4 dicembre 2013, Duomo di Pavia
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La parabola delle dieci vergini (Matteo 25, 1-13)
Leggiamo oggi il brano delle dieci
vergini, le dieci ragazze che vanno incontro allo sposo. È l’inizio
del capitolo 25 di San Matteo, fa parte del discorso detto
escatologico. Appena dopo questo discorso Gesù parla del compimento
dei tempi.
Allora il regno dei cieli sarà
simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono
incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le
stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le
sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in
piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si
addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo!
Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e
prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci
un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi;
andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle
andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano
pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi
arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore,
signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non
vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né
l’ora.
Allora il regno dei cieli sarà
simile ...
Allora. Allora sarà simile.
Altre volte Gesù dice: “il regno dei cieli è come ..., è simile
...”. Allora sarà simile: il contesto del discorso è
quello escatologico. Il Signore ci parla del compimento. Ci sono, in
questo capitolo 25, tre parabole grandi, celebri, proprie di Matteo.
Sono, nell’ordine, questa delle dieci vergini, quella dei talenti,
e poi la grande parabola, o meglio allegoria del giudizio finale, con
la separazione tra coloro che entrano nella gioia e coloro che ne
vengono esclusi. Poi torneremo sul legame di queste tre parabole.
Allora il regno dei cieli sarà
simile ... Mentre adesso il regno dei cieli è simile a un campo
seminato, dove il buon grano e la zizzania sono quasi impossibili da
districare, all’interno del nostro stesso cuore, allora,
invece, queste tre parabole ci mostrano che si separa ciò che vale
da ciò che non vale. E in maniere differenti il Signore ci parla di
questo, potremmo chiamarlo, giudizio; ma la parola non deve
fuorviarci, perché non è un giudizio nel senso umano, è un
rivelare la verità della vita di ciascuno. E, all’interno della
vita di ciascuno, ciò che vale e ciò che non vale.
Allora il regno dei cieli sarà
simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono
incontro allo sposo.
Le vergini. Vergini per noi è
un termine piuttosto preciso; nel linguaggio biblico è sinonimo di
fanciulla, ragazza ancora da sposare. Però, anche se è un termine
meno forte, porta con sé inevitabilmente questo dato umano,
antropologico: la vergine è colei che attende lo sposo. E esprime
bene allora la nostra realtà, non solo delle donne, ma anche di noi
uomini. Siamo tutte vergini che attendono lo sposo. Siamo tutte in
attesa, siamo tutte e tutti in attesa di quelle nozze che sono il
nostro incontro pieno con Dio. In questa parabola, lo vedete, ci sono
queste dieci vergini, che vanno incontro allo sposo e non viene
nominata la sposa. Qualcuno dice: sono le ragazze che accompagnano la
sposa. Però manca la sposa. C’è sicuramente una sorta di corteo,
di corteo con le fiaccole, di corteo festoso. Senonché ... manca la
sposa. Perché la sposa sono queste dieci vergini. E qui Gesù e
Matteo non si preoccupano dell’aderenza alla realtà. Si preoccupa
Gesù di dirci qual è la nostra realtà. Noi tutti insieme siamo la
sposa che va incontro allo sposo. Non è una realtà individuale,
privata; è una realtà personale, ma collettiva, che coinvolge la
nostra persona, ma in una fraternità. Noi, insieme, siamo queste
dieci vergini che vanno incontro allo sposo. Tra l’altro, questa è
un’immagine che in una parola sola ci parla di tutta la nostra
esistenza. Tutta la nostra esistenza ha questo paradigma, questo
senso, questo disegno globale, che dà il quadro di tutto. Il nostro
camminare (tante volte il cammino è metafora dell’esistenza umana)
è un corteo nuziale. Questa è la nostra realtà più profonda.
Camminiamo verso lì.
È interessante pensare a due brani
della Bibbia.
Verso la fine dell’Apocalisse c’è
questa frase: “Lo Spirito e la sposa dicono: - Vieni! - (Ap 22,
17)”. È l’invocazione allo sposo. Qui sono le ragazze che vanno
verso lo sposo, nell’Apocalisse è lo sposo che è invocato per
venire a noi: è il desiderio di un incontro. Ed è bello che una
delle ultime parole di tutta la Bibbia sia questo desiderio nuziale.
