sabato 23 novembre 2013

Vangelo secondo Matteo 25,14-30 - La parabola dei talenti


SCUOLA DI PREGHIERA 2013-2014

6 novembre 2013, Duomo di Pavia
(Grazie di cuore a chi ha trascritto e rivisto quanto segue!)

La Parabola dei Talenti (Matteo 25, 14-30)
 
Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, anlldò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Questo brano, che abbiamo letto, ci parla di beni preziosi ed è un tema molto presente nel Vangelo di Matteo.
Matteo, che era un pubblicano, un esattore delle tasse, abituato a valutare le cose, a fare i conti, ora, diventato discepolo del Regno dei Cieli, impara a fare i conti in tutt’altro modo, nel modo di Dio. E impara, e ci insegna, a valutare le cose come Dio le valuta.
Allora un filo conduttore del Vangelo di Matteo è proprio quello della “preziosità”, potremmo dire. Non a caso molte delle parabole o dei brani che sono propri di Matteo, ci parlano di beni preziosi.
Per esempio in un altro brano il Regno dei Cieli è paragonato a un tesoro e a una perla. Non è un caso che proprio nel Vangelo di Matteo troviamo, soltanto in lui, questa parabola che prende come esempio qualcosa di prezioso.
E anche nella parabola dei talenti ciò che balza subito all’occhio sono i talenti. Il talento è una misura di peso, che equivale a più di trenta chili; a quel punto dipende di che materiale si sta parlando: se sono talenti d’oro ... fate voi un conto sul valore di quei beni affidati a quei servi.
Allora al centro di questa parabola c’è sì un bene prezioso, ma quello che importa all’evangelista Matteo è farci capire che questi beni preziosi sono preziosi perché fanno da tramite e creano una relazione, tra il padrone e i suoi servi.

E allora ripartiamo proprio dall’inizio della parabola.

Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Innanzi tutto si parla dei servi. Parola da capire bene: per noi servo è una parola che sembra sminuire la qualità della persona. Ma il servo in latino è il minister, che dà il nome anche ai nostri ministri. È l’uomo di fiducia, è colui a cui si affidano le cose più preziose.
Non a caso, il primo dei servi è il Signore Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito, e di cui si parla in Isaia come del Servo con la S maiuscola, il Servo sofferente a cui Dio dà tutto nelle mani.
Il primo a cui Dio Padre affida i suoi beni preziosi è il Servo con la S maiuscola, Gesù. E, in quel caso, chi siano, quali siano i beni preziosi affidati lo sappiamo: siamo noi, è la nostra vita, è la nostra salvezza, è il mondo. Quel mondo così tanto amato che il Padre dona il suo unico Figlio.
Allora questa parabola, prima di parlarci di noi, ci parla di Dio Padre, ci parla del suo Figlio, e poi, di riflesso, ci parla di noi. Perché noi impariamo dal Servo Gesù a essere servi buoni e fedeli, e fare come lui ha fatto.
D’altro canto, noi stessi siamo i servi, anzi i figli (nel Vangelo poi queste due parole convergono in Gesù, che è Servo, ma molto di più è Figlio, e allora la volontà del Padre la fa pienamente, appunto perché il Padre non è solo un padrone, non è un padrone, è un padre). Ebbene noi impariamo da lui a fare la volontà di Dio. Perché anche a noi Dio affida i suoi beni preziosi.
I beni preziosi che Dio ci affida prima di tutto sono il Figlio stesso.
Sempre nel Vangelo di Matteo (21, 33-46), ma anche in quello di Luca (20, 9-19), troviamo la parabola dei vignaioli malvagi e lì c’è una frase che fa impressione. Il padrone della vigna, dopo aver mandato invano i servi a ritirare il raccolto, dice: Manderò a loro il mio unico figlio amato (cfr. Luca, 20, 13). Così fa Dio con noi. Ci affida il suo bene più prezioso. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico figlio.
Ecco, allora: di questi beni preziosi si sta parlando. Noi per Gesù, Gesù per noi. E poi le persone che ci sono affidate. Questi sono i beni preziosi che stanno a cuore a Dio.
E i talenti sono immagine di questi beni preziosi.
Qui dobbiamo subito smontare una precomprensione, che è anche una cattiva comprensione. Nel linguaggio comune il talento è diventato così celebre da indicare le capacità, ma non è così. Perché il brano stesso di Vangelo dice che saranno affidati i talenti, i beni preziosi, secondo le capacità di ciascuno. E allora, vedete, bisogna mettere a posto le cose.
I talenti, i beni, sono ciò che sta a cuore a Dio. Le nostre capacità sono lo strumento per fare tesoro di ciò che lui ci affida. Le nostre capacità sono importanti? Certo! Ma sono importanti come mezzi. I beni che Dio ci affida, che sono in primis le persone da lui amate, loro sono il fine. E allora tutto si misura partendo da lì, non partendo dalle capacità.
Tante delle nostre capacità nella vita restano inutilizzate. Ma questo non è una tragedia, perché non sono il fine per cui viviamo. Noi non viviamo per mettere a frutto tutte le nostre capacità. Viviamo per servire fedelmente Dio (e adesso la parabola ci spiega che cosa vuol dire questo servire, in una maniera sorprendente) e le capacità vengono usate nella misura in cui servono.

