giovedì 27 novembre 2008

Domenica 30/11/2008 - 1a di Avvento - Anno B

Dal libro del profeta Isaia
(Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7)
Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Avvento. Inizia l'Avvento, tempo di attesa e di risveglio. Si apre quest'anno con la preghiera accorata tratta dal libro di Isaia, che ci guida a pren­dere coscienza del nostro bisogno di salvezza, e ce ne apre la via. Ci ricorda la necessità vitale della preghiera, e ce ne mostra le dinami­che.

Noi. Sovente concepiamo la preghiera come un tu-per-tu con Dio. Gli altri restano fuori. Ci sentiamo migliori o peggiori di loro. Magari preghiamo per loro, difficilmente con loro. Isaia ci insegna a dire "noi" piuttosto che "io". "sei nostro padre", "tutti siamo avvizziti come foglie", "nessuno invocava il tuo nome". È la preghiera di un popolo, solidale nel peccato e nella speranza.

Peccatori. La preghiera autentica scaturisce dalla consapevolezza che siamo peccatori, eppure amati da Dio. Ne è modello l'invocazio­ne del pubblicano in Luca 18,13: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”. Impariamo a riconoscere il nostro peccato. Il testo di Isaia ne descrive i sintomi.
    Il peccato è vagare lontano dalle vie di Dio: quando la vita smette di avere una direzione, e ogni meta che perseguiamo si rivela inconsistente. dei nostri impulsi, delle nostre illusioni. È vivere ribelli, illusi di scuoter via la schiavitù, mentre invece ci assoggettiamo ad essa, e restiamo in balìa di noi stessi. È vivere separati dalle sorgenti della vita e della gioia, avvizziti come foglie, senza stabilità e consistenza, svuotati, portati via come il vento. È lasciarsi indurire il cuore, ritrovarsi incapaci di amare, di sentire profondamente, di cambiare. È contaminarsi con ciò che corrompe la vita, come una cosa impura, che spande odore di morte. È smettere di alzare lo sguardo per incrociare quello di Dio, non cercare più il suo volto, trovarsi incapaci di invocare il suo nome.

Ricordiamo. La preghiera si nutre del ricordo: ricordare le vie di Dio, ricordare il cammino fatto con lui, ricordare che c'è una strada aperta che ci attende; ricordare la potenza sorprendente e inattesa con cui Dio ha operato la nostra salvezza. Dove si accende il ricordo si prepara il ritorno: di Dio a noi, di noi a Lui.

Attendiamo. La preghiera risveglia in noi l'attesa, colma di desiderio e di speranza: Ritorna!... Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Il peccato ci nasconde lo sguardo di Dio, ci fa sentire invincibilmente soli, separati da Lui. La preghiera esorcizza il velo nebbioso del pec­cato, scavalca la distanza tra terra e cielo, realizza il miracolo dell'in­contro. Chi sa invocare desidera, chi desidera spera, chi spera si riapre alla vita.

Crediamo. Signore, tu sei nostro padre... tutti noi siamo opera delle tue mani. Il culmine della preghiera cristiana è la parola “Padre!”. Quando riusciamo a dire con fede che Dio è Padre e che noi siamo figli, il peccato è vinto e la salvezza è nostra!

sabato 22 novembre 2008

Domenica 23/11/08 - Cristo Re - Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo
(25,31-46 - Il giudizio finale)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

La sua gloria. La gloria di Cristo Re non è quella quella proposta dal Tentatore, la gloria dei regni del mondo. Questa gloria, Gesù la rifiuta (Mt 4,8). Invece, egli si gloria di operare ciò che dà gloria al Padre: la nostra salvezza. Vedendo i suoi miracoli la gente dà gloria a Dio. (Mt 9,8; 15,31) Gesù esorta anche noi ad operare per la gloria di Dio, divenendo così luce del mondo (Mt 5,16)
E noi di cosa ci gloriamo?

L'avete fatto a me. Gesù nella sua vita terrena si è fatto povero per darci la possibilità di donare. ha sofferto fame e sete ed è stato sfamato e dissetato, ha peregrinato da una città all'altra come straniero ed è stato a volte accolto, a volte respinto. Accoglierlo o rifiutarlo, è la salvezza o la perdizione.
  Dopo la sua vita terrena, i suoi discepoli prendono il suo posto, continuano la sua missione, bussano da poveri alle porte dei cuori, chiedendo accoglienza offrono la salvezza. (Mt 10,5,15; Mt 10,40-42)
   La povertà che chiede accoglienza e la ricchezza che sa donare si incontrano nell'amore che genera comunione e salva. Il ricco che soccorre il povero, riceve la salvezza. Il povero che chiede aiuto, la offre!

