domenica 5 gennaio 2014

Vangelo secondo Matteo 25,1-13 - La parabola delle dieci vergini

SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014

4 dicembre 2013, Duomo di Pavia
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)
Audio mp4


La parabola delle dieci vergini (Matteo 25, 1-13)

Leggiamo oggi il brano delle dieci vergini, le dieci ragazze che vanno incontro allo sposo. È l’inizio del capitolo 25 di San Matteo, fa parte del discorso detto escatologico. Appena dopo questo discorso Gesù parla del compimento dei tempi.

Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

Allora il regno dei cieli sarà simile ...

Allora. Allora sarà simile. Altre volte Gesù dice: “il regno dei cieli è come ..., è simile ...”. Allora sarà simile: il contesto del discorso è quello escatologico. Il Signore ci parla del compimento. Ci sono, in questo capitolo 25, tre parabole grandi, celebri, proprie di Matteo. Sono, nell’ordine, questa delle dieci vergini, quella dei talenti, e poi la grande parabola, o meglio allegoria del giudizio finale, con la separazione tra coloro che entrano nella gioia e coloro che ne vengono esclusi. Poi torneremo sul legame di queste tre parabole.
Allora il regno dei cieli sarà simile ... Mentre adesso il regno dei cieli è simile a un campo seminato, dove il buon grano e la zizzania sono quasi impossibili da districare, all’interno del nostro stesso cuore, allora, invece, queste tre parabole ci mostrano che si separa ciò che vale da ciò che non vale. E in maniere differenti il Signore ci parla di questo, potremmo chiamarlo, giudizio; ma la parola non deve fuorviarci, perché non è un giudizio nel senso umano, è un rivelare la verità della vita di ciascuno. E, all’interno della vita di ciascuno, ciò che vale e ciò che non vale.

Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo.

Le vergini. Vergini per noi è un termine piuttosto preciso; nel linguaggio biblico è sinonimo di fanciulla, ragazza ancora da sposare. Però, anche se è un termine meno forte, porta con sé inevitabilmente questo dato umano, antropologico: la vergine è colei che attende lo sposo. E esprime bene allora la nostra realtà, non solo delle donne, ma anche di noi uomini. Siamo tutte vergini che attendono lo sposo. Siamo tutte in attesa, siamo tutte e tutti in attesa di quelle nozze che sono il nostro incontro pieno con Dio. In questa parabola, lo vedete, ci sono queste dieci vergini, che vanno incontro allo sposo e non viene nominata la sposa. Qualcuno dice: sono le ragazze che accompagnano la sposa. Però manca la sposa. C’è sicuramente una sorta di corteo, di corteo con le fiaccole, di corteo festoso. Senonché ... manca la sposa. Perché la sposa sono queste dieci vergini. E qui Gesù e Matteo non si preoccupano dell’aderenza alla realtà. Si preoccupa Gesù di dirci qual è la nostra realtà. Noi tutti insieme siamo la sposa che va incontro allo sposo. Non è una realtà individuale, privata; è una realtà personale, ma collettiva, che coinvolge la nostra persona, ma in una fraternità. Noi, insieme, siamo queste dieci vergini che vanno incontro allo sposo. Tra l’altro, questa è un’immagine che in una parola sola ci parla di tutta la nostra esistenza. Tutta la nostra esistenza ha questo paradigma, questo senso, questo disegno globale, che dà il quadro di tutto. Il nostro camminare (tante volte il cammino è metafora dell’esistenza umana) è un corteo nuziale. Questa è la nostra realtà più profonda. Camminiamo verso lì.
È interessante pensare a due brani della Bibbia.
Verso la fine dell’Apocalisse c’è questa frase: “Lo Spirito e la sposa dicono: - Vieni! - (Ap 22, 17)”. È l’invocazione allo sposo. Qui sono le ragazze che vanno verso lo sposo, nell’Apocalisse è lo sposo che è invocato per venire a noi: è il desiderio di un incontro. Ed è bello che una delle ultime parole di tutta la Bibbia sia questo desiderio nuziale.
L’altra pagina che ci parla di questo è una pagina molto più concreta, ma non meno bella, ed è la storia di Rebecca, in Genesi 24. Soprattutto i versetti da 58 a 67 ci parlano della storia di questa vergine. Era una ragazza giovane e il servo di Isacco, dopo un lungo viaggio, va a chiederla in sposa per il suo padrone, e questa ragazza, di colpo, si trova davanti alla scelta: il servo la vuole portare subito a casa del padrone. I familiari non vorrebbero e poi dicono: chiediamo a lei, e allora le dicono così: “- Vuoi partire con quest’uomo? -. Ella rispose: - Sì - (Gen 24, 58)”. Una sillaba che decide della sua vita. Vuoi partire verso lo sposo? Sì. E allora poi ci sono parole commoventi: “lasciarono partire la loro sorella” [...], la “benedissero” [...]: “Tu, sorella nostra, / diventa migliaia di miriadi (Gen 24, 59-60)”. E poi c’è la storia del viaggio, e poi da lontano Rebecca vede un uomo e il servo le dice: quello “è il mio padrone (Gen 24, 65)”. Allora lei si vela e va incontro allo sposo. E poi lo sposo la conduce nella tenda e lì si riempì di gioia. Il suo cuore si riempì di gioia per lei. Ma è bella quella decisione, di una ragazza giovane che decide di andare incontro allo sposo. Pensate, in fondo questo è il sì fondamentale della nostra vita. Se diciamo questo sì, partiamo per un viaggio lungo, partiamo per un paese apparentemente lontano, ma che è proprio casa nostra. È dove siamo attesi per essere amati. Mentre la storia di Rebecca è una storia un po’ solitaria (questa poverina, che parte da sola per un paese lontano), la nostra non è una storia solitaria. Allora in questa piccola frase c’è già tutto. C’è tutto della nostra vita, c’è tutto del cuore di Dio, che ci attende così come uno sposo.