Ma, continuiamo. Guardiamo prima le azioni del padrone, che è Dio, e poi guardiamo le azioni dei servi, che siamo noi. Cosa fa questo padrone, che è Dio?

Chiamò i suoi servi.

È una chiamata. Potremmo vederci la chiamata vocazionale, addirittura, ma a quella vocazione che riguarda ciascuno di noi: la vocazione battesimale, prima di tutto.
Siamo chiamati da Dio, perché egli vuole darci i suoi beni più preziosi. Questo dono e questa chiamata fanno un tutt’uno. La nostra vocazione coincide con ciò che il Signore ci affida. Perché si fida di noi. Chiama. Consegna quanto ha di più caro.

Consegnò loro i suoi beni.

Questa consegna per il momento viene capita come un affido temporaneo e un prestito da restituire. Ma la parabola, l’avete già sentita, ha un finale ben diverso da così. E quell’affido si scopre non essere un affido e un prestito, e quindi un debito, bensì un dono. Poi ci torneremo sopra.

Poi partì.

È bello questo partire di Dio. Dio che parte per un lungo viaggio. Va lontano. Perché va lontano? Va lontano per fare spazio a noi, perché quello che ci ha dato sia veramente in mano nostra. Questo prendere le distanze, sia dai beni affidati che dai servi a cui li ha affidati, è un atto di fiducia che lascia spazio alla libertà.
Mi ricordo che don Gianfranco Poma, quando eravamo in seminario, ci diceva che nella creazione Dio si ritrae, si tira indietro, per far spazio ad altro che non sia lui. Da qui comincia il partire di Dio, che è un fare spazio per amore.
Come quando la donna partorisce il suo bambino e da quel momento si crea una distanza che non è separazione, ma è relazione, è dialogo, è libertà.
Così fa Dio con noi. Parte non perché non ci ami, ma perché ci lascia spazio. E perché la vita è una cosa seria. E perché la responsabilità che il Signore ci affida ci fa grandi, ci fa maturi, ci fa simili a lui.
Allora contempliamo questo spazio che Dio ci fa, tirandosi indietro, non per abbandonarci, ma per farci giocare veramente la vita come un gioco serio, il più serio dei giochi, la più preziosa delle responsabilità.

Poi quell’uomo torna. Vediamo prima le azioni del padrone.

Volle regolare i conti con i suoi servi.

Volle regolare i conti: chiede conto. La parola responsabilità a volte la confondiamo con la colpa, ma sono due cose ben distinte. La responsabilità è il saper rispondere di ciò che ci è stato affidato. La responsabilità è una qualità essenzialmente positiva. Solo le persone mature, grandi, forti reggono le responsabilità, e le reggono con gioia, con forza.
Il Signore ci chiede di essere così. Spesso diciamo che siamo figli di Dio, ma dobbiamo pensare non a figli minorenni, ma a figli maggiorenni, a cui Dio affida appunto i suoi beni, perché sa che possono reggerli con responsabilità. Possono renderne conto.
E notate bene che il rendere conto non è restituire: questa è la sorpresa della parabola. I beni che quegli uomini hanno ricevuto e trafficato restano in mano loro, assieme a quegli altri beni che sono stati prodotti nel frattempo. Tutto resta in mano a quei servi che responsabilmente hanno accolto i beni preziosi del padrone.
Lo si capisce dalla frase finale: “Toglietegli il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti”. Cinque più cinque, sia quelli ricevuti che quelli prodotti in più, restano in mano a colui che li ha ricevuti e prodotti.
I doni di Dio sono doni, non sono debiti. Probabilmente i servi all’inizio pensavano di dover restituire. E invece no. Invece non c’è nulla da restituire. C’è solo, ancora una volta, da ricevere.

