SCUOLA DI PREGHIERA
2013-2014
Don Giulio Lunati, 12
febbraio 2014, Duomo di Pavia
La zizzania e il buon
grano (Matteo 13, 24-30)
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)
Continuiamo il nostro percorso di preghiera con la Parola di Dio, la Parola di Dio che
ascoltiamo dal Vangelo secondo Matteo, come le altre volte.
Troviamo oggi nel nostro cammino questa parabola tra le più celebri di Matteo, la parabola
del buon grano e della zizzania. Come gli altri brani è proprio dell’evangelista Matteo. È
solo lui che ci ha conservato e che ci consegna queste parole. Le ascoltiamo.
Gesù espose loro un’altra
parabola, dicendo: “Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha
seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano,
venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne
andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la
zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero:
- Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove
viene la zizzania? -. Ed egli rispose loro: - Un nemico ha fatto
questo! -. E i servi gli dissero: - Vuoi che andiamo a raccoglierla?
-. No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania,
con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro
crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura
dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci
per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio -”.
Proviamo a chiederci chi è il protagonista, qual è l’immagine centrale di questa parabola
che abbiamo ascoltato. Potremmo avere varie opinioni. Però ho il sospetto che, se
dovessimo dare un titolo mentale a questo brano, diremmo “la parabola della zizzania”. Se
non altro perché è una parola rara, che si trova solo qui.
Però, se ci fate caso, la prima e l’ultima immagine della parabola non è la zizzania. È il
buon seme e il grano. Anzi, a dire la verità, prima di tutto c’è il seminatore, ma tra il grano
e la zizzania chi ha il ruolo centrale è il buon grano. Eppure noi stessi forse siamo un po’
vittime di quello stesso inganno che è il segreto perverso del seminatore della zizzania,
cioè farci dimenticare il buon grano. Ma ci torneremo sopra.
Questo intanto per farvi notare che la zizzania non è la protagonista. Più di lei conta il
buon grano. Ma di più ancora la prima parola di questa parabola è un uomo che ha
seminato del buon seme nel suo campo.
All’inizio c’è questo seminatore. Poi c’è l’altro protagonista, opposto. Come il buon seme e
il buon grano si oppongono al cattivo seme, quello della zizzania, così al buon seminatore
che è il padrone del campo si contrappone il suo nemico.
Mentre tutti dormivano, venne il suo
nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Ora la cosa che dobbiamo evitare è di prendere questi due personaggi e queste due
semine come se fossero semplicemente equivalenti, seppure di segno opposto. Sono di
segno opposto, sicuramente, ma non sono equivalenti. Il bene e il male non sono
speculari. Il male viene dopo. Il male è solo uno scimmiottamento. Il male finge di essere
speculare al bene, ma è solo una cattiva copia in negativo.
Capiamo perché. Il buon seme seminato dal padrone interessa al padrone. Di più ancora
gli interessa quel campo, nel quale forse noi potremmo identificarci (perché credo che
nessuno di noi possa identificarsi col buon grano e neanche con la zizzania. Noi forse
siamo di più quel campo nel quale entrambi i semi sono seminati). Ma qual è la
differenza? La differenza è che il nemico semina la zizzania "e se ne andò". Non gli
interessa il campo. Non gli interessa neanche la zizzania, perché non tornerà certo a
raccoglierne i frutti. Gli interessa soltanto rovinare quello che è stato fatto. Gli interessa
rovinare quel campo, che non è il suo. Non è in contesa il campo, che siamo noi.
L’avversario è proprio esattamente soltanto avversario. Se non ci fosse la
contrapposizione sarebbe nulla e nessuno.
La differenza tra il padrone del campo e l’avversario, il nemico, è che il padrone del campo
resta. La prima e l’ultima parola sono le sue. Il primo gesto, seminare, e poi tutto quel
dialogo anche un po’ drammatico con i servi che hanno seminato, e poi l’ultima promessa:
“il grano invece riponételo nel mio granaio”. Dall’inizio alla fine chi accompagna nel bene e
nel male quel povero campo così contrastatamente seminato è il padrone del campo.
L’avversario viene, cerca di rovinare e se ne va. Non gli interessa il campo, non gli
interessiamo noi, non gli interessa neanche il male che riesce a realizzare, gli interessa
solo contrapporsi al padrone, a Dio.