E poi dice: presero le loro lampade. Qui la parola è un po’ ingannevole. Non sono lampade come quelle che mettiamo sull’altare. Sono le fiaccole. Sono torce luminose, con una fiamma viva che resiste al vento e alla notte e al freddo. Sono quelle che si usano per fare luce nel buio. Sono quelle che si usano anche per il culto.
Ci sono, a questo proposito, dei testi interessanti.
Sempre nell’Apocalisse (Ap 4, 5) si parla delle “sette fiaccole” che stanno accese davanti al trono, il trono di Dio. E sono, commenta lo scrittore, i sette spiriti di Dio.
Simile, anche se lì si parla propriamente di lampade e non di fiaccole, è la lampada che giorno e notte arde di fronte alla Testimonianza. Nel libro dell’Esodo al capitolo 27, versetti 20 e 21, si parla di questa lampada, come la nostra lampada del Santissimo, che non deve mai spegnersi. Sta davanti al luogo più santo. Le sette fiaccole davanti al trono di Dio, la lampada davanti alla Testimonianza nella tenda della presenza di Dio nell’Esodo, le dieci fiaccole di queste ragazze, portate con gioia in questo corteo. Capiamo che non servono solo a farsi luce nella notte, sono le fiaccole che fanno luce perché si va verso il re.
C’è un episodio interessante nel libro di Giuditta, quando Giuditta si presenta al generale nemico Oloferne, che è un grande generale (possiamo quasi equipararlo a un re): si presenta a lui preceduto da fiaccole d’argento (Gdt 10, 22).
In qualche maniera queste fiaccole ci dicono che quel corteo è un corteo regale. Sono fiaccole che fanno luce per onorare qualcuno di importante. Questo corteo di nozze è un corteo nello stesso tempo per nozze regali, e allora è interessante anche rileggere il Salmo 45, quello delle nozze regali, dove si parla proprio delle vergini compagne della sposa che sono condotte al palazzo del re.
Questi dati ci dicono che qui si sta parlando di una festa grande, immensa: è la festa che racchiude il senso di tutta l’esistenza. Andiamo incontro a colui che è il re e lo sposo. E la nostra vita (perché quelle fiaccole in un certo senso si identificano con coloro che le portano) è fatta per portare luce e fare da indegno, ma alla fine degno, preludio alla luce di Dio. Le nostre fiaccole che brillano nella notte sono la profezia di una luce più grande che brillerà alla fine.
Un altro dato. Il legame tra queste dieci ragazze e le loro fiaccole è molto forte. Infatti si ripete sempre le loro fiaccole, le loro fiaccole. Se uno fa la statistica, nel testo greco questo loro compare in una maniera significativamente superiore agli altri brani della Bibbia. C’è un ribadire che ciascuno ha la sua fiaccola, perché quella fiaccola non è una fiaccola, è la propria vita, è una vita che fa luce. Deve fare luce. Dice Gesù: non si mette una lampada sotto il secchio, ma la si mette in alto perché faccia luce (cfr. Mt 5, 15). Altrove si dice che la parola profetica è come una lampada che brilla in un luogo oscuro finché non sorga il sole (cfr. II Pt 1, 19). E la nostra vita è così: è una fiaccola. Una lampada. Che è preludio di quella rivelazione tanto più grande che sarà la fine.