“Bene, servo buono e fedele ... prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Avete notato come, con molta finezza, Matteo ci mostra una proporzione e una sproporzione.
La proporzione c’è tra i beni ricevuti e i beni prodotti. Mi hai dato cinque talenti, ne ho guadagnati altri cinque; mi hai dato due talenti, ne ho guadagnati altri due. Perfetta proporzionalità tra quello che ci viene affidato e quello che possiamo produrre. Questo è il versante umano delle cose.
E poi Matteo, proprio attraverso questa proporzione, ci mostra la sproporzione di Dio, là dove i conti non tornano più. E, nel Vangelo di Matteo, quello dei conti che non tornano è un tema molto caro. Che a noi dà un po’ fastidio.
Le parabole più fastidiose sono quelle in cui i conti non tornano. Ma gli evangelisti si divertono a mostrarci che i conti non tornano. Qui in una maniera blanda e non irritante: “prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Non c’è più proporzione tra il cinque, il due e l’unico premio che è un premio infinito: “prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Il padrone ci dona non una parte, proporzionale ai nostri meriti, ai nostri guadagni, ma ci dona tutto se stesso, ci dona di essere con lui, Dio.
In altre parabole la sproporzione è più fastidiosa. Come nella parabola degli operai, che lavorano chi dieci ore, chi una, e tutti ricevono un denaro. E lì a noi dà fastidio. Ma la logica è la stessa, perché la logica non è quella della paga, ma è quella del dono. E se c’è un merito, se proprio vogliamo parlare di merito, il merito è aver risposto con responsabilità alla fiducia di Dio.

Si dice un’altra cosa di quel padrone, che è Dio. E allora finiamo di contemplare ciò che si dice di lui e poi vediamo ciò che si dice dei servi.
È l’ultimo servo, quello un po’ sfortunato, che dice forse la cosa più profonda e strana di quel padrone. È una cosa per metà falsa e per metà vera.

Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. E il signore replica: “tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso”.

Questa frase è un po’ difficile. Da un lato si potrebbe, come dire, ammorbidirla, notando che qui il sapere si potrebbe tradurre conoscere. Potremmo tradurre la frase così: “Io ti conoscevo come un uomo duro”. Cioè quel verbo può indicare l’opinione che uno ha. È una frase che potrebbe essere resa un po’ più debole. E allora il padrone risponde così: “Mi conoscevi come uno che miete dove non semina e raccoglie dove non ha sparso? Allora avresti dovuto dare il mio denaro ai banchieri, così avrei ricevuto gli interessi”.
Notate bene che questa frase viene detta dopo che il terzo servo ha già avuto modo di vedere che il padrone non è così, perché non ha ritirato i beni prestati: li ha lasciati in dono. E allora quel “sapevo che eri un uomo” è un sapere che si è già rivelato falso.
Eppure quello che c’è di falso è che sia un uomo duro; quello che c’è di vero è che effettivamente (e questa è la nostra salvezza) Dio miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. Ma non per prepotenza e rapina, ma perché questa è la nostra salvezza.
Mietere e raccogliere è l’opera di Dio. La nostra è in parte seminare (anche se in realtà il seminatore è sempre e soltanto lui), soprattutto coltivare. Altrove, per esempio nella parabola della zizzania, che è sempre nel Vangelo di Matteo, si dice cha alla fine il padrone raccoglierà il buon grano nel suo granaio, dopo aver bruciato la paglia con fuoco inestinguibile. Il buon grano viene salvato, raccogliendolo. La mietitura è la salvezza dei frutti della terra, che altrimenti marcirebbero nei campi. Quando il frutto è maturo, bisogna mieterlo, bisogna riporlo al sicuro. Allora questa azione di Dio, che miete e raccoglie, è un’azione di salvezza. Potremmo dirlo così: il nostro compito è far nostri i beni di Dio; il suo compito è far suoi i frutti che abbiam prodotti. Non per appropriarsene, ma per dargli pienezza di valore. La salvezza è proprio quando Dio fa sua la nostra vita, la accoglie nella sua totalità, le dà eternità.

