domenica 6 aprile 2014

Vangelo secondo Matteo, cap. 27 - Il sangue di Gesù.


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014
Don Giulio Lunati, 2 aprile 2014, Duomo di Pavia
Il sangue di Gesù (Matteo 27, 1-26)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

Il nostro percorso nel Vangelo di Matteo si incontra questa sera, verso la fine della Quaresima, con due brani della Passione di Gesù.
La Passione secondo Matteo è molto simile a quella di Marco, da cui Matteo trae la maggior parte delle narrazioni, ma Matteo in questo capitolo 27 inserisce un racconto e due dettagli (dentro un altro racconto) che solo lui ci riporta. Sia il racconto sia i dettagli hanno a che fare con il sangue di Gesù, segno evidente che Matteo ritiene che il sangue di Gesù abbia una grande importanza.
Nella tradizione cristiana questo è indubitabile, ma i racconti di Matteo ci aiutano a capire bene qual è l’importanza del sangue di Gesù, che cosa rappresenta e come va contemplato con fede.
Questo brano potrebbe aiutarci anche a vivere i giorni della Passione, contemplando la Passione del Signore in una maniera forse più autentica di quanto faremmo senza l’aiuto che Matteo ci dà.

Leggiamo dunque all’inizio del capitolo 27 un episodio che si inserisce subito dopo l’arresto di Gesù:

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”. Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: “Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue”. Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Questa parte del capitolo 27 non la troviamo negli altri Vangeli.
Il brano che leggiamo ora invece lo troviamo, ma ci sono due dettagli, come vi dicevo, che sono propri dell’evangelista Matteo.

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: “Sei tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Tu lo dici”. E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: “Non senti quante testimonianze portano contro di te?”. Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.
A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua”.
Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: “Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?”. Quelli risposero: “Barabba!”. Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!”.
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!”. E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Quali sono i due dettagli appartenenti solo a Matteo in questa seconda parte del racconto?
Da un lato il piccolo inciso della moglie di Pilato che gli dice: “Non avere a che fare con quel giusto” e di conseguenza Pilato che si lava le mani. Questa scena così proverbiale (appunto si dice: me ne lavo le mani), è un regalo che ci fa Matteo, senza di lui non l’avremmo.
E poi c’è quella frase terribile, che ci spaventa un po’: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.

Gesù viene definito un giusto, quindi il suo sangue è sangue innocente.
Pilato se ne lava le mani, per non contaminarsi con il sangue innocente di un giusto.
E invece il popolo presente lì a Gerusalemme dice: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. Sembra una frase terribile, ma poi vedremo che cosa significano veramente queste parole. Detto così sembrerebbe quasi una scena antisemita, in realtà è tutto il contrario.

Adesso andiamo con calma. Questi due dettagli e tutto il brano della morte di Giuda di che cosa ci parlano? Del sangue innocente di Gesù.
Giuda dice proprio così: “ho tradito sangue innocente”.
E poi il campo che viene acquistato con il ricavato del tradimento di Giuda, della vendita di Gesù, si chiama “Campo del sangue”.
È chiaro che qui tutti i dettagli che Matteo aggiunge al racconto della Passione di Marco ruotano attorno al sangue innocente di Gesù.
Allora cerchiamo di capire che cosa ci vuole donare San Matteo.

Prima di tutto dobbiamo capire quanto è forte e pesante questa espressione: sangue innocente.
Il sangue innocente è il sangue di qualcuno ucciso ingiustamente. È il sangue di quelle vittime che vengono, come diciamo oggi, prese come capri espiatori e vengono uccise perché qualcun altro possa avvantaggiarsene.
Il sangue innocente nella tradizione dell’Antico Testamento è qualcosa che grida vendetta a Dio.
Il primo sangue innocente versato è quello di Abele e si dice proprio così nel racconto della Genesi. Dio dice a Caino: Che cosa hai fatto? Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra, innocente (vd. Gen 4, 10).
Gesù stesso se vi ricordate dice: a questa generazione verrà chiesto conto di tutto il sangue innocente versato, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria che avete ucciso vicino all’altare (vd. Lc 11, 50-51 e Mt 23, 35-36). È un profeta (non quello di cui abbiamo il libro di Zaccaria, ma un altro) che per farlo tacere è stato ucciso, in un luogo santo tra l’altro. E Gesù con questa frase dice: ora è giunto il momento in cui bisogna fare i conti con tutto il sangue innocente versato dall’inizio della storia.
Allora il sangue di Gesù in un certo senso li racchiude tutti. Tutti questi omicidi ingiusti sono racchiusi nel sangue di Gesù.

Tra l’altro un dato inquietante che l’Antico Testamento ci rivela è che il sangue innocente si paga sempre.
C’è un episodio terribile del tempo di Davide: uno dei suoi luogotenenti, Ioab, uccide a sangue freddo il suo rivale. Erano due luogotenenti, si incontrano durante una spedizione, ognuno guida le sue truppe, si avvicinano per abbracciarsi, per salutarsi, e mentre si salutano baciandosi Ioab squarcia l’altro e lo lascia a morire lì per terra perché così ha fatto fuori un avversario, e il suo sangue resta lì, sangue innocente (vd. 2 Sam 20, 8-10). Dopo alcuni capitoli si narra la morte di Ioab e si ricorda: così fu vendicato il sangue innocente dell’uomo che egli aveva ucciso (vd. 1 Re 2, 30-34). Come dire che il sangue innocente ha una memoria lunga e si paga sempre.
Se fosse così, e se il discorso fosse tutto qui, allora la frase che dice il popolo di Gerusalemme, “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”, vorrebbe dire: siamo così sicuri che non è innocente Gesù che ci esponiamo alla vendetta divina.
E allora da qui l’interpretazione aberrante: ecco, gli Ebrei pagano per quel delitto.
Ma questo è esattamente il contrario di quello che il Vangelo invece ci vuole dire.
Adesso cerchiamo di capirlo.

Il sangue di Gesù non ha questo significato. È vero che è sangue innocente, ma mette fine a quella spirale di vendette (anche le vendette divine) che il sangue innocente sembra attirare sull’umanità. Gesù non vuole che il suo sangue innocente sia vendicato. Lo versa per un altro motivo e questo ci viene detto chiaramente.

Avete fatto caso che Gesù a Pilato non risponde. “Non senti quante testimonianze portano contro di te?”. Ma non gli rispose neanche una parola.
Mi permetto un’ultima citazione. Oggi dobbiamo tirare le fila di tanti racconti sparpagliati un po’ in tutta la Bibbia, perché è forse il tema più importante, uno dei temi cruciali di tutta la Scrittura e di per sé raduna elementi che vengono da molto lontano.
C’è un altro episodio del sangue innocente versato, la storia di Susanna. Quella ragazza che viene ingiustamente accusata da due anziani molto stimati tra il popolo che volevano approfittare di lei; lei si rifiuta, allora la accusano di essere adultera e stanno per farla lapidare. Ma si alza la voce di Daniele, il profeta Daniele che è ancora giovinetto all’epoca, li smaschera con uno stratagemma e vengono uccisi al posto di Susanna. E si commenta così: In quel giorno fu salvato il sangue innocente (Dn 13, 62).
Ecco: se Gesù dovesse alzare la propria voce per difendersi, dovremmo pagare noi per lui. Nessuno di noi è innocente. Se Gesù volesse far giustizia e si difendesse, dovrebbe condannare quelli che lo accusano. Invece, differentemente dalla storia di Susanna, Gesù non dice neanche una parola. E questo suo silenzio è un silenzio misericordioso. Vuole mettere fine alla spirale delle vendette, fossero pure le vendette sante del Dio vendicatore che i suoi avversari si immaginano.

Gesù dice chiara questa cosa proprio nelle parole dell’Eucarestia. Lì c’è nascosta una parola che alla luce di quello che abbiamo detto diventa importantissima e, siccome la sentiamo a tutte le messe, abbiamo la possibilità di non dimenticarcela mai. Lì viene detto: Questo è il calice del mio sangue, il sangue dell’alleanza. Gesù ci tiene a dire chiaramente che il suo sangue non è il sangue innocente che grida vendetta a Dio, ma è il sangue dell’alleanza.
Il sangue infatti ha questi due volti: da un lato quello terribile che abbiamo appena ricordato, dall’altro, se vi ricordate, l’alleanza che Dio ha stabilito con il popolo di Israele al Sinai viene suggellata proprio con un rito che è tra i riti più primordiali dell’umanità, quello dell’aspersione del sangue. Si prendono le vittime animali, si prende il loro sangue, metà asperge una delle due parti che contraggono l’alleanza, l’altra metà asperge l’altra parte, come a dire: ormai tra le due parti c’è un legame di sangue. Ebbene Mosè con gli Ebrei fa proprio così: metà del sangue delle vittime viene asperso sull’altare, l’altra metà sul popolo. E questo stabilisce un patto di fedeltà a cui Dio non verrà mai meno (vd. Es 24, 4-8).
Gesù vuole che il suo sangue sia versato per questo: sia versato per stabilire una fedeltà tra Dio e l’umanità che nessuno possa più spezzare. Gesù, siccome il sangue è suo, può dargli il significato che vuole. E nell’Ultima Cena lui sceglie di fare del suo sangue non un sangue che grida vendetta a Dio, ma un sangue che perdona e crea la base per un rapporto totalmente nuovo tra Dio e l’umanità.
Allora grazie a quella frase di Gesù e al significato che lui dà alla sua morte la frase terribile che dicono gli Ebrei cambia totalmente di segno. Loro non lo sanno: quando dicono “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” pensano di fare una specie di scongiuro (come dire: mi si staccasse la testa ...) e invece, grazie a quello che Gesù vuole che sia la sua morte, stanno senza saperlo invocando il sangue dell’alleanza. Il sangue di Gesù ricadrà proprio su di loro, ma in questo senso: come dono. La morte di Gesù sarà un dono prima di tutto per i responsabili della sua morte.