Poi di queste dieci vergini si dice:
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge.

Il tema della stoltezza e della saggezza è molto presente nei Vangeli.
Intanto, una cosa interessante che può aiutare a leggere i capitoli 24 e 25 di Matteo. Appena prima di questa parabola c’era quella del servo fedele e lì Gesù diceva: qual è quel servo fedele e saggio che il signore ha incaricato di dare cibo a tempo opportuno (cfr. Mt 24, 45)? E poi c’è questa piccola parabola.
Queste due parole: fedele e saggio. Saggio è phrònimos, che è un saggio un po’ particolare: è quello prudente, e furbo, ma nel senso positivo della parola. È la saggezza di chi sa prevedere. È la stessa parola che si usa in Luca quando si parla di quell’amministratore disonesto, che però è stato scaltro, perché ha saputo prevedere cos’avrebbe potuto fare (cfr. Lc 16, 8). Quel phrònimos, quel saggio, è il saggio di chi fa le scelte del presente avendo di mira il futuro; non guarda solo l’oggi, guarda il domani. Non guarda solo il seme, sa immaginare il frutto. Sa capire che una cosa piccola oggi può produrne di grandi domani.
In questa parabola si parla della saggezza, in quella dei talenti, che è subito dopo, si parla della fedeltà. In un certo senso c’è una sorta di sviluppo del pensiero, che Matteo ha organizzato così, incastonando queste parabole di Gesù.
La saggezza e la stoltezza. Nel Vangelo di Matteo troviamo queste parole (cfr. Mt 7, 24-27). L’uomo stolto è quello che costruisce la sua casa senza scavare le fondamenta. La costruisce così com’è, sulla sabbia, sulla terra molle. L’uomo saggio, phrònimos, prudente, lungimirante, che sa guardare in là, è quello che fa fatica oggi per scavare le fondamenta, ma nel suo oggi prepara un domani. È colui che sa usare i mezzi necessari per ottenere il fine voluto. Tutti e due quegli uomini vogliono una bella casa, solo che uno non si preoccupa dei mezzi necessari. Dice Sant’Ignazio che vogliamo veramente qualcosa quando vogliamo il fine e vogliamo i mezzi. Ecco la saggezza di chi sa mettere in fila i fini e i mezzi.
Ma è interessante, sul tema della saggezza e della stoltezza, citare almeno la Prima Lettera ai Corinti, capitolo 1, 25-27 e poi capitolo 3, versetto 18, dove si mette in contrapposizione la saggezza umana e quella divina, la stoltezza secondo Dio e la stoltezza secondo gli uomini. “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini”. “Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”. “Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti”. “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”. Allora questa saggezza e questa stoltezza si misurano adeguatamente solo col senno di poi, dal punto di vista dello sposo, dell’incontro con lui. Le vergini stolte, che non avevano immaginato il ritardo dello sposo, avranno avuto la borsa più leggera, avranno pensato che erano stolte le altre a portarsi dietro tutto quel peso lì. Invece non è così, perché è col senno di poi, è dal punto di vista di Dio che si valuta.