Allora sono sì due semine, sono sì di segno opposto, ma non sono equivalenti. Gli altri se
ne vanno, Dio resta. Resta fino alla fine solidale con quel campo travagliato che siamo noi.
Quando poi lo stelo crebbe e fece
frutto, spuntò anche la zizzania.
Fermiamoci un attimo su questa frase. “Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò
anche la zizzania”. C’è la zizzania: ma è solo un male? Sì e no. È comunque un frutto,
seppur perverso, di una fecondità che il terreno ha. Se il terreno fosse una pietraia, non
nascerebbe la zizzania, ma non nascerebbe neanche il grano. Dio preferisce così. I nostri
difetti, anche le nostre perversioni, la zizzania che troviamo seminata in noi, può crescere
solo perché comunque noi siamo un terreno vitale. Per non far crescere la zizzania si
potrebbe spargere tanto bel diserbante o, come facevano una volta, il sale, e allora la
zizzania non crescerebbe più, tutto resterebbe inaridito.
Dio preferisce così. Preferisce il rischio anche del fatto che ci sia questa erbaccia
infestante (che, come capiamo tutti, è un po’ il segno del male), però che siamo un terreno
vitale, magari ammalato ma vitale. È meglio la contraddizione di avere dentro il bene e il
male, di essere tirati un po’ da una parte un po’ dall’altra, piuttosto che la perfetta coerenza
di una bella landa desolata in cui non ci sono contraddizioni perché tutto è uguale.
Forse noi preferiremmo (ed è proprio questo il messaggio centrale della parabola) che non
ci fosse la zizzania, anche a costo di eliminare pure il grano. Invece è così.
“Spuntò anche la zizzania”. Dobbiamo constatare che in noi non cresce solo ciò che Dio
vuole, ma anche il suo opposto. Eppure affondano le radici nello stesso terreno, quel
terreno che siamo noi, che è fatto dal nostro essere vivi, dal nostro essere uomini e donne,
dai nostri desideri che possono portarci verso il bene o verso il male, ma almeno ci
portano, ci muovono, ci costringono magari con tante contraddizioni a riconoscere che
siamo vivi. Anche il male, che pure Dio non vuole, però è un segno del fatto che siamo
vivi, che siamo esseri umani. Meglio che crescano entrambi, piuttosto che non cresca
niente.
Allora i servi andarono dal padrone
di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel
tuo campo?"
Ecco, questo è il punto cruciale. Qui cominciamo a capire qual era veramente l’intento del
seminatore nemico. La zizzania non uccide il grano. Ne rende molto difficile il raccolto,
perché bisogna star lì con pazienza a dividere. Ma il trucco qual è?
"Vuoi che andiamo a raccoglierla?"
Il trucco del seminatore nemico è che la zizzania catalizza su di sé le attenzioni e gli sforzi.
E magari, nel tentativo di strapparla, riuscirebbe anche a far strappare il buon grano.
La zizzania serve proprio a instillare questo dubbio, il dubbio che forse il seme non era
buono. La zizzania fa dimenticare il buon grano che c’è fin dall’inizio. La zizzania fa
pensare: ma allora forse questo campo è tutto sbagliato, ma allora forse non è vero che è
stato seminato bene.
Proviamo a tradurlo fuori di metafora. Se il campo siamo noi, allora ci viene da dire: ma
forse quello che cresce in noi non viene da Dio, forse quello che cresce in noi cresce per
caso; c’è il bene e c’è il male ma alla fine tutto è uguale, tutto è un unico calderone; forse,
se riscontriamo la presenza del male in noi, c’è da ricominciare tutto da capo.
Allora la tentazione è quella di farci dimenticare la nostra verità, che siamo un terreno
seminato con amore. Se succede questo, potremmo dire che l’avversario non ha seminato
della zizzania: ha seminato lo scoraggiamento, la delusione, la disperazione. L’esperienza
del male non è il fine ultimo del maligno, l’esperienza del male serve a farci credere che
non c’è altro, serve a farci dimenticare che c’è il bene. Questo interessa al maligno. Al
maligno interessa farci distogliere lo sguardo, farci dimenticare il bene che Dio ha
seminato in noi.
I servi che hanno collaborato alla semina si sentono forse come se fosse colpa loro, e
allora istintivamente pensano che la miglior difesa sia l’attacco. Immediatamente sono
tentati di riversare la colpa sul padrone: forse il seme che ci hai dato non era buono? Da
dove viene la zizzania?