Il sangue di Gesù diventa immediatamente fonte di salvezza e di conversione proprio per il popolo di Gerusalemme.
Il primo discorso pubblico di Pietro nel giorno di Pentecoste dice: Gesù, uomo mandato da Dio, è passato in mezzo a voi beneficando e annunciando il vangelo, ma voi l’avete messo a morte per mano di empi e l’avete ucciso (vd. Atti 2, 22-23). Cosa dobbiamo fare, fratelli? Dicono gli altri, capendo la gravità della loro colpa. Convertitevi, perché per voi è la salvezza e per i vostri figli e per quanti il Signore vorrà salvare (vd. Atti 2, 37-39).
Allora “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” avviene alla lettera: il sangue di Gesù diventa fonte di salvezza prima di tutto per i primi che si convertiranno, che saranno proprio gli abitanti di Gerusalemme, e per i loro figli e per tutti i loro discendenti e per noi che spiritualmente ne siamo i discendenti.
Questo è il capovolgimento meraviglioso che Gesù fa del senso della sua morte. E se leggiamo così il primo brano, che abbiamo lasciato da parte un attimo e che è uno dei brani più belli (forse è il capolavoro) di Matteo, se teniamo presente questo senso che Gesù ha dato alla propria morte, allora anche quel brano diventa nella sua apparente oscurità uno dei brani più luminosi di tutto il Vangelo di Matteo. Proviamo a ripercorrerlo.

Che cosa fa Giuda? Giuda dice: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente” e questa è una cosa imperdonabile. Non ci si può lavare le mani dal sangue innocente.
Giuda ha tra le mani quei trenta denari: vi ricordate quanto interessano a Matteo le monete? Se fate caso, la maggior parte dei brani in cui si parla di monete nel Vangelo di Matteo sono propri di Matteo, cioè è solo lui che ce ne parla, oppure sono brani che ha talmente rielaborato che diventano suoi. Come i talenti, per esempio, e la paga degli operai mandati nella vigna. Matteo faceva l’esattore delle tasse, per lui le monete sono importanti. Questi trenta denari ce li racconta solo lui.
Questa che abbiamo ascoltato non è la storia della morte di Giuda, è la storia di che fine fanno quei trenta denari. Questo interessa a Matteo. Perché gli interessa? Perché quei trenta denari simbolicamente sono il sangue di Gesù. È quello che resta della sua vita. È stato venduto, convertito in denaro (trenta denari) e ora quei soldi sono in mano a Giuda.
Simbolicamente quei trenta denari sono tutto quello che resta della vita di Gesù.
E allora capiamo che importanza abbia. Da un lato un’importanza terribile: sono il segno di una colpa, la colpa di Giuda, dall’altro, se ci pensate, Gesù fa in modo che il condensato di tutta la sua vita, il condensato simbolico di tutto quello che lui ha fatto, ha vissuto, della sua vita e della sua morte, restino in mano a Giuda. Perché? Perché lui si è donato per noi peccatori e allora è giusto che quei trenta denari siano messi in mano proprio al più colpevole di tutti, perché lui è morto per noi.

Ma adesso tutto sta a vedere che cosa ne farà Giuda.
Giuda fa come Pilato. Pilato si lava le mani del sangue di Gesù, non vuole averci a che fare. Giuda tenta di fare lo stesso: li getta via. Gli bruciano tra le mani perché non capisce che quello è un dono, simboleggia un dono, non capisce che la morte di Gesù non è stata una rapina, non gli è stata portata via la vita, ma lui l’ha donata. E allora quei trenta denari che lui sente come un debito bruciante, come il segno di una colpa irredimibile, in realtà sono il simbolo e il segno di un dono. Gesù la sua vita la dona, prima ancora che gli sia presa. E quei trenta denari, se Giuda volesse, simbolicamente potrebbero essere il segno di un dono, ma Giuda che è cassiere, ed è abituato che i conti devono tornare, non è pronto per ricevere un dono simile. Per lui quei trenta denari sono solo un debito schiacciante.
Un’altra parabola di Matteo che parla di soldi è quella dell’uomo che era debitore di diecimila talenti, una cifra pari o superiore al debito pubblico nazionale italiano, un debito impagabile (vd. Mt 18, 23-34). Giuda si sente così: debitore di una cosa che non potrà mai ripagare, allora, coerentemente, esce a va ad uccidersi.

La sorte di Giuda noi non la conosciamo, non possiamo saperla (la sorte eterna di Giuda), non è questo che interessa a Matteo.
Giuda esce di scena, i trenta denari invece restano al centro della scena.
Sono lì sul pavimento del tempio e i nemici di Gesù dicono: non possiamo metterli nel tesoro del tempio, perché sono prezzo di sangue. Hanno proprio ragione, perché nel tesoro del tempio vanno le offerte che si fanno in cambio di qualche grazia.
Anche la cassa del tesoro del tempio può essere un simbolo, il simbolo di una religione intesa un po’ come mercanteggiamento (faccio l’offerta ... e aspetto qualche beneficio).
I denari che simboleggiano la vita di Gesù ci parlano di tutt’altro. Non ci parlano di mercanteggiamenti o di prezzi da pagare o di debiti, ci parlano di un dono traboccante. Quei trenta denari in quella cassa lì non ci stanno proprio.
E allora che cosa ne fanno i nemici di Gesù? I nemici di Gesù sono furbi, ma come tutti i furbi sono furbi a metà. Già hanno fissato come cifra da pagare a Giuda trenta denari che era il prezzo non di un uomo libero, ma di uno schiavo (se per errore veniva ucciso un uomo libero, si pagavano sessanta denari, ma uno schiavo si pagava la metà, credo). Adesso pensano di fare un altro dispetto a Gesù, oltre a quei trenta denari (che appunto è già un insulto), dicono: prendiamo un campo per la sepoltura degli stranieri! Il “Campo del vasaio” che da quel giorno si chiamò “Campo del sangue”.

Se voi cercate su una piantina dov’è il Campo del sangue, dovete cercarlo in aramaico e si chiama Haqeldama. Prendete la piantina, guardate dove si trova e scoprite che è al centro della Geènna.
Questo campo che è stato acquistato con ciò che resta della vita di Gesù e della sua morte è nel centro di quel lembo di terra maledetto in cui si gettavano e si bruciavano i rifiuti, quel lembo di terra che Gesù usa come immagine della perdizione.
Questo lembo di terra è maledetto perché è il luogo dove in passato, al tempo di Geremia (che poi non a caso torna in scena), gli Ebrei avevano offerto sacrifici umani, anche di bambini. Quindi è una terra intrisa di sangue innocente, è la terra più maledetta di tutta Gerusalemme o di tutto Israele e allora i nemici di Gesù dicono: prendiamo un campo lì con questi soldi. E non sanno quello che fanno, perché sono furbi ma furbi solo a metà.

Matteo qui compie una delle sue opere più mirabili, proprio da rabbino.
Le citazioni di Matteo, se ci fate caso, sono sempre citazioni che fanno disperare gli esegeti moderni, che sono precisi, perché non tornano mai. Uno le va a cercare e o non sono dove Matteo dice o sono differenti, perché sono citazioni a senso.
Matteo ci offre la chiave di lettura e questo è il significato vero di quel campo, che invece per i nemici di Gesù vorrebbe dire: Gesù è il più maledetto di tutti, quello che resta del suo sangue è degno soltanto di andare a finire al centro della Geènna.
Matteo dà una lettura di fede di questo fatto e ci dà degli indizi, delle chiavi segrete per leggerne il senso, con questa citazione bellissima, che non esiste:
Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
Il prezzo non si trova in Geremia, si trova in Zaccaria (vd. Zc 11, 12-13), il campo del vasaio non viene mai nominato, la citazione non esiste. Però in questa frase Matteo intesse delle allusioni bibliche, soprattutto di Geremia, che se le mettiamo in fila ci illuminano sul senso della morte di Gesù.

Intanto non c’è il Campo del vasaio, ma c’è la Porta dei cocci, dove si andavano a rompere i vasi rotti, i vasi inutilizzabili, vecchi, brutti: si andava lì alla Porta dei cocci, li si buttava lì e si rompevano. La Porta dei cocci dà sulla Geènna, quindi già c’è un’indicazione anche di luogo.
Il profeta Geremia, in uno dei suoi gesti profetici va a questa Porta dei cocci, si fa seguire dagli abitanti di Gerusalemme, prende una brocca, la spacca, la getta via e dice: così il Signore farà con chi non ha fede in lui (vd. Ger 19).
Allora, primo messaggio: se manchi di fede rischi di essere gettato nella Geènna come un coccio rotto. Questo è vero. Ma poco prima Geremia aveva avuto un’altra illuminazione dal Signore.
Nel capitolo 18 era andato nella bottega del vasaio (ecco che almeno il vasaio c’è!). E lì il Signore gli aveva detto: guarda cosa fa il vasaio, il vasaio quando un vaso viene male riplasma la creta e lo fa come nuovo. Non potrei fare così anch’io con voi, gente di Israele?
Allora qua dentro già troviamo due dati: il nostro peccato che ci farebbe essere come dei cocci inutili gettati nella Geènna, la forza di Dio che ci può riplasmare di nuovo.