Le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.

Quest’olio è molto interessante. L’olio che cos’è? Sicuramente è un combustibile. È un alimento, è una medicina. Con l’olio si curano le ferite. Il buon samaritano nelle ferite dell’uomo colpito dai briganti versa olio e vino (cfr. Lc 10, 34). E così pure anche nella Lettera di Giacomo si dice che, se qualcuno è malato, verrà il presbitero con i fratelli, lo ungerà con l’olio e pregherà per lui (cfr. Gc 5, 14). È il testo su cui si basa poi il sacramento dell’Unzione degli Infermi, ma molto concretamente l’olio con la sua capacità lenitiva era una delle pochissime medicine naturali di diffusione universale. Però, proprio per questo, l’olio diventa qualcosa che guarisce e quindi è anche, in un certo senso, segno di misericordia, di sostegno, di aiuto.
L’olio però è anche qualcosa che ha un valore cultuale e religioso. Nel libro di Ezechiele lo troviamo citato tra le offerte che si fanno a Dio (cfr. Ez 45 e 46).
L’olio di queste ragazze sicuramente è l’olio per le lampade, però le parole nella Bibbia si colorano sempre anche degli altri luoghi dove vengono usate. Allora quest’olio che qui serve per le lampade è anche l’olio che si offriva a Dio versandolo nella lampada perché non si spegnesse mai, la lampada davanti alla presenza di Dio, come le nostre lampade del Santissimo. È il simbolo di ciò che facciamo per gli altri. Pensate l’olio che guarisce, ma anche l’olio che serve a onorare l’ospite. Gesù a casa del fariseo, nel capitolo 7 di San Luca, gli rimprovera: tu non mi hai versato l’olio sul capo (cfr. Lc 7, 46), che era un segno di onore e di benvenuto. Ricordiamo anche l’unzione di Betania, con cui Maria onora Gesù (cfr. Gv 12, 3). Lì non si parla di olio, ma di unguento, ma il gesto è molto simile.
Allora quest’olio acquista tre significati. Non è detto che Matteo li avesse in mente tutti, però mi sembra che di per sé il simbolo dell’olio li supporti. Uno è il significato della relazione con gli altri: l’olio che onora, l’olio che guarisce, l’olio attraverso il quale noi esprimiamo rispetto, amicizia, solidarietà con gli altri. D’altra parte l’olio è anche l’olio che si offre a Dio e per tutte e due queste cose l’olio è qualcosa che fa luce, perché la luce è l’amore per Dio e per i fratelli. È così che la nostra vita diventa luminosa. Allora cominciamo a capire perché quest’olio è così importante che chi ce l’ha entra alla festa di nozze, chi non ce l’ha non entra alla festa di nozze.
Ma, prima di questo, una parola ancora sui piccoli vasi. Vasettini. Perché non un unico vaso grande, ma l’olio diviso in tanti piccoli vasi? Forse perché i piccoli vasi siamo noi. Come dice altrove San Paolo (non riferito ai vasi che contenevano l’olio), questo tesoro prezioso che è il Vangelo, che è la sua parola, che è la sua stessa presenza, questo dono prezioso che è lo Spirito Santo, noi l’abbiamo come in vasi di creta (cfr. II Cor 4,7). Là sono vasi di un materiale povero, qui sono vasi non si sa di che materiale, ma piccolini: siamo noi! Con la nostra piccolezza e fragilità. Eppure proprio a noi è affidata quella caritas, quell’amore con la A maiuscola, che riempie di senso l’esistenza. Allora quest’olio è l’amore di Dio, di cui una vita pian piano si può riempire fino a traboccarne e diventare dono per gli altri. E allora diventa una vita calda e luminosa, come le fiaccole delle dieci vergini. Capiamo poi il seguito drammatico della parabola.

Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

È bella questa cosa! Che tutte si sono addormentate, anche le brave vergini sagge! La saggezza non è essere sempre indefettibili. Nessuno di noi è in grado di non addormentarsi mai. La differenza non è lì. La differenza non è se ti fai cogliere in fallo qualche volta. La differenza è se sei pronto.

A mezzanotte si alzò un grido.

A mezzanotte, quando la notte è a metà del suo corso, quando l’uomo non agisce ma è Dio che agisce. Quando l’uomo è più che mai impreparato ad agire e forse anche ad accogliere l’azione di Dio, Dio agisce.

Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. E allora quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.

È chiaro che qui Matteo si è preoccupato poco della verosimiglianza della parabola, perché a mezzanotte trovare i venditori di olio aperti, è poco probabile, ma giustamente un commentatore dice che quell’invito non è rivolto alle vergini stolte per le quali è troppo tardi, ma è rivolto a noi, per cui non è troppo tardi: “andate dai venditori e compratevene”. L’atto del comprare, che a volte ha delle valenze negative, qui ha una valenza positiva. Ci richiama quell’uomo, sempre nel Vangelo di Matteo, che trova un tesoro prezioso nel campo e allora va e vende i suoi averi e compra quel campo, lo fa suo (cfr. Mt 13, 44). Alla fine sarà nostro solo ciò per cui ci saremo impegnati fino in fondo. E allora qui non si tratta di spendere qualche denaro per procurarsi l’olio, si tratta di investire se stessi per avere la cosa più preziosa, quella che al momento giusto ci prepara, ci fa trovare preparati a onorare lo sposo che viene. La nostra vita ha questo senso. La nostra vita ci è data perché pian piano ci procuriamo questo olio prezioso che ci fa trovare pronti anche se non eravamo pronti. La fiaccola che resta accesa in un certo senso veglia al posto di chi dorme. Infatti c’è anche un altro brano nel Vangelo, dove si parla di chi attende il padrone che deve tornare: attendetelo con le lampade accese e i fianchi cinti (cfr. Lc 12, 35). Che vuol dire:potete anche dormire, però non mettetevi il pigiama e tenete la luce accesa, perché, puoi anche appisolarti, però c’è qualcuno che veglia per te, c’è la tua lampada”. C’è la tua lampada che veglia per te e sarai pronto quando ti sveglieranno di soprassalto. È bella questa cosa.
Questo olio non è cedibile, non perché non basterebbe. Se fosse solo una materia prima, magari non basterebbe, magari sì. Il problema è che non è cedibile perché fa un tutt’uno con la persona, è ciò che abbiamo fatto nostro, è ciò che pian piano abbiamo metabolizzato attraverso le nostre scelte, i nostri atti d’amore piccoli e grandi.
Chi sono questi venditori che possono venderti l’olio necessario al momento cruciale? Un commentatore dice che sono i poveri, collegandosi alla parabola che c’è dopo questa e dopo quella dei talenti: ogni volta che avete dato da mangiare a chi era affamato, da bere a chi era assetato ... l’avete fatto a me (cfr. Mt 25, 40). Quando noi amiamo i nostri fratelli, ci riempiamo di quest’olio che è l’amore. E la nostra vita pian piano si riempie, ma di ciò che viviamo noi, non si riempie di ciò che ci compriamo. Noi siamo pieni non dei beni materiali, o anche morali, che pian piano accumuliamo nella nostra vita. Noi siamo pieni di ciò che diventiamo con le nostre scelte. Come i servi dei talenti, che han fatto propri i talenti, impegnando se stessi, impegnando le loro scelte, la loro intelligenza, la loro audacia, e allora i talenti sono diventati loro. Così quest’olio che è l’amore diventa nostro solo se noi amiamo. È per questo che non è cedibile, fa tutt’uno con il nostro io più profondo, con la nostra anima. Il nostro vasetto è la nostra anima. Si riempie dell’amore con cui amiamo e che ci viene da Dio, ma ci è donato per donarlo.

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