Il padrone potrebbe dire: sono io che lo chiedo a voi. Ma non fa così. Non cede alla
tentazione di darsi la colpa l’uno con l’altro. Perché anche questo è frutto del maligno: c’è
il male, allora di chi è la colpa? E qui si potrebbe innescare una lite sterile e rovinosa tra il
padrone e i suoi operai.
In effetti il maligno fa proprio questo: cerca di metterci in lite con Dio. Cerca di far sì che
per scaricare la colpa da noi, magari inconsciamente la diamo a Dio. Quando si entra in
questo circuito, allora l’oggetto stesso del contendere viene dimenticato. Non ci si fida più.
È la stessa dinamica del peccato originale. Ma qui il padrone è più saggio:
“Un nemico ha fatto questo!”.
Quando noi riconosciamo la presenza del male in noi e vorremmo cominciare a cercare
delle scuse e a dare la colpa a qualcun altro, magari a Dio stesso, Dio non reagisce
dicendoci: no, guarda che è colpa tua! Dio reagisce dicendoci: “Un nemico ha fatto
questo!”. Non cadiamo nella sua trappola!
“Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. Certo a noi piacerebbe poter eliminare da noi il male e
forse ancora di più ci piacerebbe eliminarlo negli altri. Ci piacerebbe andare a correggere
tutti i difetti degli altri, tutti i torti, e fare dell’umanità un bel mondo perfetto. Ma sa bene il
Signore come finirebbe se facessimo questo:
“Non succeda che, raccogliendo la
zizzania, con essa sradichiate anche il grano”.
E qui, con questa parolina, il padrone del campo, che è Dio, torna a indicarci ciò che è
veramente prezioso.
Uno dei fili conduttori del Vangelo di Matteo è insegnarci ciò che è prezioso (ricordate il
valore dei talenti? il valore della perla preziosa, del tesoro nascosto nel campo? e il dono
più prezioso, il figlio stesso di Dio consegnato a noi, che Giuseppe prende in consegna?).
Matteo che era appunto esattore delle tasse e sapeva valutare economicamente,
finanziariamente, materialmente le cose, impara a valutarle nell’ottica di Dio. E allora
anche qui ci insegna che la valutazione non parte valutando il negativo. Non bisogna mai
dimenticarsi il positivo. Non bisogna lasciare che il male diventi protagonista. Il
protagonista è quel seme buono. Il protagonista è il padrone che l’ha seminato.
Il bene, anche se è piccolo, anche se è contrastato, in noi c’è. Questo interessa al
padrone del campo. Al di là di tutti i peccati e tutti i difetti che possono popolare e infestare
una vita, Dio sa sempre scorgere quel piccolo germoglio di bene che lui stesso ci ha
messo. E allora ci ricorda che c’è. E ci ricorda che a fare il discernimento finale sarà lui.
“Lasciate che l’una e l’altro
crescano insieme fino alla mietitura”.
Ci vuole un bel coraggio: “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”. Questa è la
nostra realtà umana, storica, vera. Nel mondo, ma in ciascuno di noi, il bene e il male
crescono insieme e Dio stesso dice: lasciate che crescano insieme. Quante volte noi
abbiamo mancato di capire questo: che a Dio interessa più il bene che c’è che il male da
eliminare! Noi forse abbiamo fatto il contrario: ci interessa di più eliminare il male che
prenderci cura del bene. E se il padrone del campo avesse lasciato fare ai suoi operai,
avrebbero sradicato tutto e allora davvero quel campo sarebbe diventato una pietraia
sterile. E l’avversario avrebbe avuto la vittoria.
Dio non ha paura della presenza del male, sa che il male è soltanto una pallida
scimmiottatura del bene e che alla fine si nutre della stessa sostanza e ha le radici
intrecciate. Però Dio certo sa che il male non è bene e che il bene non è male, ma sa
anche che l’unico che può discernere, separare, e dare a ognuna delle due cose il giusto
destino è solo lui. Noi questo non siamo in grado di farlo. Noi non siamo i mietitori, noi
siamo i coltivatori. Il padrone chiede a quegli operai di continuare a prendersi cura di quel
campo così scoraggiante, così imperfetto, che verrebbe voglia di buttar via la vanga, il
rastrello e tutto quanto e ricominciare da capo. Invece no: Dio vuole che noi portiamo a
termine, con pazienza, sopportando anche la presenza del male in noi, la coltivazione del
seme buono che lui ci ha messo. La mietitura spetta a lui. Non è cosa dell’uomo. Non è
cosa dell’uomo dare esito finale alle cose. Allora poi ci sarà un destino finale:
“Raccogliete [prima] la zizzania e legatela in
fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.