Venite / lontano da me! La salvezza è essere con Gesù; la perdizione è esserne separato. Cominciano già in questa vita, quando amiamo e quando non amiamo. Il giudizio finale rende definitive le nostre scelte.

Quando? L'eternità si gioca nelle pieghe della quotidianità. Nessun gesto è neutrale. Ogni passo va verso la vita o verso la morte. Oggi possiamo amare, aprire il cuore, incontrare Cristo, il Re mendicante che dona la salvezza chiedendo un sorso d'acqua (Gv 4,7)

domenica 16 novembre 2008

Domenica 16/11/2008 - 33a del tempo ordinario - Anno A

Dal vangelo secondo Matteo
(25,14-30)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:  «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.  Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.   Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.  Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.  Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.  Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Chiamò i suoi servi: Il servo non è lo schiavo: è l'uomo di fiducia, cui il padrone da l'autorità di agire in suo nome. La tradizione cristiana applica a Gesù i canti del Servo sofferente di Isaia, vedendo in lui colui che compie perfettamente la volontà di Dio. Anche a noi Dio dà piena fiducia, ci affida la sua opera per compierla fino in fondo, come Gesù.

Consegnò loro i suoi beni e partì: I talenti non sono le nostre capacità, ma i beni di Dio. Egli consegna quanto ha di più caro. A Gesù consegna il Vangelo per noi; a noi consegna il suo Figlio, fino in fondo, fino alla croce. Dio consegna e parte, si fa da parte, fa posto alla nostra libertà. Rischia sul serio, con noi.

Volle regolare i conti: Dio chiede conto dei beni che ci ha donato, ma non li rivuole indietro, li lascia in mano a noi. Nella parabola l'unico condannato è proprio colui che tenta di restituire!

Mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso: Non è un atto di prepotenza. Senza Dio, le nostre messi marcirebbero nei campi e non sapremmo a chi offrirle. È Lui che porta a compimento la nostra fatica, raduna le nostre opere sparse, le porta a maturazione e dona fecondità.

Prendi parte alla gioia del tuo padrone: I guadagni sono proporzionali ai doni: è la logica umana. Ma la ricompensa è unica e sproporzionata: Dio ci chiama nella Sua gioia: questa è la Sua logica!

A ciascuno secondo la sua capacità: "Capacità" in greco è dynamis, la stessa parola che indica la potenza, di Dio, che si manifesta guarendo e salvando. Attraverso le nostre capacità umane, in noi opera la forza dello Spirito, per creare, guarire e salvare.

Andò a impiegarli: La stessa parola ("operare") è impiegata per azioni molto differenti: per il figlio che va a lavorare nella vigna (Mt 21,28) e per la donna che profuma Gesù (Mt 26,10): entrambe le azioni sono secondo la volontà di Dio, opere belle a Lui gradite. Non c'è un modo solo di renderGli gloria!

Per paura ho nascosto: È l'opposto dell'uomo che, con gioia, porta alla luce il tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44). È soffocare sotto il moggio la luce del mondo, che non può restare nascosta. (Mt 5,14-15)

Ecco qui il tuo!: Come se dicesse: "Tieniti il tuo talento. Io non lo voglio, non è mio, è troppo pericoloso! Non è un dono, ma un debito: mi toccherebbe risponderne davanti a Te...". È il rifiuto di far nostra la vita che Dio ci dona, di adottare ciò che Dio ci affida. La colpa del servo pauroso, è di aver lasciato orfano il suo talento.

A chi ha sarà dato: Qui il verbo "avere" ha un significato attivo: si potrebbe quasi tradurlo "a chi prende, fa proprio" A chi ha il coraggio di prendere in mano la vita. A chi ha orecchie e cuore aperto per interrogarTi, e chiedere a il senso della Parola, come i discepoli. (Mt 13,9-12) A chi ha il coraggio di vendere i tesori che credeva di avere, per far proprio il dono di Dio, l'unico tesoro autentico (Mt 13,44). A chi "ha nel grembo", come Maria (Mt 1,18.23), una vita nuova, e sa riconoscerla tutta sua, e tutta di Dio.