L’altra pagina che ci parla di questo
è una pagina molto più concreta, ma non meno bella, ed è la storia
di Rebecca, in Genesi 24. Soprattutto i versetti da 58 a 67 ci
parlano della storia di questa vergine. Era una ragazza giovane e il
servo di Isacco, dopo un lungo viaggio, va a chiederla in sposa per
il suo padrone, e questa ragazza, di colpo, si trova davanti alla
scelta: il servo la vuole portare subito a casa del padrone. I
familiari non vorrebbero e poi dicono: chiediamo a lei, e allora le
dicono così: “- Vuoi partire con quest’uomo? -. Ella rispose: -
Sì - (Gen 24, 58)”. Una sillaba che decide della sua vita. Vuoi
partire verso lo sposo? Sì. E allora poi ci sono parole commoventi:
“lasciarono partire la loro sorella” [...], la “benedissero”
[...]: “Tu, sorella nostra, / diventa migliaia di miriadi (Gen 24,
59-60)”. E poi c’è la storia del viaggio, e poi da lontano
Rebecca vede un uomo e il servo le dice: quello “è il mio padrone
(Gen 24, 65)”. Allora lei si vela e va incontro allo sposo. E poi
lo sposo la conduce nella tenda e lì si riempì di gioia. Il suo
cuore si riempì di gioia per lei. Ma è bella quella decisione, di
una ragazza giovane che decide di andare incontro allo sposo.
Pensate, in fondo questo è il sì fondamentale della nostra vita. Se
diciamo questo sì, partiamo per un viaggio lungo, partiamo per un
paese apparentemente lontano, ma che è proprio casa nostra. È dove
siamo attesi per essere amati. Mentre la storia di Rebecca è una
storia un po’ solitaria (questa poverina, che parte da sola per un
paese lontano), la nostra non è una storia solitaria. Allora in
questa piccola frase c’è già tutto. C’è tutto della nostra
vita, c’è tutto del cuore di Dio, che ci attende così come uno
sposo.
E poi dice: presero le loro lampade.
Qui la parola è un po’ ingannevole. Non sono lampade come quelle
che mettiamo sull’altare. Sono le fiaccole. Sono torce luminose,
con una fiamma viva che resiste al vento e alla notte e al freddo.
Sono quelle che si usano per fare luce nel buio. Sono quelle che si
usano anche per il culto.
Ci sono, a questo proposito, dei testi
interessanti.
Sempre nell’Apocalisse (Ap 4, 5) si
parla delle “sette fiaccole” che stanno accese davanti al trono,
il trono di Dio. E sono, commenta lo scrittore, i sette spiriti di
Dio.
Simile, anche se lì si parla
propriamente di lampade e non di fiaccole, è la lampada che giorno e
notte arde di fronte alla Testimonianza. Nel libro dell’Esodo al
capitolo 27, versetti 20 e 21, si parla di questa lampada, come la
nostra lampada del Santissimo, che non deve mai spegnersi. Sta
davanti al luogo più santo. Le sette fiaccole davanti al trono di
Dio, la lampada davanti alla Testimonianza nella tenda della presenza
di Dio nell’Esodo, le dieci fiaccole di queste ragazze, portate con
gioia in questo corteo. Capiamo che non servono solo a farsi luce
nella notte, sono le fiaccole che fanno luce perché si va verso il
re.
C’è un episodio interessante nel
libro di Giuditta, quando Giuditta si presenta al generale nemico
Oloferne, che è un grande generale (possiamo quasi equipararlo a un
re): si presenta a lui preceduto da fiaccole d’argento (Gdt 10,
22).
In qualche maniera queste fiaccole ci
dicono che quel corteo è un corteo regale. Sono fiaccole che fanno
luce per onorare qualcuno di importante. Questo corteo di nozze è un
corteo nello stesso tempo per nozze regali, e allora è interessante
anche rileggere il Salmo 45, quello delle nozze regali, dove si parla
proprio delle vergini compagne della sposa che sono condotte al
palazzo del re.