Adesso passiamo a contemplare ciò che invece fanno i servi, che siamo noi.
Qui il quadro è duplice, come spesso nel Vangelo di Matteo. Un’altra caratteristica del Vangelo di Matteo è la sua dicotomia, verrebbe da dire. Molto spesso Matteo mette in scena quadri contrapposti. Matteo, tra l’altro, scrive per la comunità cristiana palestinese e proprio in quell’area si era sviluppato il tema delle due vie: la via della salvezza e la via della perdizione. Qui questi tre servi (che però percorrono due vie, perché i primi due fanno la stessa cosa, ciascuno proporzionalmente ai beni ricevuti, e il terzo fa l’opposto) ci mostrano le due vie che il nostro cuore può scegliere, dopo aver ricevuto i beni di Dio.
Due servi vanno a impiegare, a operare con quei beni. Di fatto cosa fanno? Li trafficano con, quasi verrebbe da dire, spregiudicatezza, come se non fossero del padrone, ma fossero i loro. Si potrebbe criticarli. È come se voi prestaste dei soldi a qualcuno e quello li investisse, in maniera magari anche avventurosa, in borsa. Certo, per farvi guadagnare tanto, ma poi a che rischio?
L’altro servo, che nasconde il talento sotto terra, fa la cosa giuridicamente giusta (anche se ora noi siamo abituati a pensare che abbia sbagliato). Nascondere qualcosa sotto terra era ritenuta buona custodia. Tanto che, se per caso la cosa custodita fosse stata trovata e rubata, colui che l’aveva custodita seppellendola sarebbe stato esente da colpa. Per cui nascondere sotto terra vuol dire custodire con prudenza. E allora perché gli viene criticato e agli altri no? Vedete, qui, l’atteggiamento del terzo servo tradisce qual è il suo cuore.

“Ho avuto paura ... sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

Alla lettera questa frase è molto rivelativa (l’ultima frase). “Ecco ciò che è tuo” alla lettera è: “Ecco, hai ciò che è tuo”. Una frase quasi tecnica di quando si restituiva un prestito. Come dire: “Riconosci che ora hai ciò che è tuo e che non ti devo più niente?”. È l’atto con cui quel servo scioglie il legame col padrone. “Mi hai dato un talento da custodire; l’ho custodito. Prenditelo: non ne voglio più sapere! Perché? Perché mi brucia tra le mani. Non voglio le tue cose, perché poi ne avrei la responsabilità”.
Allora, vedete, il dramma di questo terzo talento è che è un talento lasciato orfano. Non adottato. Non fatto proprio. Lasciato lì. Gli altri talenti sono stati altroché adottati! Li hanno usati come se fossero i loro. Ebbene: questo è esattamente ciò che quel padrone voleva. O meglio, è ciò che Dio vuole. I suoi beni Dio ce li dona perché li facciamo nostri, perché li amiamo come li ama lui. Perché li sentiamo nostri come lui li sente suoi.
Quando amiamo ciò che Dio ci affida, facciamo ciò che lui vuole. Allora non ci è chiesto semplicemente di far tornare i conti e di restituire ciò che ci è stato prestato. Ci è chiesto di amare ciò che Dio ama e ci ha donato perché sia nostro per sempre. Nella resurrezione sarà nostro ciò che avremo amato e ciò per cui ci saremo spesi. E questa sarà la nostra salvezza.
Ecco allora, vedete, il terzo servo, che aveva valutato tutto nella logica del debito e della obbedienza alla legge, sbaglia i suoi conti clamorosamente. Non capisce che quel padrone è un padrone speciale, che, invece, dei suoi beni vuole fare un dono per sempre e vuole che quei beni creino una relazione solida tra lui e noi.
Ciò che ci unisce a Dio è amare ciò che egli ama, custodire ciò che egli ci affida.

Qualche altra nota sparsa.

“Per paura ho nascosto il tuo tesoro sotto terra”.

È esattamente l’opposto di quello che fa l’uomo della parabola che, scavando nel suo campo, trova un tesoro e, certo, lo seppellisce momentaneamente, ma per dissotterrarlo per sempre. Per portare alla luce i beni preziosi che ci sono dentro a quel tesoro. Ricordiamocelo: il tesoro è il forziere, il contenuto prezioso è dentro.
Qui il talento viene seppellito. È un’azione di nascondimento. Noi dobbiamo fare il contrario. Noi dobbiamo dissotterrare i beni preziosi di Dio.

Un’altra nota.

A chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha.

Credo di poter dire che qui, per capire questa frase, bisogna tener conto di una sfumatura, un po’ particolare, che il verbo avere può possedere nel greco. Può avere una sfumatura attiva, quasi simile alla parola prendere. “Ecco ciò che è tuo” alla lettera è “Ecco, hai ciò che è tuo”, cioè ti prendi ciò che è tuo. “Hai” nel senso attivo: “prendi”.
Allora questa frase forse diventa più chiara, se la traduciamo: “A chi prende sarà dato, a chi rifiuta di prendere sarà tolto anche quello che crede di avere già di suo”. Allora, a chi ha il coraggio di far proprio il possedere, ma con responsabilità e gratitudine, ciò che Dio dona, ancora di più sarà dato.
I doni di Dio conoscono un unico ostacolo: la nostra capacità di accoglierli. E quanto più noi accogliamo e accogliamo con il cuore giusto i suoi beni, tanto più i suoi beni ci vengono continuamente donati, perché si moltiplichino nelle nostre mani.

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