche la zizzania”. C’è la zizzania: ma è solo un male? Sì e no. È comunque un frutto,
seppur perverso, di una fecondità che il terreno ha. Se il terreno fosse una pietraia, non
nascerebbe la zizzania, ma non nascerebbe neanche il grano. Dio preferisce così. I nostri
difetti, anche le nostre perversioni, la zizzania che troviamo seminata in noi, può crescere
solo perché comunque noi siamo un terreno vitale. Per non far crescere la zizzania si
potrebbe spargere tanto bel diserbante o, come facevano una volta, il sale, e allora la
zizzania non crescerebbe più, tutto resterebbe inaridito.
Dio preferisce così. Preferisce il rischio anche del fatto che ci sia questa erbaccia
infestante (che, come capiamo tutti, è un po’ il segno del male), però che siamo un terreno
vitale, magari ammalato ma vitale. È meglio la contraddizione di avere dentro il bene e il
male, di essere tirati un po’ da una parte un po’ dall’altra, piuttosto che la perfetta coerenza
di una bella landa desolata in cui non ci sono contraddizioni perché tutto è uguale.
Forse noi preferiremmo (ed è proprio questo il messaggio centrale della parabola) che non
ci fosse la zizzania, anche a costo di eliminare pure il grano. Invece è così.
“Spuntò anche la zizzania”. Dobbiamo constatare che in noi non cresce solo ciò che Dio
vuole, ma anche il suo opposto. Eppure affondano le radici nello stesso terreno, quel
terreno che siamo noi, che è fatto dal nostro essere vivi, dal nostro essere uomini e donne,
dai nostri desideri che possono portarci verso il bene o verso il male, ma almeno ci
portano, ci muovono, ci costringono magari con tante contraddizioni a riconoscere che
siamo vivi. Anche il male, che pure Dio non vuole, però è un segno del fatto che siamo
vivi, che siamo esseri umani. Meglio che crescano entrambi, piuttosto che non cresca
niente.



Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?"

Ecco, questo è il punto cruciale. Qui cominciamo a capire qual era veramente l’intento del
seminatore nemico. La zizzania non uccide il grano. Ne rende molto difficile il raccolto,
perché bisogna star lì con pazienza a dividere. Ma il trucco qual è?


"Vuoi che andiamo  a raccoglierla?"

Il trucco del seminatore nemico è che la zizzania catalizza su di sé le attenzioni e gli sforzi.
E magari, nel tentativo di strapparla, riuscirebbe anche a far strappare il buon grano.
La zizzania serve proprio a instillare questo dubbio, il dubbio che forse il seme non era
buono. La zizzania fa dimenticare il buon grano che c’è fin dall’inizio. La zizzania fa
pensare: ma allora forse questo campo è tutto sbagliato, ma allora forse non è vero che è
stato seminato bene.
Proviamo a tradurlo fuori di metafora. Se il campo siamo noi, allora ci viene da dire: ma
forse quello che cresce in noi non viene da Dio, forse quello che cresce in noi cresce per
caso; c’è il bene e c’è il male ma alla fine tutto è uguale, tutto è un unico calderone; forse,
se riscontriamo la presenza del male in noi, c’è da ricominciare tutto da capo.
Allora la tentazione è quella di farci dimenticare la nostra verità, che siamo un terreno
seminato con amore. Se succede questo, potremmo dire che l’avversario non ha seminato
della zizzania: ha seminato lo scoraggiamento, la delusione, la disperazione. L’esperienza
del male non è il fine ultimo del maligno, l’esperienza del male serve a farci credere che
non c’è altro, serve a farci dimenticare che c’è il bene. Questo interessa al maligno. Al
maligno interessa farci distogliere lo sguardo, farci dimenticare il bene che Dio ha
seminato in noi.
I servi che hanno collaborato alla semina si sentono forse come se fosse colpa loro, e
allora istintivamente pensano che la miglior difesa sia l’attacco. Immediatamente sono
tentati di riversare la colpa sul padrone: forse il seme che ci hai dato non era buono? Da
dove viene la zizzania?
Il padrone potrebbe dire: sono io che lo chiedo a voi. Ma non fa così. Non cede alla
tentazione di darsi la colpa l’uno con l’altro. Perché anche questo è frutto del maligno: c’è
il male, allora di chi è la colpa? E qui si potrebbe innescare una lite sterile e rovinosa tra il
padrone e i suoi operai.
In effetti il maligno fa proprio questo: cerca di metterci in lite con Dio. Cerca di far sì che
per scaricare la colpa da noi, magari inconsciamente la diamo a Dio. Quando si entra in
questo circuito, allora l’oggetto stesso del contendere viene dimenticato. Non ci si fida più.
È la stessa dinamica del peccato originale. Ma qui il padrone è più saggio:


“Un nemico ha fatto questo!”.


Quando noi riconosciamo la presenza del male in noi e vorremmo cominciare a cercare
delle scuse e a dare la colpa a qualcun altro, magari a Dio stesso, Dio non reagisce
dicendoci: no, guarda che è colpa tua! Dio reagisce dicendoci: “Un nemico ha fatto
questo!”. Non cadiamo nella sua trappola!
“Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. Certo a noi piacerebbe poter eliminare da noi il male e
forse ancora di più ci piacerebbe eliminarlo negli altri. Ci piacerebbe andare a correggere
tutti i difetti degli altri, tutti i torti, e fare dell’umanità un bel mondo perfetto. Ma sa bene il
Signore come finirebbe se facessimo questo:


Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano”.

E qui, con questa parolina, il padrone del campo, che è Dio, torna a indicarci ciò che è
veramente prezioso.

Uno dei fili conduttori del Vangelo di Matteo è insegnarci ciò che è prezioso (ricordate il
valore dei talenti? il valore della perla preziosa, del tesoro nascosto nel campo? e il dono
più prezioso, il figlio stesso di Dio consegnato a noi, che Giuseppe prende in consegna?).
Matteo che era appunto esattore delle tasse e sapeva valutare economicamente,
finanziariamente, materialmente le cose, impara a valutarle nell’ottica di Dio. E allora
anche qui ci insegna che la valutazione non parte valutando il negativo. Non bisogna mai
dimenticarsi il positivo. Non bisogna lasciare che il male diventi protagonista. Il
protagonista è quel seme buono. Il protagonista è il padrone che l’ha seminato.
Il bene, anche se è piccolo, anche se è contrastato, in noi c’è. Questo interessa al
padrone del campo. Al di là di tutti i peccati e tutti i difetti che possono popolare e infestare
una vita, Dio sa sempre scorgere quel piccolo germoglio di bene che lui stesso ci ha
messo. E allora ci ricorda che c’è. E ci ricorda che a fare il discernimento finale sarà lui.


“Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”.

Ci vuole un bel coraggio: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”. Questa è la
nostra realtà umana, storica, vera. Nel mondo, ma in ciascuno di noi, il bene e il male
crescono insieme e Dio stesso dice: lasciate che crescano insieme. Quante volte noi
abbiamo mancato di capire questo: che a Dio interessa più il bene che c’è che il male da
eliminare! Noi forse abbiamo fatto il contrario: ci interessa di più eliminare il male che
prenderci cura del bene. E se il padrone del campo avesse lasciato fare ai suoi operai,
avrebbero sradicato tutto e allora davvero quel campo sarebbe diventato una pietraia
sterile. E l’avversario avrebbe avuto la vittoria.

Dio non ha paura della presenza del male, sa che il male è soltanto una pallida
scimmiottatura del bene e che alla fine si nutre della stessa sostanza e ha le radici
intrecciate. Però Dio certo sa che il male non è bene e che il bene non è male, ma sa
anche che l’unico che può discernere, separare, e dare a ognuna delle due cose il giusto
destino è solo lui. Noi questo non siamo in grado di farlo. Noi non siamo i mietitori, noi
siamo i coltivatori. Il padrone chiede a quegli operai di continuare a prendersi cura di quel
campo così scoraggiante, così imperfetto, che verrebbe voglia di buttar via la vanga, il
rastrello e tutto quanto e ricominciare da capo. Invece no: Dio vuole che noi portiamo a
termine, con pazienza, sopportando anche la presenza del male in noi, la coltivazione del
seme buono che lui ci ha messo. La mietitura spetta a lui. Non è cosa dell’uomo. Non è
cosa dell’uomo dare esito finale alle cose. Allora poi ci sarà un destino finale:


“Raccogliete [prima] la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.