Ma la terza citazione, sempre da Geremia, nascosta qui dentro, che è la più bella, è quella del capitolo 32, dove si parla di un campo (quindi il vasaio c’è, il vaso c’è, il campo c’è, ma sono sparpagliati nel libro di Geremia, e qui Matteo ci dice: lavorate un po’ voi a cercarvi le citazioni! E si trovano).
Nel capitolo 32, quando ormai era imminente la caduta di Gerusalemme, cosa succede? Che un parente di Geremia va da lui e gli dice: senti non compreresti mica il mio campo? Certo, stanno tutti scappando da Gerusalemme ... e noi compriamo un campo! È come andare a investire in Grecia quando la Grecia sembrava che sprofondasse. E Dio dice a Geremia: bravo, fai proprio così! Compra quel campo lì! E gli fa stilare solennemente l’atto di acquisto, davanti a tutti, glielo fa mettere in un vaso di terracotta e dice: perché vi dico che verranno giorni in cui qui ancora si compreranno campi e si vivrà.
Allora quel campo che Geremia alla vigilia dello sfacelo di Gerusalemme compra è il pegno che Dio dà al suo popolo per dire che non finisce qui, che Gerusalemme sarà liberata e sarà ricostruita, e quel campo lì è come la primizia.

C’è un altro campo. C’è un altro lembo di terra importante nella storia di Israele. È quando Abramo deve far seppellire Sara, che muore proprio mentre Abramo si trova nella terra di Canaan, quella che diventerà la sua terra, la terra dei suoi discendenti, ma lui c’è come forestiero. Muore Sara e allora Abramo compra un pezzettino di terra, come una caverna, per poterci seppellire Sara. E quel lembo di terra sepolcrale è il primo pegno della terra promessa (vd. Gen 23).

Allora Matteo attraverso questo gioco di citazioni che rileggono l’episodio dell’acquisto del “Campo del sangue” al centro della Geènna, ci dice che il sangue di Gesù ci compra un lembo di terra promessa proprio al centro della nostra perdizione.
E diventa il luogo per la sepoltura degli stranieri, cioè il luogo dove tutta l’umanità può trovare accoglienza.
E quel sepolcro, che richiama inevitabilmente il sepolcro di Gesù, è il luogo non della morte ma della resurrezione.

Allora i trenta denari vanno a finire lì. In quel campo che agli occhi dei nemici di Gesù era un segno di maledizione, ma agli occhi di Matteo che legge le cose con fede è un pegno di salvezza. Il Signore ci compra con il suo sangue la primizia della salvezza. I nemici di Gesù lo fanno senza accorgersene.

È un brano complesso, molto complesso, ma ci aiuta a capire il senso della morte di Gesù, della morte violenta di Gesù per noi, che però lui riesce a trasformare in un dono e in una promessa, non in un debito e in una minaccia.

lunedì 17 marzo 2014

Vangelo secondo Matteo 20,1-16; 21,28-43 - La vigna di Dio.


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014
Don Giulio Lunati, 12 marzo 2014, Duomo di Pavia
La vigna di Dio (Matteo 20,1-16 e 21,28-43)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

Oggi leggiamo tre brani, di cui due consecutivi. Sono nei capitoli 20 e 21 di Matteo e hanno in comune in maniera appariscente il tema della vigna e in maniera più sottile un altro tema che andremo a vedere.

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

Poi andiamo al capitolo 21. Il titolo è “Parabola dei due figli”: in realtà a metà ci andrebbe un altro titolo, ma sempre di vigna si parla.

Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: - Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna -. Ed egli rispose: - Non ne ho voglia -. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: - Sì, signore -. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: - Avranno rispetto per mio figlio! -. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: - Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità! -. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. Gli risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”.
E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Come vi dicevo, questi testi evidentemente hanno in comune l’immagine della vigna. È un’immagine metaforica. Compare in queste tre parabole (quindi racconti che hanno una forte valenza metaforica) e salta all’occhio immediatamente.
È curioso osservare, e ritengo non sia casuale, che c’è un altro tema che si intreccia con questo. In questi tre testi che parlano della vigna si parla anche di servi e di figli. La prima parabola parla di operai, la seconda parla di figli, la terza, quella più drammatica, parla di tutt’e due: ci sono i contadini che hanno preso in affitto la vigna e poi c’è il figlio.
Mentre parliamo di queste parabole, il tema più importante che emerge probabilmente è proprio questo. Lavorare nella vigna del Signore non come salariati o affittuari, ma come figli ed eredi. Questo è quello che il Signore ci insegna con queste parabole.
Ci soffermeremo soprattutto sulla prima e sulla seconda. Qualche cenno, se facciamo in tempo, anche sulla terza.

Innanzitutto guardiamo i protagonisti delle parabole.
“Il regno dei cieli è simile a un padrone” (prima parabola); “Un uomo aveva due figli”, e poi lo si chiama esplicitamente padre (chi dei due ha fatto la volontà del “padre”?). Quindi abbiamo un padrone nella prima, un padre nella seconda, nella terza abbiamo un padrone che è anche un padre. Un uomo possedeva un terreno, manda i servi, è lui il proprietario, è il padrone, ma poi si rivela soprattutto come padre. Allora vedete queste due immagini che rappresentano Dio.

Padrone: qual è la definizione di padrone? La troviamo alla fine della prima parabola: “non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Questa è la definizione di padrone. Ma adesso vedremo che cosa implica il fatto che Dio sia padre.
Alla lettera, filosoficamente e teologicamente è anche vero che Dio, essendo il creatore, può fare delle sue cose, cioè del creato, quello che vuole (è la maestà di Dio), ma questo non servirebbe il Vangelo a insegnarcelo. Questo padrone invece rivela di avere innanzitutto un volto e un ruolo di padre. Nella terza parabola c’è proprio questa trasfigurazione da padrone a padre, che dona il suo figlio.

Gli altri protagonisti sono gli operai, i lavoratori nella prima parabola e i figli nella seconda. Sia agli operai che ai figli ha rivolto lo stesso invito: andate a lavorare nella mia vigna, andate a lavorare nella vigna. C’è anche una piccola variante: nella mia vigna / nella vigna. Ci soffermeremo su questa sottile ma importante differenza.
Nella terza parabola ci sono i contadini a cui la vigna è data in affitto, c’è il figlio che è l’erede e i contadini che vorrebbero usurpare l’eredità e quindi arrogarsi il ruolo di figli.
Ecco allora che queste tematiche padre-padrone, salariato-operaio-contadino-affittuario-figlio si intrecciano tutte e tre, attorno alla vigna.

La vigna è quella coltura che più che un possesso è una cura. Cioè la vigna, a differenza probabilmente delle altre colture, il contadino la sente un po’ più sua perché bisogna fare più fatica, è più delicata, va curata quasi come un bambino. E allora attorno alla vigna si intessono non solo interessi economici ma anche affetti. È per questo che l’immagine della vigna può bene fare da perno per farci ruotare da una visione padrone-operai a una visione padre-figlio.

Adesso entriamo nella prima parabola. L’azione di questo padrone, padrone di casa.
Fa due cose: uscì per cercare lavoratori per la sua vigna ... uscito verso le nove del mattino ne vide altri ...uscì e fece altrettanto ...uscito ancora verso le cinque ne vide altri ...
Fa queste due cose: esce e vede. È l’azione di Dio: esce ...
Vi ricordate anche nel brano della zizzania? C’è un uomo che esce a seminare: esce.
L’azione di Dio è uscire . Uscire per venire a noi, uscire per venire nel suo popolo, nella sua terra, nella sua creazione, tra i suoi figli. Esce, non sta dentro, non sta sulle sue.
E dapprima capiamo perché esce questo padrone: esce perché ha bisogno, c’è da lavorare nella vigna, ha bisogno salariati. E dei primi non si dice neanche che uscì e li vide: li cerca.

Poi continua a uscire. Questo continuare a uscire comincia a stupirci, soprattutto quando esce ancora alle cinque di sera: per quanto la vigna potesse aver bisogno di operai, ormai è molto discutibile che ci fosse così tanto bisogno da uscire ancora a cercarne altri, quando ormai manca un’ora di lavoro e poi tutto finisce.
Cominciamo a capire che ciò che sta a cuore a questo padrone non è la vigna in sé, ma sono gli operai. Con quel bel cambiamento di prospettiva che anche la dottrina sociale della Chiesa sottolinea: il lavoro è per l’uomo.

Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Perché nessuno ci ha presi a lavorare. Questa domanda e questa risposta drammatica (che tra l’altro al giorno d’oggi possiamo sentire in tutta la loro realtà non metaforica, come in questa parabola), la realtà cruda e reale della disoccupazione, qui in questo contesto ci fanno pensare alla disoccupazione ancora più radicale che è quella del non avere un fine, un senso, una prospettiva. L’umanità spesso è così. Se non trova un senso e una prospettiva che le vengano date, gli uomini sono come disoccupati: non c’è nulla di abbastanza grande e bello per giustificare i nostri sforzi, la nostra dedizione, il nostro essere. Se nessuno ci chiama e ci cerca, noi siamo come una nave che va alla deriva; possiamo cercarci sì le nostre finalità, i nostri obiettivi, ma non possiamo ignorare che hanno un respiro corto. Perché vivere? Perché darsi da fare? A cosa dedicare i nostri sforzi? Ai soldi, alla carriera, ai figli, allo stato, alla patria? Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia uno sbocco per quelle energie buone, creative, per quei sogni che abbiamo dentro.

Allora questo padrone che va a cercare gli operai non è propriamente un padrone: si rivela pian piano come un padre, che è più interessato agli operai, alle persone, che alla vigna, alle cose.
E allora anche il creato si trasfigura: non è l’uomo per il creato, ma è il creato per l’uomo. Nel senso che il creato ci è dato perché noi possiamo diventare creativi. O meglio, c’è una simbiosi. Quando si dice nella Genesi che Dio mise Adamo nel giardino di Eden per coltivarlo e custodirlo, si sta dicendo una cosa simile a questa. Al creato è dato un custode, all’uomo è dato un senso. Poi è chiaro che il senso dell’uomo non è tutto qui. Il senso dell’uomo è soprattutto nel rapporto con chi gli affida il creato, la vigna, il regno.

Facciamo un passo in più. Il rapporto che c’è tra questo padrone e questi operai avventizi, chiamati a lavorare al primo o all’ultimo momento. Il tempo che passa (l’alba, le nove, mezzogiorno, le tre, le cinque, la sera ...) e per gli ultimi sembra passare invano. Mentre il tempo passa, anche il rapporto tra il padrone e gli operai si modifica sottilmente.

Quelli chiamati alla prima ora stipulano un vero e proprio contratto: “Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna”. È un contratto in piena regola. E alla fine uno di questi mugugna e il padrone gli dice: “Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene”. C’è un limite in questo rapporto: è un rapporto in cui tra le persone c’è la mediazione semplicemente delle cose e della legge.
Questo è un modo di rapportarsi con Dio. Un modo di rapportarsi con Dio in cui noi forniamo certe prestazioni religiose e in cambio riceviamo la vita eterna come premio: i patti sono chiari, ci resteremmo male se non fossero rispettati, ma ci resteremmo male anche se qualcun altro potesse avere la vita eterna senza aver obbedito bene e con fatica come noi.

Gli altri operai, quelli di mezzo. “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Qui da un contratto si sta passando a una promessa: non dice quanto darà. “Quello che è giusto”. E questi si fidano e ci vanno.
Un altro modo di rapportarsi con Dio, in cui c’è sempre la speranza di un premio, ma ci si fida di una promessa, ci si fida della parola: il rapporto comincia a diventare più personale.

Stupisce ancora di più il dialogo con gli ultimi. “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. “Andate anche voi nella vigna”. Non c’è un contratto, non c’è neanche una promessa, non si nomina una paga neppure minima (neanche viene negata, però non viene nominata), e può anche darsi che quegli operai siano andati non tanto sperando di prendere qualcosa, (che comunque sarebbe stato pochissimo), ma perché, tutto sommato, pur di muoversi e di non aver buttato via proprio tutta la giornata, uno ci va ... Ci vanno forse anche gratuitamente: non è nominato, non è promesso nulla.

C’è un dettaglio sottile ma cruciale secondo me. Nella traduzione compare sì e no, ma nel testo originale le prime volte viene detto: “Andate nella mia vigna” (la mia vigna), l’ultima volta, come è tradotto anche qui, c’è “Andate nella vigna”.
È la stessa frase che nella seconda parabola usa il padre verso i figli. Il padre ai figli non dice “Andate nella mia vigna”: perché? Ma perché non è la sua, è la loro vigna: non c’è neanche bisogno di mettere un aggettivo possessivo. “Andate nella vigna”: andate nella nostra vigna!
È interessante che questa stessa mancanza dell’aggettivo possessivo compaia nel testo greco solo con gli operai dell’ultima ora, quelli che forse non si aspettano neanche una paga. Allora forse questi operai sono trattati quasi da figli.
Vanno a lavorare per il gusto di lavorare? Vanno a lavorare perché si fidano di quell’uomo? Quanto meno il nostro rapporto con Dio si fonda sulle mediazioni delle cose, dei beni, delle regole e delle promesse, quanto più impariamo a lavorare nella vigna di Dio perché ci interessa, tanto più essa diventa anche la nostra e tanto più noi impariamo ad amare ciò che Dio ama e a sentire nostro ciò che Dio sente suo. E questo è essere figli.

Questa cosa diventa più chiara nella seconda parabola, ma ancora una parola sulla prima. Le ultime parole: “non posso fare delle mie cose quello che voglio?”. Questa è la definizione di padrone, l’azione è l’azione di un padre. Quello che vuole è donare. Il padre le cose le gestisce per donarle ai figli, per lasciarle ai figli, perché diventino le loro. Allora questo padrone svela di avere un cuore di padre.
Non a caso poi, nella seconda parabola, appunto di un padre si parla. La vigna in questo caso non è più qualcosa di estraneo a chi ci va a lavorare.

Perché questo padre manda i figli a lavorare nella vigna? Perché non ha abbastanza operai? O forse perché sa che solo se vanno a lavorarci diventa veramente la loro? Una cosa è tua non solo quando ne acquisisci il diritto di possesso. Per questo basterebbe aspettare che il padre muoia e avere l’eredità. Ma una cosa diventa tua quando tu diventi suo. Ciò che noi diciamo veramente mio non è semplicemente ciò che possediamo e possiamo farne quello che vogliamo, ma è ciò per cui ci spendiamo. Allora questo padre manda i figli a lavorare nella vigna perché la vigna possa diventare la loro.

E allora il Signore perché ci chiede di faticare, soffrire, darci da fare per il suo regno? Perché sia il nostro. Come nella parabola che abbiamo esaminato tempo fa (quella dei talenti), alla fine si scopre che quell’uomo che aveva lasciato i talenti ai suoi servi glieli lascia per sempre. Glieli ha dati in mano e sembrava un prestito, un affido temporaneo, e poi è divenuto un dono. Ma solo perché hanno avuto il coraggio di investircisi, coinvolgersi, quei talenti poi possono diventare i loro per sempre.
I beni di Dio diventano i nostri, se ce li prendiamo a cuore. La vigna di Dio diventa nostra, il regno di Dio diventa nostro, se ce lo prendiamo a cuore.

I due figli, che reagiscono in maniere differenti, sono molto interessanti. Notate bene che quello che non ci andò è quello che dice “Sì, signore”. L’altro è più sgarbato: “Non ne ho voglia”. Uno dice: “Sì, signore”, ma quel “signore” prende le distanze. “Sì, padrone”, verrebbe da dire.
A un padrone si obbedisce se proprio è necessario e lo si fa solo per non essere puniti (e infatti poi “non vi andò”).
A un padre si obbedisce perché non si fa la sua volontà, ma si vuole la sua volontà (“Pentitosi, ci andò”).
Quel figlio che non tratta il padre da padrone e si prende forse anche un po’ troppa confidenza (“Non ne ho voglia”), però è quello che proprio per questa mancanza di distanza riesce a fare il passo decisivo, capisce perché il padre gli ha chiesto di andare a lavorare nella vigna e allora ci va.
E noi abbiamo un cuore da salariati o un cuore da figli e, se abbiamo un cuore da figli, di che tipo?

Sulla terza parabola volevo farvi notare appunto la dinamica, il conflitto, tra coloro che sono solo degli affittuari e colui che è figlio. Per gli uni il padrone è padrone, per gli altri è padre. E qui il figlio addirittura diventa dono per gli affittuari, forse perché possano imparare dal figlio.
Anche noi, che tendenzialmente abbiamo tutti un cuore da affittuari, da mezzadri, da salariati, e vorremmo con Dio fare dei bei contratti come si fa coi padroni, solo dal Figlio possiamo imparare a essere figli.

Cosa ci insegnano queste parabole per quanto riguarda la preghiera, che è il filo conduttore delle nostre riflessioni? Credo che ci insegnino a cosa serve la preghiera, anche se qui non si parla di preghiera.
A cosa serve la preghiera? Serve a farci non solo fare la volontà di Dio, ma a farcela volere. Quando stiamo davanti a Dio e accogliamo la sua parola e lasciamo che lui ci trovi (perché lui sempre esce a cercarci), lasciamo che lui ci coinvolga, allora forse il nostro cuore può cambiare e impariamo a guardare le cose della nostra vita belle e brutte, i doni e gli impegni che lui mette nelle nostre mani, come dono suo che deve diventare nostro e dobbiamo prendercelo a cuore. Impariamo che c’è sì tanto da lavorare nella vigna del Signore, ma che è anche la nostra, e allora le cose che abbiamo da fare, da vivere, cambiano colore, perché cambia colore il nostro rapporto con Dio.

In sintesi le parabole che abbiamo ascoltato oggi ci insegnano a coltivare in noi un cuore da figli e a cercare la volontà di Dio non per motivi estrinseci, ma per i motivi intrinseci, perché è bella, perché egli è nostro Padre. E allora ereditiamo da lui non tanto dei beni, ma un cuore. Questo solo nella preghiera può diventare vero.

lunedì 3 marzo 2014

Vangelo secondo Matteo 13,14-30 - Il buon grano e la zizzania.

SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014
Don Giulio Lunati, 12 febbraio 2014, Duomo di Pavia
La zizzania e il buon grano (Matteo 13, 24-30)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

Continuiamo il nostro percorso di preghiera con la Parola di Dio, la Parola di Dio che
ascoltiamo dal Vangelo secondo Matteo, come le altre volte.
Troviamo oggi nel nostro cammino questa parabola tra le più celebri di Matteo, la parabola
del buon grano e della zizzania. Come gli altri brani è proprio dell’evangelista Matteo. È
solo lui che ci ha conservato e che ci consegna queste parole. Le ascoltiamo.


Gesù espose loro un’altra parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: - Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? -. Ed egli rispose loro: - Un nemico ha fatto questo! -. E i servi gli dissero: - Vuoi che andiamo a raccoglierla? -. No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio -”.

Proviamo a chiederci chi è il protagonista, qual è l’immagine centrale di questa parabola
che abbiamo ascoltato. Potremmo avere varie opinioni. Però ho il sospetto che, se
dovessimo dare un titolo mentale a questo brano, diremmo “la parabola della zizzania”. Se
non altro perché è una parola rara, che si trova solo qui.
Però, se ci fate caso, la prima e l’ultima immagine della parabola non è la zizzania. È il
buon seme e il grano. Anzi, a dire la verità, prima di tutto c’è il seminatore, ma tra il grano
e la zizzania chi ha il ruolo centrale è il buon grano. Eppure noi stessi forse siamo un po’
vittime di quello stesso inganno che è il segreto perverso del seminatore della zizzania,
cioè farci dimenticare il buon grano. Ma ci torneremo sopra.
Questo intanto per farvi notare che la zizzania non è la protagonista. Più di lei conta il
buon grano. Ma di più ancora la prima parola di questa parabola è un uomo che ha
seminato del buon seme nel suo campo.


All’inizio c’è questo seminatore. Poi c’è l’altro protagonista, opposto. Come il buon seme e
il buon grano si oppongono al cattivo seme, quello della zizzania, così al buon seminatore
che è il padrone del campo si contrappone il suo nemico.


Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.

Ora la cosa che dobbiamo evitare è di prendere questi due personaggi e queste due
semine come se fossero semplicemente equivalenti, seppure di segno opposto. Sono di
segno opposto, sicuramente, ma non sono equivalenti. Il bene e il male non sono
speculari. Il male viene dopo. Il male è solo uno scimmiottamento. Il male finge di essere
speculare al bene, ma è solo una cattiva copia in negativo.
Capiamo perché. Il buon seme seminato dal padrone interessa al padrone. Di più ancora
gli interessa quel campo, nel quale forse noi potremmo identificarci (perché credo che
nessuno di noi possa identificarsi col buon grano e neanche con la zizzania. Noi forse
siamo di più quel campo nel quale entrambi i semi sono seminati). Ma qual è la
differenza? La differenza è che il nemico semina la zizzania "e se ne andò". Non gli
interessa il campo. Non gli interessa neanche la zizzania, perché non tornerà certo a
raccoglierne i frutti. Gli interessa soltanto rovinare quello che è stato fatto. Gli interessa
rovinare quel campo, che non è il suo. Non è in contesa il campo, che siamo noi.
L’avversario è proprio esattamente soltanto avversario. Se non ci fosse la
contrapposizione sarebbe nulla e nessuno.
La differenza tra il padrone del campo e l’avversario, il nemico, è che il padrone del campo
resta. La prima e l’ultima parola sono le sue. Il primo gesto, seminare, e poi tutto quel
dialogo anche un po’ drammatico con i servi che hanno seminato, e poi l’ultima promessa:
“il grano invece riponételo nel mio granaio”. Dall’inizio alla fine chi accompagna nel bene e
nel male quel povero campo così contrastatamente seminato è il padrone del campo.
L’avversario viene, cerca di rovinare e se ne va. Non gli interessa il campo, non gli
interessiamo noi, non gli interessa neanche il male che riesce a realizzare, gli interessa
solo contrapporsi al padrone, a Dio.
Allora sono sì due semine, sono sì di segno opposto, ma non sono equivalenti. Gli altri se
ne vanno, Dio resta. Resta fino alla fine solidale con quel campo travagliato che siamo noi.


Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 

Fermiamoci un attimo su questa frase. “Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò
anche la zizzania”. C’è la zizzania: ma è solo un male? Sì e no. È comunque un frutto,
seppur perverso, di una fecondità che il terreno ha. Se il terreno fosse una pietraia, non
nascerebbe la zizzania, ma non nascerebbe neanche il grano. Dio preferisce così. I nostri
difetti, anche le nostre perversioni, la zizzania che troviamo seminata in noi, può crescere
solo perché comunque noi siamo un terreno vitale. Per non far crescere la zizzania si
potrebbe spargere tanto bel diserbante o, come facevano una volta, il sale, e allora la
zizzania non crescerebbe più, tutto resterebbe inaridito.
Dio preferisce così. Preferisce il rischio anche del fatto che ci sia questa erbaccia
infestante (che, come capiamo tutti, è un po’ il segno del male), però che siamo un terreno
vitale, magari ammalato ma vitale. È meglio la contraddizione di avere dentro il bene e il
male, di essere tirati un po’ da una parte un po’ dall’altra, piuttosto che la perfetta coerenza
di una bella landa desolata in cui non ci sono contraddizioni perché tutto è uguale.
Forse noi preferiremmo (ed è proprio questo il messaggio centrale della parabola) che non
ci fosse la zizzania, anche a costo di eliminare pure il grano. Invece è così.
“Spuntò anche la zizzania”. Dobbiamo constatare che in noi non cresce solo ciò che Dio
vuole, ma anche il suo opposto. Eppure affondano le radici nello stesso terreno, quel
terreno che siamo noi, che è fatto dal nostro essere vivi, dal nostro essere uomini e donne,
dai nostri desideri che possono portarci verso il bene o verso il male, ma almeno ci
portano, ci muovono, ci costringono magari con tante contraddizioni a riconoscere che
siamo vivi. Anche il male, che pure Dio non vuole, però è un segno del fatto che siamo
vivi, che siamo esseri umani. Meglio che crescano entrambi, piuttosto che non cresca
niente.



Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?"

Ecco, questo è il punto cruciale. Qui cominciamo a capire qual era veramente l’intento del
seminatore nemico. La zizzania non uccide il grano. Ne rende molto difficile il raccolto,
perché bisogna star lì con pazienza a dividere. Ma il trucco qual è?


"Vuoi che andiamo  a raccoglierla?"

Il trucco del seminatore nemico è che la zizzania catalizza su di sé le attenzioni e gli sforzi.
E magari, nel tentativo di strapparla, riuscirebbe anche a far strappare il buon grano.
La zizzania serve proprio a instillare questo dubbio, il dubbio che forse il seme non era
buono. La zizzania fa dimenticare il buon grano che c’è fin dall’inizio. La zizzania fa
pensare: ma allora forse questo campo è tutto sbagliato, ma allora forse non è vero che è
stato seminato bene.
Proviamo a tradurlo fuori di metafora. Se il campo siamo noi, allora ci viene da dire: ma
forse quello che cresce in noi non viene da Dio, forse quello che cresce in noi cresce per
caso; c’è il bene e c’è il male ma alla fine tutto è uguale, tutto è un unico calderone; forse,
se riscontriamo la presenza del male in noi, c’è da ricominciare tutto da capo.
Allora la tentazione è quella di farci dimenticare la nostra verità, che siamo un terreno
seminato con amore. Se succede questo, potremmo dire che l’avversario non ha seminato
della zizzania: ha seminato lo scoraggiamento, la delusione, la disperazione. L’esperienza
del male non è il fine ultimo del maligno, l’esperienza del male serve a farci credere che
non c’è altro, serve a farci dimenticare che c’è il bene. Questo interessa al maligno. Al
maligno interessa farci distogliere lo sguardo, farci dimenticare il bene che Dio ha
seminato in noi.
I servi che hanno collaborato alla semina si sentono forse come se fosse colpa loro, e
allora istintivamente pensano che la miglior difesa sia l’attacco. Immediatamente sono
tentati di riversare la colpa sul padrone: forse il seme che ci hai dato non era buono? Da
dove viene la zizzania?
Il padrone potrebbe dire: sono io che lo chiedo a voi. Ma non fa così. Non cede alla
tentazione di darsi la colpa l’uno con l’altro. Perché anche questo è frutto del maligno: c’è
il male, allora di chi è la colpa? E qui si potrebbe innescare una lite sterile e rovinosa tra il
padrone e i suoi operai.
In effetti il maligno fa proprio questo: cerca di metterci in lite con Dio. Cerca di far sì che
per scaricare la colpa da noi, magari inconsciamente la diamo a Dio. Quando si entra in
questo circuito, allora l’oggetto stesso del contendere viene dimenticato. Non ci si fida più.
È la stessa dinamica del peccato originale. Ma qui il padrone è più saggio:


“Un nemico ha fatto questo!”.