Ecco, questo è importante: se non ci fosse lui che miete, se non ci fosse lui che dà esito
alle cose, allora il lavoro resterebbe incompleto, resterebbe contraddittorio, invece a lui
affidiamo l’esito del nostro lavoro paziente, di coltivazione di un campo imperfetto,
contaminato, che siamo noi, eppure prezioso perché dentro c’è il seme prezioso che viene
da lui.
Come possiamo trasformare in preghiera le parole che abbiamo ascoltato?
Qui solo lo Spirito Santo è maestro. Però forse possiamo provare a entrare in questa
parabola, a metterci dentro noi.
Credo che possiamo immedesimarci almeno in due modi.
Uno nel campo. Siamo noi quel campo, ci sono tanti semi dentro di noi. Forse potremmo
anche metterci a pensare quali sono i semi buoni, quali sono i semi cattivi, ma attenzione
perché il discernimento è molto difficile. Forse questa parabola ci aiuta di più a porre
l’accento sul non perdere di vista il buono: il male forse lo vediamo anche troppo. A volte
no: a volte è qualcun altro che ce lo deve far vedere! Però attenzione perché la cosa
vitale, e questo brano ce lo insegna bene, è non perdere di vista il buon grano che c’è. E
allora questo potrebbe essere proprio un primo punto in cui, chiedendo la luce di Dio,
preghiamo: Signore, fammi vedere il buon grano che tu hai a cuore, seminato dentro di
me.
Poi potremmo immedesimarci invece in quegli operai. Potremmo pensare alla nostra
fatica, ai nostri progetti, e potremmo riconoscere tutte le volte che i nostri progetti vanno
contro a un imprevisto, a un ostacolo grande, magari più grande di noi, come questi operai
che si trovano un campo rovinato dalla semina dispettosa dell’avversario. Come reagiamo
quando le cose vanno storte? Come reagiamo quando scopriamo che in noi, negli altri, c’è
il male? È molto importante questa parabola proprio perché ci costringe a riflettere su qual
è il nostro atteggiamento nei confronti del male, se ce ne lasciamo affascinare (per
combatterlo, ma diventa un fascino lo stesso, perché quando hai un avversario e un
nemico da combattere, poi gli diventi molto simile). E allora come reagiamo a questo
fascino oscuro del male, che per chiederci di combatterlo rischia di diventare il centro dei
nostri interessi?
E poi forse possiamo anche non proprio immedesimarci nel padrone del campo, ma
provare a guardare le cose come le vede lui, con questo sguardo ampio, buono. Possiamo
chiedere al Signore di guardare con il suo sguardo ampio, misericordioso, la nostra
esistenza, quella degli altri, vedendo senza nasconderselo il male, ma anche il bene, con
questa pazienza infinita di Dio, che dice: lasciate crescere l’uno e l’altro perché non è
ancora il momento di strappar via.
La storia è così. In questa parte del Vangelo, accanto a questa parabola, San Matteo
continua a tornare sull’idea di un tempo che è necessariamente lungo. Sono i tempi della
vita agricola: la semina e poi c’è da aspettare prima del raccolto.
Un’altra parabola dice: il regno dei cieli è come un seme posto in un campo (una figura
evidentemente che piace molto a Gesù), dorma o vegli l’uomo che ha seminato il campo,
di notte o di giorno, il seme pian piano cresce, ci vuole tempo, ci vuole pazienza.
Allora guardiamo la nostra vita con lo sguardo del padrone del campo, con uno sguardo
paziente, che non si lascia prendere dal panico, che sa dare tempo alle cose, che non si
spaventa se il male e il bene crescono assieme, che saprà lui al momento giusto aiutarci a
discernere e a entrare noi come seme buono nel suo granaio.

1 commento:
"Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò."
In realtà il nemico non se ne è mai andato ha continuato a seminare zizzania poiché tutti hanno continuato a dormire.
Ma se arriverà il giorno in cui tutti si svegliassero per il nemico non ci saranno più campi dove seminare...
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