Ecco, questo è importante: se non ci fosse lui che miete, se non ci fosse lui che dà esito
alle cose, allora il lavoro resterebbe incompleto, resterebbe contraddittorio, invece a lui
affidiamo l’esito del nostro lavoro paziente, di coltivazione di un campo imperfetto,
contaminato, che siamo noi, eppure prezioso perché dentro c’è il seme prezioso che viene
da lui.


Come possiamo trasformare in preghiera le parole che abbiamo ascoltato?
Qui solo lo Spirito Santo è maestro. Però forse possiamo provare a entrare in questa
parabola, a metterci dentro noi.
Credo che possiamo immedesimarci almeno in due modi.

Uno nel campo. Siamo noi quel campo, ci sono tanti semi dentro di noi. Forse potremmo
anche metterci a pensare quali sono i semi buoni, quali sono i semi cattivi, ma attenzione
perché il discernimento è molto difficile. Forse questa parabola ci aiuta di più a porre
l’accento sul non perdere di vista il buono: il male forse lo vediamo anche troppo. A volte
no: a volte è qualcun altro che ce lo deve far vedere! Però attenzione perché la cosa
vitale, e questo brano ce lo insegna bene, è non perdere di vista il buon grano che c’è. E
allora questo potrebbe essere proprio un primo punto in cui, chiedendo la luce di Dio,
preghiamo: Signore, fammi vedere il buon grano che tu hai a cuore, seminato dentro di
me.

Poi potremmo immedesimarci invece in quegli operai. Potremmo pensare alla nostra
fatica, ai nostri progetti, e potremmo riconoscere tutte le volte che i nostri progetti vanno
contro a un imprevisto, a un ostacolo grande, magari più grande di noi, come questi operai
che si trovano un campo rovinato dalla semina dispettosa dell’avversario. Come reagiamo
quando le cose vanno storte? Come reagiamo quando scopriamo che in noi, negli altri, c’è
il male? È molto importante questa parabola proprio perché ci costringe a riflettere su qual
è il nostro atteggiamento nei confronti del male, se ce ne lasciamo affascinare (per
combatterlo, ma diventa un fascino lo stesso, perché quando hai un avversario e un
nemico da combattere, poi gli diventi molto simile). E allora come reagiamo a questo
fascino oscuro del male, che per chiederci di combatterlo rischia di diventare il centro dei
nostri interessi?

E poi forse possiamo anche non proprio immedesimarci nel padrone del campo, ma
provare a guardare le cose come le vede lui, con questo sguardo ampio, buono. Possiamo
chiedere al Signore di guardare con il suo sguardo ampio, misericordioso, la nostra
esistenza, quella degli altri, vedendo senza nasconderselo il male, ma anche il bene, con
questa pazienza infinita di Dio, che dice: lasciate crescere l’uno e l’altro perché non è
ancora il momento di strappar via.

La storia è così. In questa parte del Vangelo, accanto a questa parabola, San Matteo
continua a tornare sull’idea di un tempo che è necessariamente lungo. Sono i tempi della
vita agricola: la semina e poi c’è da aspettare prima del raccolto.
Un’altra parabola dice: il regno dei cieli è come un seme posto in un campo (una figura
evidentemente che piace molto a Gesù), dorma o vegli l’uomo che ha seminato il campo,
di notte o di giorno, il seme pian piano cresce, ci vuole tempo, ci vuole pazienza.

Allora guardiamo la nostra vita con lo sguardo del padrone del campo, con uno sguardo
paziente, che non si lascia prendere dal panico, che sa dare tempo alle cose, che non si
spaventa se il male e il bene crescono assieme, che saprà lui al momento giusto aiutarci a
discernere e a entrare noi come seme buono nel suo granaio.