Quando noi riconosciamo la presenza del male in noi e vorremmo cominciare a cercare
delle scuse e a dare la colpa a qualcun altro, magari a Dio stesso, Dio non reagisce
dicendoci: no, guarda che è colpa tua! Dio reagisce dicendoci: “Un nemico ha fatto
questo!”. Non cadiamo nella sua trappola!
“Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. Certo a noi piacerebbe poter eliminare da noi il male e
forse ancora di più ci piacerebbe eliminarlo negli altri. Ci piacerebbe andare a correggere
tutti i difetti degli altri, tutti i torti, e fare dell’umanità un bel mondo perfetto. Ma sa bene il
Signore come finirebbe se facessimo questo:


Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano”.

E qui, con questa parolina, il padrone del campo, che è Dio, torna a indicarci ciò che è
veramente prezioso.

Uno dei fili conduttori del Vangelo di Matteo è insegnarci ciò che è prezioso (ricordate il
valore dei talenti? il valore della perla preziosa, del tesoro nascosto nel campo? e il dono
più prezioso, il figlio stesso di Dio consegnato a noi, che Giuseppe prende in consegna?).
Matteo che era appunto esattore delle tasse e sapeva valutare economicamente,
finanziariamente, materialmente le cose, impara a valutarle nell’ottica di Dio. E allora
anche qui ci insegna che la valutazione non parte valutando il negativo. Non bisogna mai
dimenticarsi il positivo. Non bisogna lasciare che il male diventi protagonista. Il
protagonista è quel seme buono. Il protagonista è il padrone che l’ha seminato.
Il bene, anche se è piccolo, anche se è contrastato, in noi c’è. Questo interessa al
padrone del campo. Al di là di tutti i peccati e tutti i difetti che possono popolare e infestare
una vita, Dio sa sempre scorgere quel piccolo germoglio di bene che lui stesso ci ha
messo. E allora ci ricorda che c’è. E ci ricorda che a fare il discernimento finale sarà lui.


“Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”.

Ci vuole un bel coraggio: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”. Questa è la
nostra realtà umana, storica, vera. Nel mondo, ma in ciascuno di noi, il bene e il male
crescono insieme e Dio stesso dice: lasciate che crescano insieme. Quante volte noi
abbiamo mancato di capire questo: che a Dio interessa più il bene che c’è che il male da
eliminare! Noi forse abbiamo fatto il contrario: ci interessa di più eliminare il male che
prenderci cura del bene. E se il padrone del campo avesse lasciato fare ai suoi operai,
avrebbero sradicato tutto e allora davvero quel campo sarebbe diventato una pietraia
sterile. E l’avversario avrebbe avuto la vittoria.

Dio non ha paura della presenza del male, sa che il male è soltanto una pallida
scimmiottatura del bene e che alla fine si nutre della stessa sostanza e ha le radici
intrecciate. Però Dio certo sa che il male non è bene e che il bene non è male, ma sa
anche che l’unico che può discernere, separare, e dare a ognuna delle due cose il giusto
destino è solo lui. Noi questo non siamo in grado di farlo. Noi non siamo i mietitori, noi
siamo i coltivatori. Il padrone chiede a quegli operai di continuare a prendersi cura di quel
campo così scoraggiante, così imperfetto, che verrebbe voglia di buttar via la vanga, il
rastrello e tutto quanto e ricominciare da capo. Invece no: Dio vuole che noi portiamo a
termine, con pazienza, sopportando anche la presenza del male in noi, la coltivazione del
seme buono che lui ci ha messo. La mietitura spetta a lui. Non è cosa dell’uomo. Non è
cosa dell’uomo dare esito finale alle cose. Allora poi ci sarà un destino finale:


“Raccogliete [prima] la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.

Ecco, questo è importante: se non ci fosse lui che miete, se non ci fosse lui che dà esito
alle cose, allora il lavoro resterebbe incompleto, resterebbe contraddittorio, invece a lui
affidiamo l’esito del nostro lavoro paziente, di coltivazione di un campo imperfetto,
contaminato, che siamo noi, eppure prezioso perché dentro c’è il seme prezioso che viene
da lui.


Come possiamo trasformare in preghiera le parole che abbiamo ascoltato?
Qui solo lo Spirito Santo è maestro. Però forse possiamo provare a entrare in questa
parabola, a metterci dentro noi.
Credo che possiamo immedesimarci almeno in due modi.

Uno nel campo. Siamo noi quel campo, ci sono tanti semi dentro di noi. Forse potremmo
anche metterci a pensare quali sono i semi buoni, quali sono i semi cattivi, ma attenzione
perché il discernimento è molto difficile. Forse questa parabola ci aiuta di più a porre
l’accento sul non perdere di vista il buono: il male forse lo vediamo anche troppo. A volte
no: a volte è qualcun altro che ce lo deve far vedere! Però attenzione perché la cosa
vitale, e questo brano ce lo insegna bene, è non perdere di vista il buon grano che c’è. E
allora questo potrebbe essere proprio un primo punto in cui, chiedendo la luce di Dio,
preghiamo: Signore, fammi vedere il buon grano che tu hai a cuore, seminato dentro di
me.

Poi potremmo immedesimarci invece in quegli operai. Potremmo pensare alla nostra
fatica, ai nostri progetti, e potremmo riconoscere tutte le volte che i nostri progetti vanno
contro a un imprevisto, a un ostacolo grande, magari più grande di noi, come questi operai
che si trovano un campo rovinato dalla semina dispettosa dell’avversario. Come reagiamo
quando le cose vanno storte? Come reagiamo quando scopriamo che in noi, negli altri, c’è
il male? È molto importante questa parabola proprio perché ci costringe a riflettere su qual
è il nostro atteggiamento nei confronti del male, se ce ne lasciamo affascinare (per
combatterlo, ma diventa un fascino lo stesso, perché quando hai un avversario e un
nemico da combattere, poi gli diventi molto simile). E allora come reagiamo a questo
fascino oscuro del male, che per chiederci di combatterlo rischia di diventare il centro dei
nostri interessi?

E poi forse possiamo anche non proprio immedesimarci nel padrone del campo, ma
provare a guardare le cose come le vede lui, con questo sguardo ampio, buono. Possiamo
chiedere al Signore di guardare con il suo sguardo ampio, misericordioso, la nostra
esistenza, quella degli altri, vedendo senza nasconderselo il male, ma anche il bene, con
questa pazienza infinita di Dio, che dice: lasciate crescere l’uno e l’altro perché non è
ancora il momento di strappar via.

La storia è così. In questa parte del Vangelo, accanto a questa parabola, San Matteo
continua a tornare sull’idea di un tempo che è necessariamente lungo. Sono i tempi della
vita agricola: la semina e poi c’è da aspettare prima del raccolto.
Un’altra parabola dice: il regno dei cieli è come un seme posto in un campo (una figura
evidentemente che piace molto a Gesù), dorma o vegli l’uomo che ha seminato il campo,
di notte o di giorno, il seme pian piano cresce, ci vuole tempo, ci vuole pazienza.

Allora guardiamo la nostra vita con lo sguardo del padrone del campo, con uno sguardo
paziente, che non si lascia prendere dal panico, che sa dare tempo alle cose, che non si
spaventa se il male e il bene crescono assieme, che saprà lui al momento giusto aiutarci a
discernere e a entrare noi come seme buono nel suo granaio.

martedì 28 gennaio 2014

Vangelo secondo Matteo 1,1-25 - La "genesi" di Gesù


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014

15 Gennaio 2014, Duomo di Pavia
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)
Audio mp4


La "genesi" di Gesù. (Matteo 1)


Continuiamo la nostra Scuola di Preghiera seguendo il Vangelo di Matteo e leggiamo oggi il primo capitolo, che è fatto di due brani che spesso si leggono separatamente. Ho scelto di leggerli assieme, perché, come poi cercherò di dirvi, credo che siano un tutt’uno.
Il titolo “La genesi di Gesù” è un po’ strano, ma è per usare la parola che troviamo nel testo e dopo lo spieghiamo.
Anche se i due brani fanno un tutt’uno, siccome il testo è abbastanza lungo, lo leggiamo in due parti. Comunque il discorso è del tutto unitario.

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomome da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Matteo è abbastanza coraggioso a iniziare così un Vangelo. Se fosse ai giorni nostri ci vorrebbe coraggio: dicono che la copertina e il titolo già filtrano la maggior parte dei lettori, poi la prima pagina ancora di più ... allora forse ai giorni nostri tre quarti dei lettori se ne sarebbero già andati, dopo questa pagina che può suonare noiosa. Ma credo che forse Matteo un po’ l’abbia voluta anche così, noiosa, e poi vi dico perché.

Prima di tutto, la prima parola: genealogia.
Alla lettera è “Libro della genesi”, dove “genesi” può voler dire genealogia, discendenza, generazione ... ed è molto interessante che è la stessa parola che c’è all’inizio del secondo brano. Tra un momento, leggendo il secondo brano, leggeremo: “Così fu generato Gesù Cristo”. Non è proprio così la frase. La frase è: “Questa fu la genesi di Gesù Cristo” e c’è la stessa parola che c’è qui in “genealogia”. Quindi: Libro della genesi di Gesù Cristo - Così avvenne la genesi di Gesù Cristo. I due brani cominciano con la stessa parola chiave, che è difficile da tradurre, perché, come vi dicevo, può voler dire genealogia, discendenza, generazione, nascita.
Matteo non ha inventato questa cosa: l’Antico Testamento è costellato di queste tavole genealogiche, che hanno un compito importante, di tessere un unico arazzo con i fili della vita di tante persone. Le genealogie intessono la vita privata in una vita pubblica. E allora in questo primo capitolo fa altrettanto della vita stessa di Gesù. Gesù persona concreta, Giuseppe e Maria suoi genitori, nel senso che sappiamo, la loro storia: una storia privata entra a far parte della storia del popolo di Israele.