Questi dati ci dicono che qui si sta
parlando di una festa grande, immensa: è la festa che racchiude il
senso di tutta l’esistenza. Andiamo incontro a colui che è il re e
lo sposo. E la nostra vita (perché quelle fiaccole in un certo senso
si identificano con coloro che le portano) è fatta per portare luce
e fare da indegno, ma alla fine degno, preludio alla luce di Dio. Le
nostre fiaccole che brillano nella notte sono la profezia di una luce
più grande che brillerà alla fine.
Un altro dato. Il legame tra queste
dieci ragazze e le loro fiaccole è molto forte. Infatti si ripete
sempre le loro fiaccole, le loro fiaccole. Se uno fa la
statistica, nel testo greco questo loro compare in una
maniera significativamente superiore agli altri brani della Bibbia.
C’è un ribadire che ciascuno ha la sua fiaccola, perché quella
fiaccola non è una fiaccola, è la propria vita, è una vita che fa
luce. Deve fare luce. Dice Gesù: non si mette una lampada sotto il
secchio, ma la si mette in alto perché faccia luce (cfr. Mt 5, 15).
Altrove si dice che la parola profetica è come una lampada che
brilla in un luogo oscuro finché non sorga il sole (cfr. II Pt 1,
19). E la nostra vita è così: è una fiaccola. Una lampada. Che è
preludio di quella rivelazione tanto più grande che sarà la fine.
Poi di queste dieci vergini si dice:
Cinque di esse erano stolte e cinque
sagge.
Il tema della stoltezza e della
saggezza è molto presente nei Vangeli.
Intanto, una cosa interessante che può
aiutare a leggere i capitoli 24 e 25 di Matteo. Appena prima di
questa parabola c’era quella del servo fedele e lì Gesù diceva:
qual è quel servo fedele e saggio che il signore ha incaricato di
dare cibo a tempo opportuno (cfr. Mt 24, 45)? E poi c’è questa
piccola parabola.
Queste due parole: fedele e saggio.
Saggio è phrònimos, che è un saggio un po’ particolare: è
quello prudente, e furbo, ma nel senso positivo della parola. È la
saggezza di chi sa prevedere. È la stessa parola che si usa in Luca
quando si parla di quell’amministratore disonesto, che però è
stato scaltro, perché ha saputo prevedere cos’avrebbe potuto fare
(cfr. Lc 16, 8). Quel phrònimos, quel saggio, è il saggio di
chi fa le scelte del presente avendo di mira il futuro; non guarda
solo l’oggi, guarda il domani. Non guarda solo il seme, sa
immaginare il frutto. Sa capire che una cosa piccola oggi può
produrne di grandi domani.
In questa parabola si parla della
saggezza, in quella dei talenti, che è subito dopo, si parla della
fedeltà. In un certo senso c’è una sorta di sviluppo del
pensiero, che Matteo ha organizzato così, incastonando queste
parabole di Gesù.
La saggezza e la stoltezza. Nel Vangelo
di Matteo troviamo queste parole (cfr. Mt 7, 24-27). L’uomo stolto
è quello che costruisce la sua casa senza scavare le fondamenta. La
costruisce così com’è, sulla sabbia, sulla terra molle. L’uomo
saggio, phrònimos, prudente, lungimirante, che sa guardare in
là, è quello che fa fatica oggi per scavare le fondamenta, ma nel
suo oggi prepara un domani. È colui che sa usare i mezzi necessari
per ottenere il fine voluto. Tutti e due quegli uomini vogliono una
bella casa, solo che uno non si preoccupa dei mezzi necessari. Dice
Sant’Ignazio che vogliamo veramente qualcosa quando vogliamo il
fine e vogliamo i mezzi. Ecco la saggezza di chi sa mettere in fila i
fini e i mezzi.
Ma è interessante, sul tema della
saggezza e della stoltezza, citare almeno la Prima Lettera ai
Corinti, capitolo 1, 25-27 e poi capitolo 3, versetto 18, dove si
mette in contrapposizione la saggezza umana e quella divina, la
stoltezza secondo Dio e la stoltezza secondo gli uomini. “Ciò che
è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini”. “Ciò che è
debolezza di Dio è più forte degli uomini”. “Quello che è
stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti”.
“Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si
faccia stolto per diventare sapiente”. Allora questa saggezza e
questa stoltezza si misurano adeguatamente solo col senno di poi, dal
punto di vista dello sposo, dell’incontro con lui. Le vergini
stolte, che non avevano immaginato il ritardo dello sposo, avranno
avuto la borsa più leggera, avranno pensato che erano stolte le
altre a portarsi dietro tutto quel peso lì. Invece non è così,
perché è col senno di poi, è dal punto di vista di Dio che si
valuta.
Le sagge invece, insieme alle loro
lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.
Quest’olio è molto
interessante. L’olio che cos’è? Sicuramente è un combustibile.
È un alimento, è una medicina. Con l’olio si curano le ferite. Il
buon samaritano nelle ferite dell’uomo colpito dai briganti versa
olio e vino (cfr. Lc 10, 34). E così pure anche nella Lettera di
Giacomo si dice che, se qualcuno è malato, verrà il presbitero con
i fratelli, lo ungerà con l’olio e pregherà per lui (cfr. Gc 5,
14). È il testo su cui si basa poi il sacramento dell’Unzione
degli Infermi, ma molto concretamente l’olio con la sua capacità
lenitiva era una delle pochissime medicine naturali di diffusione
universale. Però, proprio per questo, l’olio diventa
qualcosa che guarisce e quindi è anche, in un certo senso, segno di
misericordia, di sostegno, di aiuto.
L’olio però è anche qualcosa che ha
un valore cultuale e religioso. Nel libro di Ezechiele lo troviamo
citato tra le offerte che si fanno a Dio (cfr. Ez 45 e 46).
L’olio di queste ragazze sicuramente
è l’olio per le lampade, però le parole nella Bibbia si colorano
sempre anche degli altri luoghi dove vengono usate. Allora quest’olio
che qui serve per le lampade è anche l’olio che si offriva a Dio
versandolo nella lampada perché non si spegnesse mai, la lampada
davanti alla presenza di Dio, come le nostre lampade del Santissimo.
È il simbolo di ciò che facciamo per gli altri. Pensate l’olio
che guarisce, ma anche l’olio che serve a onorare l’ospite. Gesù
a casa del fariseo, nel capitolo 7 di San Luca, gli rimprovera: tu
non mi hai versato l’olio sul capo (cfr. Lc 7, 46), che era un
segno di onore e di benvenuto. Ricordiamo anche l’unzione di
Betania, con cui Maria onora Gesù (cfr. Gv 12, 3). Lì non si parla
di olio, ma di unguento, ma il gesto è molto simile.
Allora quest’olio acquista tre
significati. Non è detto che Matteo li avesse in mente tutti, però
mi sembra che di per sé il simbolo dell’olio li supporti. Uno è
il significato della relazione con gli altri: l’olio che onora,
l’olio che guarisce, l’olio attraverso il quale noi esprimiamo
rispetto, amicizia, solidarietà con gli altri. D’altra parte
l’olio è anche l’olio che si offre a Dio e per tutte e due
queste cose l’olio è qualcosa che fa luce, perché la luce è
l’amore per Dio e per i fratelli. È così che la nostra vita
diventa luminosa. Allora cominciamo a capire perché quest’olio è
così importante che chi ce l’ha entra alla festa di nozze, chi non
ce l’ha non entra alla festa di nozze.
Ma, prima di questo, una parola ancora
sui piccoli vasi. Vasettini. Perché non un unico vaso grande,
ma l’olio diviso in tanti piccoli vasi? Forse perché i piccoli
vasi siamo noi. Come dice altrove San Paolo (non riferito ai vasi che
contenevano l’olio), questo tesoro prezioso che è il Vangelo, che
è la sua parola, che è la sua stessa presenza, questo dono prezioso
che è lo Spirito Santo, noi l’abbiamo come in vasi di creta (cfr.
II Cor 4,7). Là sono vasi di un materiale povero, qui sono vasi non
si sa di che materiale, ma piccolini: siamo noi! Con la nostra
piccolezza e fragilità. Eppure proprio a noi è affidata quella
caritas, quell’amore con la A maiuscola, che riempie di
senso l’esistenza. Allora quest’olio è l’amore di Dio, di cui
una vita pian piano si può riempire fino a traboccarne e diventare
dono per gli altri. E allora diventa una vita calda e luminosa, come
le fiaccole delle dieci vergini. Capiamo poi il seguito drammatico
della parabola.
Poiché lo sposo tardava, si
assopirono tutte e si addormentarono.
È bella questa cosa! Che tutte si sono
addormentate, anche le brave vergini sagge! La saggezza non è essere
sempre indefettibili. Nessuno di noi è in grado di non addormentarsi
mai. La differenza non è lì. La differenza non è se ti fai
cogliere in fallo qualche volta. La differenza è se sei
pronto.
A mezzanotte si alzò un grido.
A mezzanotte, quando la notte è a metà
del suo corso, quando l’uomo non agisce ma è Dio che agisce.
Quando l’uomo è più che mai impreparato ad agire e forse anche ad
accogliere l’azione di Dio, Dio agisce.
“Ecco lo sposo! Andategli
incontro!”. E allora quelle vergini si destarono e
prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci
un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi;
andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
È chiaro che qui Matteo si è
preoccupato poco della verosimiglianza della parabola, perché a
mezzanotte trovare i venditori di olio aperti, è poco probabile, ma
giustamente un commentatore dice che quell’invito non è rivolto
alle vergini stolte per le quali è troppo tardi, ma è
rivolto a noi, per cui non è troppo tardi: “andate dai
venditori e compratevene”. L’atto del comprare, che a volte
ha delle valenze negative, qui ha una valenza positiva. Ci richiama
quell’uomo, sempre nel Vangelo di Matteo, che trova un tesoro
prezioso nel campo e allora va e vende i suoi averi e compra quel
campo, lo fa suo (cfr. Mt 13, 44). Alla fine sarà nostro solo ciò
per cui ci saremo impegnati fino in fondo. E allora qui non si tratta
di spendere qualche denaro per procurarsi l’olio, si tratta di
investire se stessi per avere la cosa più preziosa, quella che al
momento giusto ci prepara, ci fa trovare preparati a onorare lo sposo
che viene. La nostra vita ha questo senso. La nostra vita ci è data
perché pian piano ci procuriamo questo olio prezioso che ci fa
trovare pronti anche se non eravamo pronti. La fiaccola che resta
accesa in un certo senso veglia al posto di chi dorme. Infatti c’è
anche un altro brano nel Vangelo, dove si parla di chi attende il
padrone che deve tornare: attendetelo con le lampade accese e i
fianchi cinti (cfr. Lc 12, 35). Che vuol dire: “potete anche
dormire, però non mettetevi il pigiama e tenete la luce accesa,
perché, puoi anche appisolarti, però c’è qualcuno che veglia per
te, c’è la tua lampada”. C’è la tua lampada che
veglia per te e sarai pronto quando ti sveglieranno di soprassalto. È
bella questa cosa.
Questo olio non è cedibile, non perché
non basterebbe. Se fosse solo una materia prima, magari non
basterebbe, magari sì. Il problema è che non è cedibile perché fa
un tutt’uno con la persona, è ciò che abbiamo fatto nostro, è
ciò che pian piano abbiamo metabolizzato attraverso le nostre
scelte, i nostri atti d’amore piccoli e grandi.
Chi sono questi venditori che possono
venderti l’olio necessario al momento cruciale? Un commentatore
dice che sono i poveri, collegandosi alla parabola che c’è dopo
questa e dopo quella dei talenti: ogni volta che avete dato da
mangiare a chi era affamato, da bere a chi era assetato ... l’avete
fatto a me (cfr. Mt 25, 40). Quando noi amiamo i nostri fratelli, ci
riempiamo di quest’olio che è l’amore. E la nostra vita pian
piano si riempie, ma di ciò che viviamo noi, non si riempie di ciò
che ci compriamo. Noi siamo pieni non dei beni materiali, o anche
morali, che pian piano accumuliamo nella nostra vita. Noi siamo pieni
di ciò che diventiamo con le nostre scelte. Come i servi dei
talenti, che han fatto propri i talenti, impegnando se stessi,
impegnando le loro scelte, la loro intelligenza, la loro audacia, e
allora i talenti sono diventati loro. Così quest’olio che è
l’amore diventa nostro solo se noi amiamo. È per questo che non è
cedibile, fa tutt’uno con il nostro io più profondo, con la nostra
anima. Il nostro vasetto è la nostra anima. Si riempie dell’amore
con cui amiamo e che ci viene da Dio, ma ci è donato per donarlo.

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