Questa genealogia ci pone anche un problema e il problema è che questa genealogia dichiara chiaramente che Gesù non è nato da Giuseppe. E lo fa con un voluto contrasto. Abbiamo ascoltato per una quarantina di volte il verbo generò, tanto che alle nostre orecchie moderne occidentali ha generato un po’ di sazietà, e poi di colpo l’ultimo anello della catena manca. “Giacobbe generò Giuseppe ...” (tra l’altro Giacobbe c’era già all’inizio: un altro Giacobbe ... uno dice: sì, ma è sempre la solita storia ...), ”Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Qui Matteo fa apposta a presentarci una cosa vecchia, tradizionale (lo schema delle generazioni), inserendoci qualcosa che non c’era mai stato, cioè l’ultimo anello della catena non è un “generò”, ma è la parola “sposo”. C’è una catena ferrea, fatta di anelli di ferro, che sono la generazione (padre-figlio, padre-figlio, padre-figlio, padre-figlio ... ), l’ultimo anello è un anello nuziale. L’anello con cui la storia di Gesù si salda alla nostra storia è un anello nuziale.
Questo per dirvi, prima di entrare nei dettagli della genealogia, qual è la struttura di questi due brani. Il primo ci dà il quadro, il secondo è come uno zoom che va nel dettaglio, come se un film cominciasse mostrandoci una regione vasta, piena di palazzi, case, pascoli, e poi a un certo punto si fa uno zoom su una casa e si entra in un interno. Il secondo brano è questo zoom. Commenta quell’ultimo versetto: “Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”. Perché la genealogia si compia, si deve saldare quest’ultimo anello: Giuseppe, sposo di Maria. “Ecco come si compì la genealogia”, così potremmo tradurre il primo versetto della seconda parte. E ci narra non come è nato Gesù, perché la narrazione della nascita di Gesù è in fondo, nell’ultimo versetto, ma come Giuseppe è diventato lo sposo di Maria. Quindi il secondo brano commenta quel titolo di Giuseppe: Giuseppe, sposo di Maria.

Ma, adesso, andando un pochino più nei dettagli del primo brano (la genealogia), capiamo perché è così importante e perché è anche così geniale questo testo. Qui Matteo è riuscito, con un semplice elenco di nomi, a evocare per noi, davanti a noi, soprattutto per le orecchie dei suoi ascoltatori che ben conoscevano la storia sacra e gli elenchi genealogici, è riuscito a evocare in poche righe tutta la storia della salvezza, almeno da Abramo fino ai giorni suoi. Questo elenco di nomi dipinge davanti agli occhi, o meglio fa risuonare nelle orecchie degli ascoltatori, tutta la storia di Israele, punteggiata da alcune tappe.

Abramo - Davide.
Sono i due nomi che vengono ribaditi fin dall’inizio: Gesù, “figlio di Davide, figlio di Abramo”. Davide e Abramo sono i depositari delle due grandi promesse. Abramo: la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo (“in te si diranno benedette tutte le genti”: cfr. Gen 12, 3). Abramo: la promessa universale di un Dio che sarà per tutte le genti. Davide: la promessa del Messia, re di Israele. In un certo senso questa promessa è più limitata, ma Matteo ci dice: Gesù nasce come figlio di una storia che è storia di promessa, quella promessa fatta ad Abramo, che poi si è come concentrata nella storia di un popolo, nella promessa fatta a Davide; ora in Gesù queste promesse intrecciate tra di loro si compiono. E allora così la storia di Giuseppe, Maria, Gesù, si inserisce nella storia del popolo eletto, si inserisce nella storia dell’umanità.

Matteo stesso ci tiene a sottolineare tre fasi, in questa genealogia.
Le tre fasi sono: quella dei patriarchi, la fase di una promessa che sale. C’è un crescendo, è come un’ondata che cresce. Abramo: una persona sola; Isacco; Giacobbe: dodici figli; un intero popolo, fino a diventare un regno, una nazione: Davide.
Però poi la storia cambia colore: da Davide in avanti tutti i nomi che abbiamo ascoltato nella seconda fase sono nomi di re, la maggior parte dei quali vengono commentati così (nei libri delle Cronache, per esempio): fece ciò che non era gradito a Dio. È la storia di una lunga infedeltà. La fedeltà di Dio - l’infedeltà di un popolo. Tanto che poi si arriva al disastro della deportazione.
L’ultimo segmento è il segmento in cui la storia di Israele, che era salita fino al suo apice, in un certo senso, in Davide, e poi era pian piano tornata al nulla con l’esilio, ora entra in una fase silente, dove l’uomo non opera più. È il segmento degli sconosciuti: degli ultimi nomi non sappiamo pressoché nulla. È una storia che è come silente, come la terra d’inverno è in attesa.

Poi (stiamo esaminando un po’ i fili che intrecciano questo arazzo) ci sono quei nomi, nomi tutti maschili.
Avete fatto caso che c’è questo “generò” che si ripete: evoca bene come le forze umane da sole riescono solo a generare una grande ripetizione.
Il commento migliore a questo aspetto della genealogia forse è quel brano che c’è all’inizio di Qoèlet, dove dice: Vanità di vanità. Il vento gira e rigira, sul suo giro il vento ritorna; i fiumi vanno continuamente al mare e il mare non è mai sazio; ciò che è stato si rifarà. Vedete forse una cosa nuova? Ecco, proprio questa: è già successa! (cfr. Qo 1, 2-11).
È una storia che si avviluppa su se stessa e non riesce a sfuggire ai suoi giri e rigiri.
Allora apprezziamo ancora di più quello scarto improvviso: che l’ultimo “generò” manca. C’è questa mancanza: l’ultimo anello della catena non è un “generò”.
Cosa sarebbe successo se Giuseppe avesse generato Gesù? Niente di male, niente di sacrilego, ma Gesù sarebbe stato semplicemente un altro anello di una catena e si sarebbe inserito nella storia dei tentativi umani fallimentari di costruire un futuro.
Perché si mettono al mondo i figli? Perché si muore! La spinta verso la vita è generata dalla consapevolezza della morte. Non tanto dalla consapevolezza nostra, ma proprio della vita stessa, che si riproduce perché si muore. E viceversa si muore per far spazio ai figli.
Qui invece c’è qualcosa di nuovo. Gesù è generato (lo vedremo nel brano dopo), sì, ma non da Giuseppe. “Quel che è generato in lei” (si legge nel brano dopo) “viene dallo Spirito Santo”. Quando un verbo è al passivo, molte volte il soggetto che non viene dichiarato è Dio. Gesù è colui che non ha un nome da cui è stato generato, perché è sottinteso che è stato generato da Dio.
Allora qui c’è una catena orizzontale di generazioni, che non possono mai uscire da quel piano in cui sono confinate; e poi invece c’è una generazione che viene dall’alto. Ma hanno bisogno di saldarsi. E si saldano in questa coppia: Giuseppe, sposo di Maria.

L’elemento maschile e l’elemento femminile si sono già intrecciati. Matteo inserisce in maniera irregolare, imprevedibile, dei nomi femminili all’interno della genealogia: c’è una lunga, prevedibie, strutturata, catena di nomi maschili, e poi ogni tanto c’è un nome di donna che fa deviare la storia.
Racab era una tenutaria, una prostituta, che si inserisce a forza nel popolo di Israele, tradendo il suo popolo, e però così permette alla storia di Israele di andare avanti (cfr. Gs 2, 1-24 e 6, 22-25). Anche Tamar si inserisce nella storia della salvezza in maniera molto irregolare (cfr. Gen 38). E anche Rut è una straniera, una straniera che seduce (ma se lo meritava: era una brava ragazza!) il ricco Booz e entra nella storia della salvezza (cfr. Rt 3 e 4). Betsabea invece è lei che viene sedotta dal re Davide. Una delle pagine più nere della Bibbia: Davide che fa uccidere un suo compagno d’arme, Uria. Non era uno qualunque: era uno dei primi compagni di Davide (cfr. 2 Sam 11).

Allora ci sono queste donne che in maniera scandalosa, imprevedibile, illegale, entrano a forza nella genealogia di Gesù. Eppure non sono viste come negative, anche perché fanno da corte a Maria, che è quel nome femminile che arriva per ultimo. E lei è la più irregolare di tutte, perché viola le leggi stesse della natura: concepisce senza opera d’uomo. Cos’è questa irregolarità femminile? Sono i tentativi di Dio di bussare alla nostra porta, la storia umana, per entrarci, per farsi accogliere. Sono i momenti in cui, al di là dei nostri progetti ben strutturati, Dio dà delle sterzate alla storia, con volti di donna.

Ancora una cosa, poi passiamo all’altro brano: questa storia è una storia poderosamente incompiuta. 14 + 14 + 14 in realtà è 6 x 7. Tre volte 14 vuol dire 6 volte 7. Sette è la perfezione, ma sei è la imperfezione, e il 666 è il numero della bestia nell’Apocalisse (Ap 13, 18). Perché? Perché il 6 è il numero per eccellenza dell’imperfezione: 7 a cui manca il più bello, il settimo. Allora è una storia che cerca la perfezione (c’è dentro il 7), ma è radicalmente incompiuta. Il suo compimento è quello che viene dopo.

In questa maniera dunque Matteo, usando nozioni, allusioni, che per noi magari sono tutte da decifrare, ma per i suoi ascoltatori erano molto più chiare, ci mette davanti a un dramma: la storia di Dio con l’umanità, la fatica che Dio fa per entrare nella nostra storia, rispettando la nostra libertà, per darle compimento.
Ma l’ultimo anello è un anello libero: “Giuseppe, lo sposo di Maria dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo”.
La generazione è una cosa che, dal punto di vista del figlio, è la cosa meno libera che ci possa essere. Nessuno di noi ha scelto di nascere, né di nascere dai nostri genitori. Invece il matrimonio è l’atto libero di due persone. Ai tempi di Giuseppe non era proprio così, ma la verità antropologica del matrimonio sono due persone che liberamente si accolgono e si amano.
E Dio nella storia ci entra così: ci entra come una sposa accolta. Questo è il tema del secondo brano, che ora leggiamo.

Mi permetto di cambiare la prima frase, perché è tradotta in una maniera che non si capisce. Alla lettera è: “in questo modo fu, si compì, la genesi, la genealogia di Gesù Cristo”. Quindi Matteo ci sta dicendo: adesso entriamo nel mistero di questo anello nuziale, che compie quella catena ferrea delle generazioni.

Così si compì la genesi di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa (contate quante volte c’è “sposo” e “sposa”!) di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo (parola superflua: aveva appena detto che era promessa sposa, ma lo ribadisce), poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele,
che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Vi ho fatto notare quante volte compare la parola sposo o sposa. Compare anche dove non è necessario che compaia, ma compare così tanto, perché questo è il tema di questo brano. Non la nascita di Gesù, che compare nella seconda metà dell’ultimo versetto. Ma il centro del brano è il mistero di quel sì che Giuseppe dice a Maria e, dicendolo a Maria, lo dice a Dio. E lo dice non come persona privata, ma come depositario di tutta quella genealogia che racchiude la storia di Israele. In questo momento, nel sì di Giuseppe a Maria viene detto il sì dell’umanità a Dio. È l’analogo di quello che in Luca troviamo raccontato attraverso il sì di Maria. Ma è la stessa cosa e ha la stessa importanza teologica.

Qui è un po’ difficile capire che cosa avesse esattamente in cuore Giuseppe. È difficile per noi, perché probabilmente era difficile prima di tutto per lui capire cosa aveva in cuore. Qui comunque, come ce lo narra Matteo, sono aperte un po’ tutte le ipotesi.

Giuseppe pensava di essere stato tradito?
Qui viene dichiarato come cosa pacifica che “prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”.
Se Giuseppe viene definito come uomo giusto, è un uomo giusto non perché è pietoso, ma perché vuol fare ciò che è giusto. Se ciò che è giusto ai suoi occhi è non condannare Maria, ma lasciarla libera in maniera privata, vuol dire che lui al racconto di Maria ci crede anche. Almeno fino a un certo punto o almeno ha il dubbio. Crede che davvero lì possa essere all’opera Dio, che non si tratti semplicemente di una triste storia di tradimento.
E proprio perché è giusto, se lì è all’opera Dio, lui non vuole opporsi ai progetti di Dio.
Giuseppe è uno che vuole fare la volontà di Dio, e cerca di capirla.
L’angelo gli dice: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa”. Anche questa parola è indicativa, perché il timore e l’invito “non temere” nel Vangelo sono sempre usati in riferimento a persone che si trovano davanti non tanto a un rischio terreno, ma si trovano davanti alla maestà di Dio. E non è la paura, è il timor di Dio. È l’atteggiamento di riverenza, che ti fa quasi fare un passo indietro, quando capisci che sei davanti a Dio.
Allora qui probabilmente questo aveva in cuore Giuseppe. Sentiva in qualche maniera, oscura e confusa, che lì Dio era entrato, quasi, verrebbe da dire, di prepotenza, nella loro storia e si era preso la sua sposa. E invece l’angelo gli dice: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa”, “quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”.
Quindi qui la paura non è quella di essere tradito, è il timore davanti a Dio; e l’angelo gli dice: non fare un passo indietro! Maria è la tua sposa, quel che è generato in lei ... Il verbo al passivo, ve lo ricordo, è un passivo teologico, è come dire “quel che Dio ha generato in lei viene dallo Spirito Santo”: è dichiarata l’origine divina di Gesù. Ma proprio per questo l’angelo gli dice: Dio entra nella storia: tu, uomo, non fare un passo indietro! Perché proprio a te Dio affida questo.

Allora Giuseppe è il compimento perfetto della parabola dei talenti. Il servo buono e fedele, che ha il coraggio di prendere come suoi i beni preziosi del padrone, di custodirli e farli fruttificare.
Qui non sono dieci talenti o mille talenti che vengono affidati a Giuseppe, ma Dio gli affida Maria e il figlio Gesù: i suoi beni più preziosi. E Giuseppe fece come gli aveva detto l’angelo “e prese con sé la sua sposa”.
E poi il resto del racconto lo conosciamo. Giuseppe è il custode fedele, ma fedele nel senso della parabola dei talenti: colui che fa delle cose che Dio gli ha affidato esattamente quello che Dio vuole. È colui che mette in atto e fa diventare veri i sogni di Dio.
Giuseppe continuerà a fare sogni. Forse anche c’è un riferimento all’altro Giuseppe, quello della Genesi, che attraverso i sogni ha intessuto la sua storia. E qui Giuseppe ci viene presentato come colui che fa entrare nella storia i sogni di Dio.

Allora questo dono che viene dall’alto (“quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”) si inserisce nella catena delle generazioni umane, non diventando una di loro, ma attraverso quel sì libero, che è un sì nuziale tra Giuseppe e Maria. Ma Giuseppe, accogliendo Maria, accoglie Dio.

Qui c’è una delicatezza infinita di Dio, che, nei due racconti di Luca e di Matteo, a Maria, donna, si presenta col volto di un bimbo che chiede di nascere (quanto è più intimamente confacente a un cuore di donna); a Giuseppe, uomo, si presenta col volto di una ragazza che chiede di essere amata, custodita, sposata, lei col suo bambino (quanto è più confacente a un cuore di uomo). Dio si presenta a noi proprio nella maniera giusta.
E allora il sì di Maria che conosciamo bene nel Vangelo di Luca, il sì di Giuseppe che forse conosciamo un po’ meno bene (ma l’abbiamo appena potuto contemplare) ci mostrano come dire di sì a Dio compie il meglio di noi. Dio ci dona i suoi beni più preziosi proprio in base alle nostre capacità, come diceva la parabola dei talenti. In base alla nostra verità più profonda, più vera, più intima.

Un’ultima osservazione. Troviamo qui per la prima volta una delle cose con cui Matteo si diverte: le citazioni bibliche, che sono fatte alla maniera di Matteo. Sono citazioni fantasma: se uno va a cercare nella Bibbia, c’è sempre qualcosa che non quadra.
Questa è facile da trovare, ma c’è anche qui qualcosa che non quadra.
Questo avvenne perché si compisse la parola del profeta ...
Qui almeno sappiamo che è il profeta Isaia; in certi casi è un misto di un profeta, di un altro profeta, di qualche altro libro ... Matteo compie dei collages, dei centoni, con una intelligenza profondissima, e ci mostra che, se non alla lettera, ma in senso profondo, davvero l’Antico Testamento trova la sua chiave di lettura nel Nuovo. Qui è un esempio.

“Lo chiamerai Gesù”. Questo avvenne perché si compisse la profezia: sarà chiamato “Emmanuele”. Si doveva chiamare Emmanuele, invece si chiama Gesù ... E invece no! Perché sono due metà di una verità: Dio salva (Gesù vuol dire “Dio-salva”) essendo il Dio-con-noi (Emmanuele significa “Dio-con-noi”).

Tra l’altro queste sono le ultime parole del Vangelo di Matteo, che si conclude senza l’Ascensione (se fosse per Matteo, Gesù sarebbe rimasto sempre qui con noi). L’ultima scena del film di Matteo, del film immaginario che avrebbe potuto girare, è Gesù che dice: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Allora anche con questi due nomi, accostati in maniera un po’ sfacciata (lo chiamerai Gesù, perché così compirai la promessa secondo cui si chiamerà Emmanuele), Matteo ci dice: Dio salva, facendosi il Dio-con-noi. E diventa il Dio-con-noi solo perché noi lo accogliamo. E questo noi è incarnato in Giuseppe. E allora in lui contempliamo quello di noi che ha fatto in modo che Gesù potesse entrare nella storia. Non è frutto suo la generazione biologica, ma è frutto suo l’iscrizione nella storia, perché, in qualunque modo un bambino fosse nato, quando veniva riconosciuto dal padre, era figlio a tutti gli effetti ed entrava in tutti i sensi nella storia genealogica. Quindi Gesù, figlio di Dio, diventa figlio della nostra storia attraverso il sì di Giuseppe a Maria.